Paula

Paula è un libro che parla di dolore e serve a superare il dolore.

Paula è un libro che ho letto vent’anni fa, quasi alla sua uscita al pubblico.
Nonostante i vent’anni, é un libro che è rimasto vivido nei miei ricordi, un dolore letto e empaticamente vissuto che è ancora intatto.
Oggi che sono madre non potrei rileggerlo.

Paula è un libro autobiografico, scritto da Isabel Allende quando sua figlia, Paula, malata di porfiria, entrò nel coma che in un anno la condusse alla morte.
La scrittrice rimase tutto il tempo al fianco della figlia, piangendo, soffrendo e scrivendo della loro storia, del grande amore di una madre per sua figlia, dell’immenso dolore, che si può solo immaginare tanto è contro natura, di una madre che vede morire sua figlia.

Ricordo che alla fine, pur conoscendo il finale, piansi con dolore colmo di empatia, attraverso quelle parole così autentiche, semplici e profonde, terribili e bellissime, un racconto che inizia con la voglia di morire, con il buio di un tunnel che non sembra mai finire, con un dolore che, come una coltre, copre tutto il resto .

Il racconto è stato una terapia per la scrittrice.

Scrivendo, piangendo, ricordando l’amore mai risparmiato, si è intravista la luce, la vita che andava comunque vissuta; il dolore messo all’angolo del cuore, lì dove può essere conservato per sempre, non ha impedito di rialzarsi in piedi, di ricominciare a camminare per il mondo e attraverso la vita, che ha riservato ancora cose belle, cose positive, nonostante tutto.

Il libro va letto una volta nella vita.

Un libro difficile e doloroso, un libro sulla morte, sul dolore e un libro che nonostante tutto è un inno alla vita, un libro profondo, che serve a scavare nell’anima e nel potere dei ricordi, non è da tutti la disponibilità a soffrire per guarire, a riconsiderare il passato, la scrittrice l’ha fatto, non aveva altra scelta, scrivere è stata la sua arma contro il buio del tunnel, alla fine del quale ha capito che aveva perso la figlia, ma le restava l’amore.

Com’è semplice la vita, in fin dei conti… In quell’anno di supplizi avevo rinunciato a poco poco a tutto, prima mi ero separata dall’intelligenza di Paula, poi dalla sua vitalità e compagnia, infine doveva venire il momento del suo corpo. Avevo perso tutto e mia figlia se ne andava, ma in realtà mi restava l’essenziale: l’amore. In ultima istanza l’unica cosa ho è l’amore che le do.

La lettura di Paula ci fa sentire impotenti di fronte ai misteri della vita, ma potenti rispetto ai nostri sentimenti, siamo in grado di sopravvivere anche nelle tragedie più devastanti.

La sua lunga agonia mi aveva offerto una rara opportunità di riconsiderare il mio passato. Per un anno la mia vita si era fermata completamente, non c’era nulla da fare, solo aspettare e ricordare. Piano piano avevo imparato a vedere le trame della mia esistenza e ero posta le domande fondamentali: che cosa c’è sull’altro versante della vita? Ci sono solo tenebra, silenzio e solitudine? Che cosa rimane quando non ci sono più desideri, ricordi o speranza?

 

Giuliana Benessere a portata di libro

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Scrivere per star bene: in punta di penna

In punta di penna. Percorso di Benessere e Scrittura Terapia

Leggere è la mia terapia, alla pari di scrivere.
Le parole, in sostanza, sono la mia terapia.
Con le parole gioco, lavoro, comunico, invento, creo.
Il potere delle parole è il faro che illumina la mia vita, io credo profondamente nel Potere salvifico delle Parole.

Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo.

Buddha

Il potere della parola scritta è raddoppiato, scrivere aiuta a comprendere le profondità del nostro animo, sviscerare tesori nascosti e districare nodi fastidiosi.

Se volete cominciare un viaggio dentro voi stessi alla ricerca del Benessere, My Therapy vi offre non la strada, ma una mappa per realizzare il benessere, scrivendo.

In punta di penna è un percorso in cinque tappe in vista del benessere emotivo e dell’equilibrio psicofisico, è progettato (dalla psicologa che è in me) in dispense che saranno spedite in cinque settimane via mail ai lettori di My Therapy. In ogni dispensa c’è del materiale per cominciare a scrivere e a lavorare sulla propria anima.

