Raccolto diurno

Raccolto Diurno, Erri De Luca, 2021

Ho sempre un libro di poesie con me. Le poesie mi servono a riempire i silenzi, ad accendere la luce quando è buio, mi servono da fazzoletto per le lacrime, da selfie per un -raro- sorriso, per condividere con me stessa la bellezza.

Erri, si sa, lo adoro, e secondo me è poetico anche quando scrive in prosa.

Poche asciutte parole, e precise. Proprio come deve essere la poesia.

Guardavo ieri sera su RaiPlay “In scena, playlist per la poesia” con Jovanotti e Nicola Crocetti, che tra l’altro è l’editore anche di questo libro di Erri. Un bel programma allegro in cui si sono lette poesie e ci si è commossi. Crocetti dice che la poesia è descrivere le cose in modo preciso, “assoluto”.

Così è Erri, c’è poco altro da aggiungere alle sue poesie assolute, che suonano dentro.

Le metafore di Erri, sempre e anche in questo “Raccolto diurno” che ce l’ha anche nel titolo, richiamano la natura, il bosco, i sentieri di montagna.

Così si spiega la vita, l’amore.

Nessun artificio, nessun effetto speciale, ma c’è quel che serve dire con l’immediatezza di una frase che arriva per la strada più breve, senza rime, con precisione chirurgica.

Mi emoziona con semplicità.

Sono poesie bellissime, ma sentite questa:

Da “Raccolto Diurno”

Giuliana ✨

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Memorie. Da Leonessa a Piè del Poggio

Leonessa

Nei miei turni d’agosto riesco ad infilare delle pause, a forma di riposo. Raggiungo Leonessa, anzi, San Clemente di Leonessa, dove sono i miei figli coi miei genitori, e mi dedico a scoprire questa terra che amo da morire, ma che conosco pochissimo.

Sapevo di Piè del Poggio che era un gioiello, molto più grande di San Clemente ma non ci ero mai stata a piedi da Leonessa, così ho seguito il Cai locale e mi sono unita in escursione.

La passeggiata è stata facile e gustosa, un sentiero all’ombra, la strada delle Cese, ci ha portato al piccolo borgo, costeggiando il fianco di Colle Collato, col suo santuario in vetta e ammirando l’imponenza di Monte Cambio; prima sosta al colle di San Cristoforo, luogo dove è avvenuta l’ultima benedizione di Leonessa da parte del suo Santo, Giuseppe, che iniziava il suo ultimo viaggio verso Amatrice. Da questo colle si vede Leonessa … lo posso dire … in tutto il suo splendore. Da questo luogo pensi alla benedizione di San Giuseppe, ne avverti persino la spiritualità, ma poi ti volti e senti tutto il dolore della perdita di un figlio. Un monumento ai “Figli in Cielo“, ai figli morti anzitempo, al dolore indicibile di una madre e di un padre, di una famiglia. Un monumento alla memoria.

Fonti, rocche (Angioina e la Rocca del Lupo, il primo insediamento di Leonessa, risalente all’anno mille), edicole sacre, piano piano, fino ad arrivare a Piè del Poggio, che prima ho chiamato “borgo” ma no, non è la parola esatta, borgo mi fa pensare ai castelli lungo la Valnerina, le frazioni di Leonessa si chiamano Ville.

A Piè del poggio ci attende il signor Emidio, 91 anni portati meravigliosamente, con lucidità ci racconta episodi della sua vita e della sua terra, le pecore in transumanza da Capalbio, la festa della trebbiatura, i campi coltivati che oggi sono tutta boscaglia (io li ho conosciuti così), il grano, il farro, i forni, la fratellanza di allora, la comunanza che si cerca di ricostruire oggi con le iniziative dell’associazione Pro Piè del Poggio, il poeta del paese, Angelo Felice Maccheroni (1801-1882) che è l’incipit di questo racconto.

Belle le storie che iniziano coi poeti!

