Il tempo per me

Casa limpida e in ordine.
Nessun vestito da lavare né da stirare né da riporre.
I bimbi a scuola, al sicuro, in buona e istruttiva compagnia.
Ecco.
Ho tempo per me, me lo posso godere.
Cosa faccio?
Scrivo.
Leggo.
Corro.
Una doccia lunga.
Mi metto lo smalto e lo lascio persino asciugare.
Esco con la mia mamma a fare shopping.
Vado a mangiare una pizza a casa della mia amica single con le mie altre amiche, sfogo libero, parolaccia libera – e checazzo – dialogo semplice ma profondo, empatico, tipico di chi si conosce, si apprezza, ride dei propri e altrui difetti.
Ecco.
Non riesco a fare nemmeno un quarto di tutto questo, però.
Al mattino ho un fantastico corso di qualifica obbligatorio, completamente inutile e deprimente, che non offre alcuna prospettiva sensata alla cassaintegrata che sono.
Arrivata a casa poi c’è il piccolino da far addormentare mentre mangio al volo un pezzo di parmigiano, correre di qua e di la appresso a vestiti, giochi, merende, bibite, pannolini, vestiti, giochi …
Poi torna anche la mia regina e lei vuole me, vuole stare con me, vuole me punto e basta.
Se non c’è pallavolo, la riunione con le maestre, il pediatra, il dentista, la spesa alla coop arrivano le sette di sera in un battibaleno, insieme alla cena da preparare, tavola da apparecchiare, mani da lavare, giochi da spostare anche solo per passare.
Poi la tavola da sparecchiare, mani, piedi e culetti da lavare, pigiami da mettere e occhietti da vedere chiusi, belli de mamma, dormite a mamma, su.
Si sono fatte le dieci, in tutto ‘sto traffico ho incontrato solo di sfuggita mio marito, l’ho incrociato per caso in una stanza o l’altra mentre aveva a che fare con un figlio a caso.
Finalmente siamo soli.
Ci vediamo un film?
Ci piazziamo comodi sul divano, stretti l’uno all’altro, sotto un copertone caldo.
In cinque minuti dormiamo profondamente, tutti e due.
Non ci vediamo un film, parliamo un po’.
Lui parla, io ascolto, ma in cinque minuti perdo i sensi.
Io parlo, lui ascolta, ma in cinque minuti perde i sensi.
Non parliamo, dormiamo va.
E arriva il mattino, dopo aver dormito a strattoni, esserci alzati quindici volte, aver percorso otto chilometri tra camera e cameretta, inutilmente comunque, perché poi ci si risveglia in quattro, tra un calcio e una gomitata.
Bene.
Chissà se esiste un organizzatore di giornate, che infili tra le mie ore farcite di cose essenziali, un pochino, pochissimo superfluo, che poi superfluo non è, è il mio equilibro.
Intanto, proprio ora mentre scrivo, tutta la mia famiglia allargata è seduta a tavola, mi guardano tutti con sospetto e un pizzico di silenzioso disprezzo, mia madre sono venti volte che mi chiede di andare a tavola.
L’unico a salvarsi è mio marito che sta dando la pappa ai bimbi, e anche i miei bimbi si salvano a dirla tutta, perché la amano la mamma scrittrice e danno valore al tempo che passo scrivendo.
Belli loro tre.
Adesso vado a cena, va prima che qualcuno mi lanci una forchetta.