Correre incontro alla vita

Del perché corriamo ( io & il mio condominio chiassoso)

barefooting
Ho desiderato correre per la prima volta da anoressica. Ma non sapevo di essere anoressica e non sapevo di non riuscire a
correre. Questa seconda faccenda è divenuta evidente dopo …3 MINUTI.
Già….avevo corso per 3 MINUTI…Io e i miei 40 kg avevamo realizzato il “volo del tacchino” di gucciniana memoria.
Ovvio che l’anoressia ti presenta il conto…ed il conto è portarti appresso questa sensazione mai del tutto sopita di essere un ospite indesiderato allo spettacolo della tua stessa esistenza. E poi…qualche dente in meno, anni di mestruo farmacologicamente indotto e qualche centinaio di lire investite in psicoterapia. Ci ho messo anni a realizzare perché in 3 minuti mi sentivo morta, senza forze, senza possibilità di correre e quasi manco di camminare. Ci ho messo anni a prendere da una parte me e il mio chiassoso condominio interiore e votare all’unanimità che “Basta sciopero della fame. Basta sciopero di qualsiasi fame”.
Quando ho iniziato a riprender peso, e a sostenere il peso di aver preso peso, la voglia di correre si è riaffacciata.
Sono stata anche io una di quelle con la prima tutaccia informe e con le scarpe da passeggiata della domenica. Sono stata anche quella dei giretti di pista : 1,2…3……………4………………cinquemosmettononglielafaccioarrivoaseisperiamononmivedanessunoinquestostatopietoso.
A sei ci sono arrivata col tempo. Col MIO tempo. Col mio tempo interiore forse più che col tempo che ci avrebbero impiegato le gambe, i muscoli, il corpo.
Mi sono arrotolata improbabili tutone perché crepavo di sudore e, alla fine, correvo come una appena scesa da cavallo, gambe larghe, per tutto il risvoltone che avevo sulle ginocchia.
Mi sono annusata le ascelle attraverso le t-shirt di cotone di Superman e del Che, non potendo credere di puzzare tanto.
E mi sono sentita stanchissima, sgarrupata, spettinata, inadeguata, fragile, ridicola e felice.
Felice.
Io, quando corro, mi sento sempre felice.
Ormai sono così, felice, da quattro anni.
Non sono migliorata molto….rimango una pippetta.
Ma sono una pippetta felice.
E quando corro (e spesso corro!) mi porto appresso tutto quello che sono stata: corro con la bambina derubata dei suoi primi anni.
Corro con la ragazzetta formosa che si reggeva le tette durante l’ora di ginnastica. Corro con la tipa dei 40kg che non sapeva più che fare. E corro con la stramba creatura che sono oggi.
Ecco perché corro: non più per scappare, ma per andare incontro alla vita con tutto/e quelle che sono!

Ilaria

La prima gara

dal web

dal web

Ho solo pensato di dire “ma io che ci faccio qui”.
Era un contesto molto accogliente e mi sono sentita addirittura a mio agio, ero stata poco prima abbondantemente abbracciata da una compagna della squadra a cui mi sono iscritta pochi giorni fa, mi veniva ampiamente da ridere a guardare questa gente che fa sul serio e io e le mie due amiche sembravamo aver bussato a una palestra chiusa. Cercavo costantemente tra la gente il mio amico alto, quello che ha fatto si che oggi ero li vestita così e quello che avrebbe dovuto accompagnare questa novizia della corsa, incoraggiandola e impedendomi di andare ad asparagi. Ogni volta che lo cercavo lui c’era da qualche parte, quindi ero tranquilla, con la mia fatina Galadriel e Gigi e i luoghi che conosco e le mie care scarpe e le mie gambe, in movimento da poco più di un anno. Poi c’era mio marito in bici coi miei figli, e se ci sono loro tre in vado come un treno.
Il momento della partenza mi ha sorpreso mentre pulivo il moccolo a mio figlio, per dire.
Faceva un gran caldo.
Gigi ha sempre chiacchierato delle corse, della gente, dei panorami, sembravamo passeggiare se non fosse che io ansimavo e evitavo buche alla mia caviglia malandata e scoprivo con orrore ogni salita dietro una curva. Faceva bene attenzione a dirmi quando scendevamo sotto ai 5.30, il resto del tempo parlava d’altro, mentre io ansimavo.
Le gambe hanno tenuto fino ad un certo punto, poi è stata solo una questione di tigna.
Il caldo e le salite mi hanno impedito lo sprint che di solito mi viene voglia di fare alla fine, di solito me ne resta ancora un po’, oggi l’avevo finita da un pezzo la benzina.
All’arrivo ho intravisto i miei figli e ho rubato la loro acqua, con poca lucidità.
Poi è stato bello.
La gente stanca e sudata, molti solo sudati e per niente stanchi, il lago di Piediluco sullo sfondo, tutti sorridenti, io compresa, e non perché Gigi mi ha detto “all’arrivo sorridi”, l’arrivo era già molto dietro di me, era il tempo di sorrisi spontanei.
Poi subito tutto alla normalità, la sfiga di mio marito che ha bucato la stessa ruota due volte, il lamento del piccoletto che subito mi voleva venire in braccio, che io manco sapevo se le avevo più le braccia e soprattutto se le mie gambe avrebbero tenuto il peso di entrambi, il “ti posso dire una cosa?” di mia figlia, che solo un po’ intimidita da tutta quella gente sparsa, aveva comunque molto da raccontarmi.
Una bella fatica, a dirla tutta, ma acqua e tè, che non sono mai stati così buoni, hanno rimesso quasi tutto a posto. Si, va bene, le mie gambe mi hanno giurato vendetta e gridano di fermarmi, ma io ho appena salito le scale di casa correndo, quindi alle mi gambe non diteglielo, ma potrei prenderci gusto.