“in questa villa deliziosa e amena che sembra in tutto l’isola cumana vidi del dì la luce alma e serena”

Colle di San Cristoforo

E poi, dopo la poesia, i brividi: Emidio ha sentito arrivare i tedeschi dal rumore delle moto che costeggiavano San Clemente, li ha fatti entrare in casa, hanno preteso di rifocillarsi, asciugarsi, scaldarsi, si sa, il marzo della piana leonessana non ha ancora in serbo il seme della primavera, hanno preteso di avere dei nomi, degli indirizzi ma lui niente, silenzio, una resistenza vera, poi il parroco che si inserisce a proposito e i tedeschi che corrono a fidarsi di una spia, un traditore da coniugare – ahimè – al femminile, che da nomi e indirizzi, lei si, ed ecco l’eccidio del 7 aprile del 1944, in cui furono uccisi 52 civili a Leonessa e nelle frazioni.

La Storia va ascoltata sempre da più fonti e non basta un nome, purtroppo per fare da garanzia e dare certezze.

Insieme a Emidio raggiungiamo il piccolo Museo della civiltà contadina, una raccolta di oggetti d’altri tempi messa insieme dagli abitanti del luogo, ecco la comunanza che dicevo prima. gente che rinuncia a un pezzo, un oggetto, per costruire insieme una storia collettiva, storia di una gente. Meraviglia che esistano storie così, vere e niente affatto d’altri tempi. Prima di riprendere il sentiero di ritorno, il sentiero dei Passanti, abbiamo una piccola anticipazione della chiesa di cui domani ci sarà inaugurazione e riapertura dopo i lavori post terremoto (del ’97 …).

La Chiesa di Santa Maria del Cerreto, chiamata così per la statua in legno che conserva al suo interno, una Madonna del Cerreto trovata nel 1659 proprio a Borgo Cerreto, ma poi ancora una statua del Battista del XVI sec, posta su un altare proveniente dalla Chiesa di San Nicola di Leonessa che non esiste più, e un altro altare di una chiesa anch’essa sparita. Ma la memoria resta.

Insomma una mattinata di passi lenti, di un’accoglienza dal sapore antico, di un’atmosfera semplice e autentica, una mattinata ricchissima.

Biagio

Giuliana

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Spizzichi e bocconi

Ho comprato Spizzichi e bocconi, di Erri De Luca, il giorno stesso in cui è uscito, ho iniziato la lettura lenta, per scelta, per godermelo di più.

Poi incredibilmente l’ho lasciato. Quando l’ho ripreso, qualche giorno fa, ne ho capito i motivi.

Mi disturbavano i capitoli del nutrizionista, mi bloccavano le storie di Erri, il filo dei miei pensieri e delle emozioni.

L’ho letto d’un fiato saltando quelle parti, mi perdonerà Erri e Valerio Galasso, il biologo nutrizionista che è anche molto interessante e pieno di spunti.

Dedicherò a lui una seconda lettura.

Invece i racconti di Erri li ho trovati pieni della sua solita poesia, nessuna novità.

Si concentra sui cibi della sua vita, per ogni cibo c’è una storia raccontata con delicatezza, quasi sottovoce, eppure le sue parole hanno una risonanza enorme in me.

Racconta della semplicità dei pasti, di sapori come sentimenti, di atmosfere antiche, testimoni di un passato raccontato con tanta nostalgia ma senza alcun rimpianto.

È il solito Erri, con tanto di capitolo finale in cui mi è parso che raccontasse se stesso in modo nuovo, con una dolcezza misurata e profondissima.

Io lo adoro, le sue parole mi fanno bene, mi toccano piano, mi fanno emozionare senza clamore, ma si sa.

Ora mi dedico a leggere le parti del nutrizionista, d’altra parte, dato il titolo, posso azzardare di leggerlo anche io a spizzichi e bocconi.

Ci metterò, dentro alla poesia, anche un po’ di scienza e vediamo che succede.

Giuliana ✨

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Francesco e l’infinitamente piccolo

Quant’è difficile scrivere di certi libri.

Sono solita dilungarmi, direi quasi sbrodolarmi, alla ricerca di aggettivi precisi, ma con questo rischio di sbrodolarmi senza essere precisa.

Francesco e l’infinitamente piccolo, Christian Bobin, in Italia dal 1994 è un libro spirituale, poetico, una prosa poetica tipica di Bobin, un racconto gentile di una vita piena di dolcezza e di rivoluzione.

