Tu, mio

Tu, mio

In Tu, mio, Erri De Luca, 1998, tutto fa presupporre a una estate spensierata.

Un ragazzo di sedici anni, un’isola campana, le atmosfere e i profumi del mare, la famiglia, la libertà, la pesca da imparare, il cugino grande che lo fa stare nella compagnia dei grandi, una ragazza della stessa età che cerca quel ragazzo cittadino, che comunque presto si abitua a stare scalzo, a guardare in faccia il sole senza protezioni.

Poi arriva Caia.

Il ragazzo scopre che non è rumena come vuole far credere, ma ebrea. La guerra è finita da poco e lei evita di ricordarla specificando le sue origini e la sua storia. Cela il suo vero nome, che è Hàiele, ma il ragazzo lo scopre, i due si avvicinano, lui, grazie a lei, trova in sé dei gesti sconosciuti, una voce diversa, un affetto di padre che ha perduto la figlia, il ragazzo è un luogo di incontro, l’amore non nasce ma si rinnova, l’amore non è scontato, l’amore è anche quello che poi fa salire la rabbia per le ingiustizie.

Guagliò, che brutta carogna è a guerra“.

Le parole di Erri De Luca fanno bene, anche quelle pur delicate, ma terribili, come una memoria che si vuole cancellare, memoria di vicende del passato, di cui non siamo responsabili, un passato così orribile di cui però siamo complici se facciamo finta di niente, se vogliamo dimenticare, facendo gli stessi gesti disumani nei confronti delle persone di un’altra razza, di un’altra nazione, di un altro colore di pelle, di un’altra religione.

La memoria è terapia, guarisce il mondo dai mali del passato.

Tu, mio è libroterapia.

Giuliana

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