Basta soltanto iscriversi alla newsletter con il modulo in questa pagina, in alto a destra, e poi inviare una mail a info@mytherapy.it indicando nell’oggetto “In punta di penna”.

Riceverete le dispense ogni lunedì per cinque settimane.

Cinque settimane che rappresentano il tempo del viaggio dentro voi stessi.

Giuliana

Per informazioni scrivete qui: info@mytherapy.it

 

Storia di una ladra di libri

storia di una ladra di libri

Storia di una ladra di libri (Markus Zusak) è un altro di quelli che appena finito dici, non ne troverò mai uno bello così.
Una scrittura esaltante, straordinaria, e una storia piena di tutto quel che vi viene in mente, la Morte, la Vita, l’Amore, il Dolore, la Forza di Reagire, il Coraggio, la Famiglia, la Paura, la Fame, il Sorriso, l’Amore per i Libri, il Potere delle Parole, la Pietà, l’Orgoglio, la Follia, la Guerra e poi la Pace.

E’ la Morte che racconta la Storia di una ladra di libri, ambientata in Germania ai tempi del nazismo, quindi una morte indaffarata, eppure pietosa, che raccoglie le anime prendendole in braccio, impietosa allo stesso tempo, perché se è il momento è il momento, è una Morte che parla per ben 562 pagine, stancandosi solo un po’ alla fine, una Morte che fa anche le battute e relativizza il suo ruolo inevitabile nella giostra della vita.

Ci si diventa quasi amici, con la Morte.
Non parliamo di Liesel Meminger, la ladra di libri, che diventa come una di casa, un personaggio che non potrò mai dimenticare e che non vi voglio descrivere nemmeno un po’ per non togliervi il gusto di scoprirla poco a poco e imparare ad amarla.

Mi sono lasciata le ultime 30 pagine per il silenzio dell’una di notte, mi sono detta, se c’è da piangere non sembrerò una pazza, e ho fatto bene: sono pochi i libri così pieni di tutto che, anche una volta chiusi e appoggiati lontano, anche una volta rannicchiata sotto le coperte, trovano il modo di continuare a farmi piangere.

Una storia che fa piangere, è vero, ma è una storia bellissima, piena di tutto, un antidoto al vuoto di certe esistenze, a certe inappetenze dell’anima, all’insoddisfazione, alla noia.

Una storia talmente coinvolgente che ad un certo punto ero lì con Liesel, in cantina a scrivere, e poi subito dopo nel vuoto di una città bombardata e addolorata.

Una storia utile per parlare ai ragazzi degli anni dal 1939 al 1945, non per forza certe storie vanno studiate sui libri di storia, con la nostra ladra di libri entriamo dalla porta principale in quel mondo, ci salviamo perché è solo un libro, ma portiamo con noi certi ricordi drammatici che solo una lettura così terapeutica ci regala.

Una storia che narra del potere salvifico delle parole, da leggere e da scrivere.

Il mondo sarebbe migliore se si leggesse e si scrivesse di più.

Il mondo sarebbe migliore se tutti leggessero Storia di una ladra di libri.