Francesco lo conosciamo tutti, non c’è nessuno che non ne sia affascinato, nessuno che non abbia letto, scoperto, amato qualche aneddoto, parola, gesto.

Questo piccolo libro, che si legge in poche ore, deposita nell’anima la bellezza di dell’anima di Francesco, che nasce in una famiglia ricca, che diventa un giovane bello, amato, solare, che poi si ferma, si guarda intorno e riconosce la sua strada, riconosce l’Amore.

Possiamo quasi definire questo libro una biografia, ma pure sentiamo la voce di Francesco e vediamo il fuoco fatuo dentro il suo sguardo e siamo illuminati dal suo sorriso e dalla sua grazia.

La delicatezza di questa lettura fa aprire gli occhi per l’infinitamente piccolo, ciò che si vede di meno, ciò che non ha clamore, il cane che segue in silenzio, il fruscio degli alberi, un fiore che sboccia, le stelle del cielo, fratello asino, fratello sole, sorella acqua, l’amore di una madre.

G. ✨

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Leopardi. L’infanzia, le città, gli amori

Ho l’edizione ancora in lire di “Leopardi. L’infanzia, le città, gli amori”: 11.000 L. Risale a un tempo che sembra quasi un’era geologica fa. Era il 1991, l’estate dopo il mio terzo liceo.

Il libro è con me da allora, ogni tanto mi ricapita tra le mani, dopo la lettura di “L’arte di essere fragili” di D’Avenia ho deciso di rileggerlo.

Già D’Avenia aveva insinuato il sospetto, questo libro mi ha aperto una nuova visuale su Giacomo Leopardi.

Non era il pessimista sfortunato a cui siamo abituati a pensare. Era un giovane uomo fragile, estremamente sensibile, soffriva per tutto, era malinconico, a disagio in una vita che non lo sapeva comprendere.

Stava bene coi libri, con le parole, coi sogni.

Ecco si, senza alcun dubbio è un libro pieno di dolore. E uno perché dovrebbe leggere un libro così?

Semplice: Giacomo Leopardi diventa un amico, un simile, la sua poesia non è più la perfezione letteraria, o la tristezza, ma è consolazione.

La sua vita, la sua arte, la sua storia è un modo per fuggire non solo la morte, ma anche il dolore della vita.

Di tutto questo dolore non ci si lascia travolgere, ma questa lettura insegna ad accettare il dolore stesso, ad attraversarlo. Nella solitudine si può essere se stessi, fragili, simili a altre anime fragili, ed ecco, non si è più soli.

G. ✨

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Trabocco Turchino

Era tanto che volevo vedere la costa dei trabocchi in Abruzzo, quelle speciali palafitte che i pescatori usavano per pescare senza doversi avventurare in mare aperto. Finalmente ci sono riuscita.

La destinazione del gruppo di amici era proprio il Trabocco Turchino, famoso per essere uno dei pochi trabocchi ancora autentici, non trasformati in ristorante, e perché posto sotto l’eremo dannunziano, il luogo in cui D’Annunzio visse un’estate d’amore con la sua amante e dove scrisse “Il trionfo della morte”.

Non amo molto D’Annunzio, tant’è che ho con me un libro su Leopardi, un libro che racconta di come il destino possa diventare destinazione, una riflessione che mi porto dietro da alcuni giorni.

Fatto sta che, mentre tutti erano posizionati sui ciottoli caldi e duri della spiaggia “Maruccio”, io mi sono incamminata da sola verso il Trabocco Turchino, che vedevo piccolo piccolo in lontananza.

C’è una pista pedonale e ciclabile di velluto che, insieme al blu del mare accanto, non mi hanno fatto percepire tanto il caldo del sole. Un po’ si, tanto che, dopo mezz’ora di cammino, sono scesa alla spiaggia per vedere da vicino il trabocco e mi sono tuffata.

È stato un bel momento.

Nonostante la decadenza lavorativa di questo mio momento, io sono pur sempre una romantica in cerca di senso e di poesia.

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Mi sono innamorato di Franco

A volte ho l’impressione che del mio passato lavorativo restino solo macerie.