E’ solo l’inizio

foto dal web

foto dal web

Era un scricciolo verdino e pieno di bolle sul viso, in una culla dietro a un vetro, cucciolo d’uomo che già aveva rischiato di morire, con una mamma ancora sofferente e un papà grande capo apache.
Oggi è più alto di me.
La sua adolescenza se la gestisce in modo atipico.
La sera va a letto presto, massimo alle dieci.
Non si concede certi lussi culinari, né alcolici, fa un sacco di sacrifici perché è cresciuto affogando il muso in certi piatti di pasta che facevano spavento, a lui piace mangiare, fa sacrifici enormi perciò.
Lui è un atleta.
Lui, poi, è un esteta. Non è che si può uscire in allenamento vestito così, come capita. E no. Fa parte dell’essere un professionista nell’anima questa sua attenzione alle appendici della bicicletta, così accuratamente gestita, composta, coccolata, pulita, conservata.
Quasi come, amandola, anche lei lo amerà e lui farà meno fatica, in gara.
Lui è un ciclista.
Soffre in salita, soffre il caldo, ma quel giorno che è tornato a casa con una coppa gigantesca, più grande di lui, ricordo bene i suoi occhi cosa dicevano: non finisce qui, questo è solo l’inizio.
Tra un po’ inizia il campionato.
La sua famiglia è tentata dal seguirlo in ogni dove, rischiando di caricarlo troppo d’aspettative (perché lui è un atleta, esteta, ciclista … che sa emozionarsi).
O restare a casa, aspettando notizie telefoniche, aspettando poi i suoi racconti puntuali, al ritorno (perché lui è uno che racconta ogni chilometro, ogni cambio di pendenza, ogni curva più stretta, ogni cartello stradale, ogni filo di vento sorpassato).
Io, che posso dirgli io, qui, io che non sono mai stata una sportiva, io che al massimo running therapy lottando con la fatica immane, io che non sopporto la fatica, solo per quel po’ di benessere psicofisico del dopo-fatica.
Che posso dirgli.
Niente.
Gli dedico un pezzo della homepage, a lui e alla sua nuova squadra.
In bocca al lupo, Giammarco, sii anche tu mytherapy.

Insight

Non pensi ad altro che a correre e ad arrivare ad un certo km o a un certo albero o a terminare la salita o solo a veder l’orologio che scatta l’ora.
Il fiatone e le gambe che cominciano a stancarsi ti danno alla testa, ti stanno in testa e non riesci a pensare ad altro.
Funziona così, nei processi di problem solving.
Tu sei li a scervellarti per trovare una soluzione, una frase, un titolo, una qualsiasi cosa e non ne esci, i tuoi pensieri percorrono sempre gli stessi sentieri e il tuo problema resta intatto.
Poi, mentre cucini, mentre ridi con tuo figlio, mentre parli con gli amici, mentre corri, ti si aprono nuove strade mentali, l’intuizione prende il posto del ragionamento vero e proprio, vedi tutto sotto un riflettore a luce diversa, mica conta più o meno luce, conta una diversa luce che ti fa mettere insieme elementi che sembravano scollegati.
Il titolo di una canzone o di un film, il nome di quella che ho incontrato stamattina che non mi viene ma ce l’ho sulla punta della lingua.
Per trovare un insight bisogna sgombrare la mente, liberarla da certi legacci antipatici, pensare ad altro, costringerla a rilassarsi.
Io non ci riesco per lungo tempo, io rimugino, la mia mente è un frullatore che mescola sempre tutto il diverso possibile, senza logica.
Il tempo più lungo in cui riesco a rilassare la mente è quando corro (a dirla tutta anche quando guido o, meglio, quando guida mio marito e io guardo fuori).
Il mio corpo affaticato si prende tutta l’attenzione e un sacco di questioni perdono il primo piano.
Una scrittrice una volta mi disse “ci ho scritto i libri correndo”, io questo no, perché per certe attività mi ci vuole proprio di star ferma, ma un sacco di belle idee le ho rincorse e prese al volo, questo si.