La pet therapy è una cosa seria

Chiamarla pet therapy è utile al mio sito di “terapie dolci e più o meno lente”, ma può essere riduttivo, perché un sacco di gente e di cani è preparatissima e agisce con grande scientificità.
Io ho un’esperienza poco scientifica ma molto accurata e assai delicata, potrei definirla “attività assistita da animali”, (quando invece ha parametri più rigidi la chiamiamo tranquillamente “terapia assistita da animali”).
Non che le “attività” non siano scientifiche, anzi si basano su precisi principi psicologici, ma in questo caso non sono necessari una equipe e dei protocolli di azione ben definiti.
A cosa possono servire dunque le Attività Assistite da Animali (AAA, appunto)?
Prendiamo un gruppo di ragazzi, bambini, disabili, adulti, anziani, tossicodipendenti … insomma prendiamo un gruppo di qualsivoglia tipologia di persona, mettiamoci anche un cane addestrato e un conduttore qualificato, o almeno che abbia concezione di quel che sta facendo, di quel che può scatenare a livello emotivo lavorare con un cane, un conduttore che sappia dunque “contenere” le più diverse reazioni emotive delle persone.
Ecco siamo pronti, possiamo partire al raggiungimento di certi ben chiari obiettivi:
– favorire la cosiddetta “coesione” di gruppo, far si che le persone sappiano lavorare bene, perfettamente integrati nel gruppo dei pari, motivati, con coscienza di sé e autostima
– porre attenzione alla sfera del linguaggio non verbale, anche perché la maggior parte delle informazioni di una comunicazione passa proprio attraverso il non verbale
– aumentare il movimento, l’equilibrio
– responsabilizzare, rendere autonomi, maturare nei rapporti interpersonali, fare la conoscenza di nuovi concetti, sviluppare la fantasia.

Eccoci invece a parlare di Terapie Assistite da Animali (TAA). Dicevamo che serve una equipe (il conduttore preparato, lo psicologo, il medico, il veterinario e tanti altri dei quali uno di questi giorni dedicherò un post) e dei protocolli d’azione per attuare quella che possiamo ben chiamare CO-TERAPIA.
“Vi faccio un esempio pratico”.
Prendiamo un signore obeso di una certa età che ha rotto in qualche modo il suo bel femore. Prima o poi i medici lo prenderanno, insieme al fisioterapista di turno, e lo alzeranno dal letto sul quale il signore si crogiolava ben bene tra le sue disgrazie. Il fisioterapia dovrà costringerlo a farlo camminare di nuovo.
Dolori incommensurabili, fatiche indicibili, scoraggiamenti vari lo accompagneranno su e giù per lo stesso corridoio o ala di palestra, piegato e sofferente sul deambulatore di ferro che sembrerà persino mezzo arrugginito.
Stessa immagine, con variazione.
Pensate allo stesso signore che oggi deve alzarsi di nuovo e piegarsi al volere di quelli che considera suoi aguzzini, che però tanto cattivi non sono e oggi gli dicono “sorpresa! Oggi camminerai con Jack!” e gli compare davanti un biondo fanciullo golden retriever ben pettinato e fortemente allegro tanto quanto il suo conduttore bipede.
Ecco il signore obeso che oggi si sente una farfalla e non sta più aggrappato al deambulatore a quattro mani ma con una soltanto perché con l’altra tiene forte il guinzaglio, oggetto transizionale presumibilmente gonfio di significati emotivi che magari tornano dal passato,.
Oggi dunque il signorotto vola veloce in punta di piedi, col cuore leggero e l’anima in pace e i minuti da contare diventeranno solo quelli tra una fisioterapia e l’altra.