Riflessioni semi-logiche sulla scrittura

Da alcuni giorni rifletto sulla scrittura.

Terapia o fatica?

Entrambe, da diversi punti di vista.

Scrivere può essere terapeutico, soprattutto per chi non è abituato, perché aiuta a guardarsi dentro, a focalizzare emozioni ed agire grazie a questa nuova chiarezza. E’ tutta la vita che scrivo per comprendermi e pure per capire le cose del mondo. Mi siedo. Prendo un foglio, una penna, qualche volta un foglio elettronico, e via, parole in un flusso di coscienza liscio come l’olio.

Poi mi succede di scrivere perché sogno di scrivere e di non far nessun altro lavoro per vivere, mica per essere famosa, ma per avere il tempo lavorativo scandito solo da parole da mettere in fila, cercare, cambiare, aggiustare, cancellare, frasi da tirare fuori col bisturi dai labirinti che ho dentro, scrivere insomma, storie o recensioni di libri, come faccio qui a My Therapy. Ecco che scrivere non è più una terapia.

Scrivere è una fatica, dice una scrittrice che ho conosciuto grazie a questa mia mania di recensire libri terapeutici (Daniela Farnese). Non ho dubbi che lo sia, come ogni lavoro creativo che sottosta alle regole e alle scadenze del mondo.

Scrivere è una fatica anche solo come concetto, perché per quanto mi riguarda, parecchie volte al giorno, diventa frustrazione. Scrivere è ciò che rincorro tutto il giorno, è tempo sacro in cui sudare e faticare perché le parole vengono mica dall’anima, ma dall’esercizio, dalla logica e dallo studio; scrivere è insieme tempo privilegiato perché efficace per l’autostima e l’autorealizzazione. Scrivere, tuttavia, non è il mio lavoro, anzi mi sembra, in certe giornate buie come l’asfalto, che sia una perdita di tempo.

Vado per i 42 e ancora a rincorrere sogni?“, questo me lo dico io.

Non conosco nessuno che vive di scrittura“, questo me lo dicono gli altri e quando non lo dicono lo pensano.

Così chiudo i computer e i quaderni, metto via le penne e le matite, mi impongo di continuare solo a leggere e scrivere giusto qualche recensione perché credo molto nella libroterapia, basta scrivere, basta sognare, piedi per terra e ai fornelli a preparare la cena.

Sto giusto un paio d’ore senza scrivere, ma pensando continuamente che dal momento in cui ho appeso la penna a chiodo mi sono del tutto snaturata. Mentre mi contorco in queste riflessioni dolorose, suonano alla porta: il corriere mi porta quei sette libri comprati via internet (Erri De Luca e poco altro). Parole magiche da cui trarre parole da scrivere, parole non soltanto da leggere.  Attraverso il corriere l’Universo mi manda a dire che le parole, da leggere e da scrivere, sono importanti per la mia vita e non devo rinunciarci.

Allora riprendo la penna e i quaderni, felice di ritrovare me stessa.

Eppure. I bambini, la casa, i pranzi, gli allenamenti di sciabola, le piscine, le feste di carnevale e dei compleanni, il vaccino al cane, i panni da lavare, i panni da asciugare, i panni da riposizionare, i letti, i bagni, la polvere, i libri del corso di sommelier, dai, mi dico, dopo aver compiuto i miei doveri di mamma, casalinga, lavoratrice solo d’estate, mi metto a scrivere, ma il tempo non basta mai. Ed è subito sera, anche se mi pare brutto scomodare Quasimodo per la quotidianità senz’anima.

Lampi di lucidità mi attraversano e ogni tanto sono consapevole del fatto che, se non ritaglio da sola i miei tempi sacri e se non legittimo me stessa per il tempo che passo scrivendo, non posso scrivere, non posso sudare lacrime e sangue, non posso sognare. Ma sono solo lampi di lucidità soltanto. Il resto è frustrazione, è la voce della lavatrice che mi chiama dal piano di sotto.

Frustrazione semi-logica mista a consapevolezza. Salvezza e fatica nera. Identità e testa tra le nuvole. Speranza senza alternative.

Ecco scrivere cos’è.

Lavoro legittimato o no, non ci posso rinunciare, che l’Universo lo sappia e mi mandi presto un altro corriere, per favore, grazie.

Giuliana

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