Se domani farà bel tempo

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Se domani farà bel tempo è un libro scritto da Luca Bianchini, pubblicato nel 2007, edito da Oscar Mondadori.
Sono stata molto indecisa se considerarlo o no un libro terapeutico e vi spiego i motivi.
È la storia di un ventisettenne molto ricco, genitori separati, scuole di altissimo livello, ville con piscina sparse per i luoghi più alla moda del mondo, nessun lavoro per cui alzarsi al mattino e solo la preoccupazione di trovare coca da sniffare.
Non vi fa venire i nervi?
A me si, ma ho continuato la lettura perché dalla quarta di copertina ho saputo che in qualche modo Leon, il ventisettenne sniffatore, si sarebbe andato a redimere in una tenuta vinicola, e poi anche perché, devo essere sincera, lo stile di Bianchini è scorrevole e divertente, sa tenere incollati i lettori alle pagine, nonostante un linguaggio troppo pieno di volgarità (di parole e di immagini) che a me in genere disturbano parecchio.
La seconda parte, come immaginavo, è molto più bella.
La vendemmia scandisce i tempi di lavoro e relazioni e Leon in effetti prende coscienza di se stesso, del proprio corpo disabituato alla fatica, dei tempi scanditi dal sole e dalla pioggia, lontano dalla vita mondana, dalla movida milanese e soprattutto dalla coca.

Va da sé che in questa sorta di miglioramento, di crescita personale che il protagonista compie, la lettura è consigliata, anche perché si snoda tra leggerezza e umorismo, cosa che non fa affatto male, come abbiamo detto anche qui.
Dopo qualche riflessione, dunque, vi consiglio di leggerlo.
Poi magari ditemi che ne pensate nei commenti qui sotto!

Giuliana

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La legna scalda tre volte

foto di Primitivo

foto di Primitivo

Con questa frase, che ancora mi risuona nella testa, mio nonno era solito commentare l’arrivo del camion della legna da ardere per l’inverno.
La prima quando viene tagliata nei boschi e la si porta a valle, una seconda volta quando la si deve tagliare in piccoli pezzi e riporre ordinatamente nella legnaia, e solo in fine quando la si brucia.
Queste parole oggi non solo mi riscaldano ancora, ma con la mia solita propensione ai parallelismi e alle analogie, mi stampano un sorriso idiota tra il ghigno e il malinconico-nostalgico.
Oggi, per il compleanno di mio fratello, abbiamo assaggiato, bevuto e dato fondo a tutto il litro e mezzo di produzione dell’Angelo Bianco 2012, tutto il vino che siamo riusciti a fare insieme, dopo aver cercato di recuperare dallo stato di abbandono la piccola vigna di nonno.
Ora capirete meglio anche quel mio sorriso complice, qualche punto di alcol nel sangue e questo tempo che lascia poche alternative al camino.
Non è la prima volta che faccio un vino, non sarà di certo l’ultima, ma la sua unicità, quella di essere la prima con le uve raccolte da noi, figlie della cura e della fatica, del tempo e dell’alleanza con un fratello schivo, tutto questo e molto ancora lo rende indescrivibile.
Sono addestrato ad un approccio tecnico, ad un’analisi oggettiva, ma qui è impossibile: pare di sentire dentro la salinità del sudore e le mani ancora bruciano per i colpi ripetuti di zappa e di forbici.
Mi disseta, sembra pareggiare il desiderio di bere dopo tante lunghe discussioni e dibattiti sul da farsi e come fare. Le speranze.
Il vino disseta tre volte, mi emoziona tre volte.
Se la prima volta appaga appunto la mia voglia di sognare e di immaginare un futuro e un progetto, la seconda è di certo la necessità di fare, realizzare, guidare.
La vendemmia. Giorni unici pieni di agitazione e compromessi e preparativi. Acqua a fiumi, pulizie ed assaggi fino al “si, oggi raccogliamo”. Come dopo una gestazione iniziata con le potature invernali, dopo diverse ecografie primaverili ed estive, si è arrivati al parto, il mosto è nato. Ora va educato, seguito, guidato, deve crescere, inizia a vivere, dovrà divenire vino.
Non una parola in più voglio aggiungere, non dirò ora cosa sento e trovo tra le mie mani, né cercherò di descrivere quel calore che dalla gola mi attraversa tutto.
La terza emozione è tutta per me.

(Primitivo)