Ho l’edizione ancora in lire di “Leopardi. L’infanzia, le città, gli amori”: 11.000 L. Risale a un tempo che sembra quasi un’era geologica fa. Era il 1991, l’estate dopo il mio terzo liceo.

Il libro è con me da allora, ogni tanto mi ricapita tra le mani, dopo la lettura di “L’arte di essere fragili” di D’Avenia ho deciso di rileggerlo.

Già D’Avenia aveva insinuato il sospetto, questo libro mi ha aperto una nuova visuale su Giacomo Leopardi.

Non era il pessimista sfortunato a cui siamo abituati a pensare. Era un giovane uomo fragile, estremamente sensibile, soffriva per tutto, era malinconico, a disagio in una vita che non lo sapeva comprendere.

Stava bene coi libri, con le parole, coi sogni.

Ecco si, senza alcun dubbio è un libro pieno di dolore. E uno perché dovrebbe leggere un libro così?

Semplice: Giacomo Leopardi diventa un amico, un simile, la sua poesia non è più la perfezione letteraria, o la tristezza, ma è consolazione.

La sua vita, la sua arte, la sua storia è un modo per fuggire non solo la morte, ma anche il dolore della vita.

Di tutto questo dolore non ci si lascia travolgere, ma questa lettura insegna ad accettare il dolore stesso, ad attraversarlo. Nella solitudine si può essere se stessi, fragili, simili a altre anime fragili, ed ecco, non si è più soli.

G. ✨

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