Molto forte, incredibilmente vicino

Molto forte, incredibilmente vicino
Jonathan Safran Foer
2005

 

È incredibile come certi libri ti prendano per mano e, dopo la confusione inziale, ti portino dentro la storia, dentro al dolore, da Hiroshima, alle bombe su Dresda, all’11 settembre, quando il padre di Oskar muore nell’attentato alle torri.

Oskar è un bambino di 11 anni e sembra proprio vero, imperfetto, gentile, intelligente, sofferente, creativo in tutti i suoi modi per elaborare il lutto, indimenticabile, come la storia, ricca di dettagli, anche macabri, di dolore, di un lutto sperimentato da tutti i punti di vista.
Senza dubbi il libro è bellissimo, originale, ben costruito, ma tutto questo dolore della Storia raccontata dal punto di vista del singolo, se questo singolo è un bambino, può risultare insopportabile.

Davvero un dolore molto forte, incredibilmente vicino.

Leggere a volte mi strapazza il cuore e mi domando che fine abbia fatto quel mio talento di azzeccare il libro giusto al momento giusto.

 

Quel segreto era il buco al centro di me stesso dove cadeva ogni felicità.

 

Mi piacciono gli abbracci,la ricomposizione, la fine della mancanza di qualcuno.

 

Mi sono sentito incredibilmente vicino a ogni cosa nell’universo, ma anche straordinariamente solo.

 

Pensare a lei è la cosa più bella che mi è rimasta!

 

C’erano cose che volevo dirgli. Ma sapevo che gli avrebbero fatto male. Così le seppellii e lasciai che facessero male a me.

 

⬇️Ly

Siddharta

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Siddharta è il figlio del brahmino, bello, dal passo garbato e snello, studioso, stimato, amato da tutti, fortunato.
Eppure inquieto, con lo spirito assetato, scontento, non gli bastano i bramini, non bastano i samara, perfino Buddha non basta.
Siddharta vuole scendere dentro se stesso, non vuole dottrine, vuole trovare la verità solo attraverso se stesso.
Soffre e sperimenta, guarda il mondo con diffidenza, si trova da solo, cerca la sua patria in questo mondo, attraverso il suo corpo.
Fa esperienza anche dell’amore corporeo, del commercio, degli affari.
D’un tratto la rivelazione dell’Om gli fa capire la pochezza delle cose di mondo, quanto effimero sia il piacere dei sensi, gli agi della vita, la ricchezza dovuta al commercio, i cibi che gli fanno ingrassare il ventre.
Capisce qual è stata finora la sua malattia: il “non saper amare nulla e nessuno”.
Poi quando incontra l’amico di una vita gli rivela che “l’amore, o Govinda, mi sembra di tutte la cosa principale”.
Siddharta ci insegna a riappropriarci di noi stessi, a vedere il mondo attraverso i nostri occhi, a viverlo attraverso il nostro corpo, tutto come una unica entità, come un respiro solo, al suono dell’Om, della perfezione.
Ci insegna il valore dell’ascolto profondo, della meditazione, dell’attenzione al presente, per il raggiungimento della felicità e della pace interiore.
Nelle sue pagine tutto ci parla, perfino il fiume.
Un fiume che fa da spartiacque tra due vite di una stessa persona, un fiume che ride, che deride, che ascolta, parla e insegna.

Siddharta, 1922, è un romanzo di Hermann Hesse enormemente famoso, ma non è un libro facile.
Parla di noi stessi e della nostra natura profonda e divina e non lo capiamo se non siamo pronti a capirlo, a capire noi stessi.
Io non so se l’ho capito, a dirla tutta.
So che la prima volta che lo lessi, al liceo, una vita in trasformazione fa, non mi piacque nemmeno un po’.
Oggi, in questa nuova trasformazione di me stessa, lo trovo uno dei libri migliori che io abbia avuto tra le mani, uno di quei gioielli che faccio fatica a lasciare perché non ho trovato ancora un posto abbastanza speciale.
Siddharta è mio fratello, mio amico, mio compagno di irrequietezze e di ricerche.
Qualcosa ho trovato, viva il cielo: un altro spirito assetato.

Giuliana