Ma un giorno è arrivato Paolo col suo bagaglio di ricordi.
Quelle deflagrazioni di cui parla non hanno lasciato macerie, anzi hanno sparso in giro scintille di sorrisi, di emozioni belle e di speranza, polvere di stelle e di amore, e sono così orgogliosa e felice di essere “l’amica psicologa” che ha contribuito alla nascita di questo libro piccolo e gentile, pieno di un amore insolito, mai banale, pieno di storie, memorie, dolori e drammi, solitudine e poi sorrisi e gesti delicati e persino fiducia in un futuro che nemmeno pare esistere.

Del mio passato lavorativo alla residenza per anziani Tiffany resta quel che questo libro evoca: un miscuglio perfetto di dolcezza e dolore, lo “sguardo accecante” di chi ti saluta per sempre, una mano ferma che stringe mani che tremano, una presa salda per anime e corpi insicuri e la certezza, non la fiducia, proprio la certezza, che vivere e lavorare con emozione e passione è un pregio e un privilegio.

Grazie Paolo di avermi resa parte di questa avventura, per avermi restituito la forza di guardare con amore al passato e con fiducia al futuro

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La mia terapia

Sono un’anima inquieta, irrequieta, sto bene ad attimi, attimi soltanto, poi non più. Nei miei attimi di luce so chi sono e cosa voglio, ma nel resto del tempo cerco un modo per star bene, per star meglio, una terapia, la mia terapia.

Nei miei buchi neri ci sono pezzi sparpagliati di emozioni da riordinare, puntini da unire e nessun disegno a comparire. Domande senza risposte, incroci di strade senza indicazioni. Come avessi perduto la strada. O me stessa.

Le parole che si compongono sui quaderni a righe o che scorrono sul monitor del mio Mac sono la mia torcia per quando torna il buio, il pettine che districa i nodi, sono l’aspirapolvere e l’igienizzante, sono l’arma contro i mostri, l’excalibur del mio coraggio, l’amen di ogni preghiera, l’inizio di tutte le cose.

Così, da oggi, torno nel mondo con una penna in mano, come una lente per i miei occhi che non hanno mai saputo guardare.

Da oggi sono pronta ad inventare una nuova lingua col mio vocabolario di parole, emozioni, poesie.

Da oggi, dato che serve una mappa, sono pronta a costruire la mia, per uscire da questo labirinto da cui vedo solo il cielo, in cui i miei riferimenti sono libri, poesie, narrazioni, arte, psicologia, luoghi da raccontare e natura.

G.

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Dell’amore e di altri luoghi

Dell’amore e di altri luoghi è la parte di My Therapy dedicata al racconto dei luoghi che vivo, anche solo che attraverso, che mi porto comunque dietro per sempre e in cui lascio necessariamente qualcosa di me. Un pensiero, un pezzetto di cuore, un’emozione.

La partenza è il mio luogo del cuore per eccellenza: la Cascata delle Marmore, una specie di base solida in cui tornare ogni volta che voglio, non solo fisicamente, anche “soltanto” con il mio cuore e con i ricordi.

Procedo poi per alla scoperta dei luoghi intorno, più o meno da lei distanti, che tuttavia non si misurano dalla distanza da lei, ma dall’emozione che provo conoscendoli e vivendoli, anche per breve tempo.

Della Cascata delle Marmore non parlerò, non ancora (ne ho parlato fin troppo 😄 )

E allora, parto.

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Gli stessi luoghi, con occhi nuovi, con piedi doloranti e testardi, sempre instabile, sempre a rischio di scivolare giù dalla rupe, il telefono in una mano per fotografare, carta e penna in tasca, in solitudine come piace a me, ma non escludo viaggi in compagnia, in compagnia, questo sì, delle tante parole di cui la mia testa è piena, seguendo sentieri che dal centro portano intorno e poi tornano al centro.

Ci sono pochi luoghi in una vita, forse persino uno solo, in cui succede qualcosa; dopodiché ci sono tutti gli altri luoghi

Alice Munro

Non so cosa “dell’amore e di altri luoghi” effettivamente sia. Un diario, una cronaca emotiva, un racconto di luoghi che forse conoscete o forse vi pare di conoscere. Ci vorrebbero sempre occhi nuovi, o, nel mio caso, un cuore che racconti.

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