E’ solo una questione di tempo

èsolounaquestioneditempo

Ho trovato un altro libro che parla anche della mia terra.
L’autrice non la conosco, ma la conosce uno degli amici più cari che ho, quindi, dando per assodata la proprietà transitiva, non la conosco ma è amica mia.
Si chiama Simona Bergamini e frutto della sua anima è il libro che parla anche della mia terra: “E’ solo una questione di tempo” (Edizioni Thyrus).
Di cos’altro parla?
Della malinconia (ad esempio di ciò che un campanile sapeva narrare alla gente), di certe paure (quella ad esempio di perdere lo stupore), della lontananza, di quel vortice di quotidianità nel quale bisogna sapersi fermare a riflettere.
Fermiamoci ogni tanto, è il primo messaggio che questo libro delicato e commovente ci regala.
La narrazione segue un andare avanti e indietro nel tempo che ci potrebbe caricare di nostalgia se non conoscessimo bene le nostre radici e se non fossimo certi di quanto ci appartengano, qualunque tipo di nebbia ci circondi d’un tratto.
E di qualunque nebbia si tratti, ecco la “scrittura terapia” che ci viene a salvare (“Allora si che il bianco di qualunque carta può giovare… E’ un dialogo più duraturo sul quale si medita, si soffre lentamente e a lungo, ci si confronta, ci si spoglia ma senza spegnere la luce: non ammette pudori. Non si esaurisce in un istante, non è lacerato dall’istintività. E’ un incendio che si propaga piano piano. Dilaga per poi fermarsi solo quando non trova più nulla da trasformare in cenere”).
Chi scrive la conosce bene questa cenere.
E per chi non scrive c’è anche un bell’esercizio di scrittura terapia, a pagina 38. Provate, vi farà bene.
C’è anche un richiamo al “saggio” che staziona sul mio comodino da qualche mese “Donne che corrono con i lupi”: la vendemmia, le arrampicate sugli alberi o sui trattori, il fango, i capelli spettinati, una piena libertà che rende omaggio alla natura salvifica della Donna Selvaggia.
Quella, tra l’altro, che ha diritto all’8° giorno della settimana da dedicare a se stessa.
D’altra parte,
“Non sei tu che sei speciale.
Speciale è ciò che provi e senti.
Va ascoltato.
Non va persa neanche una stilla”.
Ascoltiamolo, senza dimenticare che “è solo una questione di tempo”.

Pare di sentirla, la musica, anche se non sappiamo che canzone è.

Giuliana

Scrivere

scrivere
Scrivere” (Marguerite Duras) è un libro per gli scrittori che si sentono incompresi, che a volte soffocano nella loro solitudine, che si sentono stranieri in questa terra.
D’un tratto vi sentirete – ci sentiremo! – legittimati.
Marguerite Duras ci racconta, con serietà e dolcezza, della vera solitudine propria della scrittura, che solo chi scrive conosce. Le sue parole toccano l’anima e il cuore.
La necessaria separazione dagli altri, la solitudine che “non si trova, si fa“, il silenzio, la “solitudine del corpo” che diventa “dello scritto“.
Sentirsi abbandonati anche se non si è soli, scrivere come necessità, scrivere che è tacere e insieme “urlare senza rumore“, scrivere che è molto più che suonare, perché non si suona soli e nella solitudine solo la scrittura ha senso.
La scrittura come terapia (“se non avessi scritto sarei diventata preda dell’alcol“), solo la scrittura ci salva dal fondo di quel buco di solitudine quasi totale.
La scrittura che ci restituisce una selvatichezza antica, quella delle foreste, quella che ci fa raggiungere l’ignoto che abbiamo dentro.
La scrittura è affrontare temi quali la morte, la guerra, il dolore, il pianto e tutto però riconduce alla scrittura com una “fortuna”, che lascia spazio all’amore per il figlio, nel momento in cui vita, figlio, felicità, casa, tutto si confonde (“La felicità di mio figlio è quella della mia vita“).
Un libretto piccolo, fatto di frasi brevi, come una poesia, che vi lascerà la voglia di creare la vostra di poesia, breve, fulminea, forse unica.

Giuliana

Perché sì. Autoterapia per individui cervellotici

why
Sono una persona sempre piena di domande. Sono piena forse anche perché non le  butto fuori. Allora potrei dire: sono intasata di domande.
Non  riesco a  farla facile, a chiuderla su alla  buona. Non  lascio correre. Non la prendo come viene. Non mi fido, anche.
Quando ero ragazzina dovevo già essere così, perché ricordo mia madre ripetermi “sei petulante” per poi sbottare nel  “GLI  date troppa callanza” rivolta a parenti ed amici  accorsi sul luogo del misfatto.
Per anni ho detestato questo modo di fare, non solo delle madri… Questo modo di tagliare corto senza spiegare, senza spiegarsi, senza raccontarsi, senza sentire che è giusto darle, le riposte.
Sono  diventata un’adulta rompicoglioni (qualcuno credo ci veda l’ineluttabilità della mia identità di genere).
Rompo i coglioni a me stessa!
Non sono capace neppure di fare la lista della spesa senza che qualche domanda metafisica ci si insinui.
Puntualmente produco risposte deludenti, poco convincenti…fatte  apposta per non scendere dalla  giostra e partire con nuove ondate di domande sempre più (pre) potenti.
Ebbene: mi sono stancata.
Mi son stancata di domandarmi ossessivamente perché ho sempre voglia di dolce, perché ho ancora i brufoli a 38 anni, perché quando corro sembro avere i macigni legati alle caviglie, perché faccio incubi ogni notte, perché non riesco mai a ricordarmi come far   ripartire la caldaia se va in blocco, perché ogni volta che arriva la posta penso “è una multa”, perché prima del ciclo ho le labbra liscissime, perché perché perché perché…..
E vorrei essere capace, una volta per tutte, di fare quello che faceva mia madre quando le  domandavo perché e rispondeva, composta ed esaustiva:
PERCHE’ SI’.
Ilaria

Nove

nove
Dunque oggi c’è di bello il numero.
Nove.
Ultimo dei numeri essenziali, quelli che rappresentano il cammino evolutivo dell’uomo, dice “basta, non stare più a guardare, adesso realizzati”.
E’ simbolo di completezza e compimento e creazione, carico di compassione e amore, è materia che continuamente si scompone e ricompone.
È Perfezione, multiplo di tre che con l’aggiunta di tre diventa Assoluta.
Il nove appartiene a coloro che cercano il meglio, ai grandi riformatori che devono fare lo sforzo di non essere solo sognatori, a coloro i quali vedono lontano e a loro spettano le grandi realizzazioni mentali e spirituali, coloro che possono e devono agire in senso benefico.
Ha qualità superiori, è rinascita, rinnovamento, liberazione, è il numero della fiducia, della genialità personale, rappresenta il cambiamento, l’invenzione e la crescita attraverso l’ispirazione.

Il giorno nove dunque ha la chance di essere la mia prova del nove, l’inizio di un percorso di crescita, non solo mia.

Buon nove a tutti!

Giuliana

Le chiavi

chiavi
Arrivo da un epoca in cui le chiavi erano poco più di una maniglia surrogata, attaccate alla porta notte e giorno, anche l’estate quando la porta stava più aperta che chiusa. Ero bambino quando sono stato trapiantato in città, in un condominio al quarto piano con i vicini che parlavano un’altra lingua e in una casa che casa più non era, odorava di nuovo, non era affatto familiare. Strade e campi dove ero abituato e abitualmente trovavo compagnia, erano ora popolate di macchine, non più da persone compagni, amici. In questo mondo nuovo la prima cosa scomparsa era la chiave dalla porta. Ci proteggeva e ci ingabbiava. Senza chiave era tutto diverso la mia autonomia, la mia libertà, i vezzi miei finiti.

Deve essere qui che ho iniziato a dare valore alla protezione e significato alle chiavi.

Ricordo benissimo quando, con una cerimonia degna di corti Asburgiche mio padre (dopo non poche battaglie) ci consegnò il “mazzo di chiavi” assemblato con ogni terza chiave di tutte le serrature, ovvio che le tenevo io,  fratello maggiore e prepotente. Erano pesanti, luccicavano, sempre con me, come una legacciola attaccate al passante dei pantaloni, con un moschettone azzurro e bianco di plastica dura. Per incapacità più che pigrizia non racconto quello che sentivo, come mi sentivo quando i primi giorni le guardavo, le scambiavo reciprocamente di posizione togliendole e reinserendole dall’anello dove erano confinate a loro volta. Una su tutte spiccava: era a “spillo”, la chiave della serratura di sicurezza, quella supplementare che si chiudeva di notte o quando si usciva per ultimi dall’appartamento, oggi probabilmente estinta ma allora di gran moda, con questa chiave a forma di chiodo lunga più delle altre e dalla sezione a forma di croce, così affascinante, tentati prima di bucarci una gomma che di aprirci la porta.

La tragedia.

Un pomeriggio, torno a casa e non c’erano più, attaccato ai pantaloni restava solo mezzo moschettone, rotto! Dietro front. Per un tempo indefinito fuori dal tempo stesso ho perlustrato chilometri quadrati di ogni dove, siepi, parcheggi, campetto, ogni posto dove ero stato e dove non ero stato ma abitualmente andavo, non solo cercavo le chiavi, la libertà e cazzate simili, ma dovevo salvare le chiappe da sculacciate certe. Fallita la ricerca suonai il citofono e rientrai per cena, non dovetti nemmeno introdurre l’argomento, il citofono era stato eloquente spione. Sebbene imprecazioni irripetibili qui seguirono e presero il posto delle botte, il peggio doveva arrivare. In tre  giorni papà sostitui la serratura di sicurezza e qualche nottolino, restai senza chiavi a lungo, imparai che non avere le chiavi era poca cosa rispetto ad averle avute e non averle più. Che lezione da scolpire nella pietra, spesso ci si accorge del valore di quello che abbiamo quando lo si perde, figurarsi io che lo conscevo già! In un solo colpo avevo perso la mia libertà, la stima dei miei e quella di me stesso, fu dura elaborare il tutto.

Quello invece che ho presente molto bene,  è  il “mazzo di chiavi nuovo”  arrivato in seguito e che ancora oggi non esce mai dalle mie tasche, vive sempre con me, lo maneggio con familiarità, basta che lo scambio di tasca, per  rendermi  conto subito quante volte automaticamente, senza accorgermi, tasto la tasca per sincerarmi della loro preziosa presenza. Questo mazzo ormai veleggia verso i trenta anni d’età, capita che guardando la serratura di sicurezza mi scappi un sorriso riflettendo sulla fragilità del resto della porta e del suo telaio dal quale si intravedono spifferi di luce, vedo  le chiavi appese li che oscillano qualche secondo per poi quietarsi. Le guardo oggi e penso a com’erano luccicanti e a come il tempo le abbia cambiate, a quando le ho prestate e come l’usura le abbia cambiate, ma non ha loro tolto la cromatura, ha fatto affiorare la loro essenza, la lega viva, l’oro sotto l’argento.

Per paura e per difesa ho costruito un forte intorno a me, mura spesse di pietra dura, bene accorto a non lasciare ingressi né uscite, sono dovuto crescere e faticare molto prima di aprire una breccia, metterci una porta blindata nei cardini e nella serratura, a difendere non so cosa né da chi. La libertà forse, la cosa che più amo era quella che volevo difendere, e con quella stavo pagando il mio castello.
Oggi finalmente vivo in un prato, dormo nel bosco e del castello rimangono pochi sassi intorno ai cardini di quella porta, sopra ad uno di essi c’è il mazzo di chiavi, la libertà mia finalmente.  In un posto dove a tutti è possibile entrare e nessuno può portar via niente, tutti invitati al mio banchetto, nessuna parola d’ordine a sbarrare la porta.

Non occorre portare il vino, c’è già tutto, basta avere la voglia di sedersi e cercare la chiave giusta con la consapevolezza che tratterrò qualcosa per me.
Grazie a tutti quanti siano passati di qua.

Primitivo

Perché non mi fido di uno scrittore di successo

perché non mi fido di uno scrittore di successo
Siamo abituati a confondere l’amore per la scrittura con quello che viene pubblicato e distribuito nelle librerie in franchising: punta di un iceberg, il quadro che ne esce è abbastanza deleterio. In questo guest post ti dirò perché non mi fido di uno scrittore di successo, a meno che non scriva un vero capolavoro.
Non mi fido perché lo scrittore di successo si conta sulle vendite.
Lo scrittore di successo è tale perché ha superato un certo numero di vendite. Più questo numero è alto, più lo scrittore è di successo. Nello scrivere le parole non sono macigni, sono diamanti: il “numero”.
I lettori sono un numero indistinto e lo dimostrano le recensioni: in migliaia di blog e siti inseriranno la propria recensione dell’ultimo libro di… Un grandissimo bestseller, ma le recensioni dei lettori, anima della scrittura, dove sono?
Non mi fido perché lo scrittore di successo non cambia
Molti autori che hanno raggiunto le case editrici più importanti nel panorama italiano e internazionale seguono il concetto di “ricetta vincente non si cambia”. Risultato? Argomenti, storie e sogni sono identici, se non con qualche piccolo dettaglio che farà gridare i media alla “Rivoluzione del genere”.
Se “ricetta vincente non si cambia”, non c’è motivo di ammazzarsi e rinnovare il proprio stile, ma questo diventa uno sbarramento per chi inizia, perché l’editore penserà a testi che catturino e vendano a quel modo, giudicando la diversità come un pericolo rischio.
Non mi fido perché oggi ha successo, e domani?
I classici sono intramontabili, perché sempre attuali. Lo scrittore di successo è attuale oggi, poi chissà. Il risultato è che il lettore tipo si trova quel libro che andava “di moda” anni fa, ora non dice più nulla. Era una moda, nell’attesa avrà fatto altri cinque, sei libri. Poveri alberi e poveri dati (rispettivamente per libro cartaceo ed e- book)!
Non mi fido perché l’idea di fondo non mi piace

L’idea di fondo è che i lettori sono numeri, i libri stessi sono numeri e si deve avere la certezza di fare numero prima di pubblicare. Invidia per non aver fatto gli stessi numeri?
Sinceramente poca, se poi si arriva ad associare a un personaggio il tuo nome e questo risuona in tutto quello che scrivi successivamente come una maledizione (penso a J.K Rowling oggi, ma non solo). L’idea di fondo è che bisogna scrivere tutti uguali. Anzi, ancora peggio: ai nuovi autori e ai lettori si dice che la letteratura è questa. Il distacco è giusto e ampliamente motivato.
Non mi fido, ma non smetto di leggere
Per questi motivi, non mi fido di chi si auto-definisce o viene definito “scrittore di successo”, ma ho una predilizione per chi lo è nei canoni commerciali, ma continua felice la propria letteratura come vocazione… È il caso di Roberto Saviano, che leggo sempre con piacere.
Sono contraria ai pregiudizi sulla letteratura: ho sempre pensato che un libro non dovesse essere giudicato dalla copertina o dal metodo di pubblicazione, ma quando vedi le mode in libreria…
Annarita Faggioni, copywriter freelance, gestisce da due anni e mezzo il blog letterario Il Piacere di Scrivere.it. Motto: “Keep writing and read”.

Stop

Stop. Pausa.

Stavolta sono stato fortunato.
Conoscete la legge d’attrazione gravitazionale? Quella per cui abbiamo i piedi piantati in terra, la stessa che non lascia la Luna errare per l’universo. Bene, la stessa forza si sfrutta per lanciare sonde lontanissime verso l’ignoto. Ci si avvicina a una enorme massa, qualche orbita sempre piu stretta e piu veloce, poi un colpo di reni e via si sfugge al sirenico magnetismo del grave, e via velocissimi per la nostra via.
Semplice.
Occorre però fare attenzione, avidità, ambizione e superbia sono sempre in agguato e da sempre alterano, fino a distruggere tutto, persino le migliori intenzioni.
Un piccolo errore, una velleità di troppo, quella mai ammessa avidità di avere un po di più, ed ecco un giro di troppo e non si sfugge più. Poche spirali ancora e l’impatto è inevitabile. Distruttivo.
Scampato per fortuna, non certo per bravura, distendo i piedi, abbasso le luci, solo poche note, amiche e a me note, basse nel volume e nella tonalità. Potenti e penetranti il sub le preme sul torace come un massaggio cardiaco. Solo un distillato può accompagnare questo viaggio di ritorno, solo lui può imporre il suo stile e dettare i tempi come un timoniere: i tempi, le battute, il ritmo, decide lui.
Leggere e distanti olfazioni, inutile e doloroso cercare di scoprire tutto e subito, non concede piu di ciò che vuole, e nemmeno terrà nulla per sé.
Piano.
Una fetta di mela, la sua buccia, quella di una pera e poi un assaggio.
E’ il momento.
Appena un cucchiaino da caffè, lo premi contro il palato per qualche secondo; sei, sette, otto, nove, eh si, l’hanno fatto bene! Deglutisco e il colpo di reni arriva: un esplosione in bocca, la sensazione non è caustica, non ho magma in bocca, ma il sole d’agosto in riva a un lago di montagna. Quella mela sembra d’averla masticata. espiro e tutto è diverso, diversa la luce, la sua percezione, il calore scorre dall’interno, mi ricorda di avere un corpo, la sensazione di essere vivo. Ora la dolcezza e la suadenza della vaniglia, la pastosità delle caldarroste, un pizzico di tabacco conciato.
Il tempo passato a farmi apprezzare il presente, a farmi sognare il futuro.
Un futuro che vivrò e non un passato che deve ancora venire.

Primitivo

La mia distanza dalle stelle

la mia distanza dalle stelle

Non posso recensire questo libro, La mia distanza dalle stelle, mio, uscito nel 2010, pubblicato a pagamento (ahimè, la pubblicazione a pagamento è un errore di cui ci si pente, sempre).

Il titolo La mia distanza dalle stelle mi è saltato addosso durante un concerto di Cristiano De Andrè in cui cantava Amico Fragile di Fabrizio.

Il breve libro è il racconto di un quindicenne nobile soprattutto d’animo, uno che ama scrivere, che nonostante tutto ama la sua famiglia, i suoi amici, uno che ama, insomma e non si vergogna a confessarlo nelle sue parole.

Terapeutico perché? Per una volta dovrebbero dirlo i lettori, io posso dire che terapeutico è stato scriverlo, perché è stato il mio primo vero tentativo di costruire una storia, di dare un senso ai personaggi grazie ai miei valori, alle mie esperienze, alle mie visioni di passato, presente, futuro. Terapeutico perché ci sono finita dentro, anima e corpo, e ne sono riemersa migliore.

Ho pagato per pubblicarlo, è vero, me ne vergogno, ma non mi vergogno di averlo scritto, anzi la storia di Niko Baldini è preziosa, leggera, profonda.

Vi lascio le parole della quarta di copertina, non mie.

<A volte ci si sente estranei anche a se stessi. A volte è come se dentro di noi convivessero (in maniera non sempre pacifica) due persone diverse: chi “dovremmo” essere per assecondare le regole della nostra famiglia, e chi “vorremmo” essere per buttarci con incosciente curiosità alla scoperta del mondo. È questa antitesi irrisolvibile che spinge Ludovicomaria Baldi Sempini, un ventenne con nobili discendenze, splendida educazione e ottimo portafoglio, a mettere a nudo le proprie “memorie”. Il risultato è un flusso di coscienza, uno scorrere di pensieri racchiusi in un linguaggio fresco e ironico, che cela delusioni, debolezze e rabbia. Uno sfogo, insomma, perché spesso esplicitare i propri sentimenti rende più semplice comprendere che sono le persone di cui ci circondiamo, che amandoci e proteggendoci, o facendoci soffrire e allontanandoci, ci rendono quello che siamo e ci spingono, in fondo, a essere delle persone migliori.>

Giuliana

PS: Il libro non si trova più in commercio, ne ho ancora io qualche copia, se vi incuriosisce e vorreste scoprire se davvero è terapeutico, contattatemi qui: info@mytherapy.it

Scrivere fa bene

Devo mettere in questo foglio una storia.
Pensieri, immagini, emozioni che non si toccano e che spesso non so descrivere devono essere tradotti in un linguaggio, in modo da comunicarli e rendere altri partecipi.
Non agisco più solo le mie emozioni, ma mi fermo, ci rifletto, le prendo in mano, le ordino sulla mia scrivania, le organizzo in modo da tradurle poi su carta per temi o per data o per contenuto.
Attraverso la grammatica e le sue regole do forma e spazio e contenitore a pensieri e emozioni.
Un’emozione gigantesca trova un luogo sicuro dove potersi sfogare senza far danni e va a finire che se la trovo scritta in una pagina me ne distacco un po’, la leggo meglio, ne divento consapevole e va a finire che se l’emozione, o il comportamento ad essa legato, è negativo oltre a staccarmene un po’ l’abbandono, addirittura.
Scrivere fa bene, dunque.
Poi c’è chi raccomanda di non farne uso smodato e solitario, perché occorre l’esperto terapeuta che “contiene” l’elaborazione cognitiva di quanto su carta appena espresso.
Io vi dico invece, scrivete smodatamente e soli (difficile arrivare al nocciolo di sé in compagnia).
D’altro canto alcune tra le più belle scritture di tutti i tempi sono conseguenti a un dolore, a un conflitto interno e sono sicura che certi signori autori si sono sentiti meglio, ad opera finita.

Scrivete, dunque!

Scrivere è Benessere