Il diario di Mr Darcy

Se avete amato Orgoglio e Pregiudizio, il romanzo del 1813 di Jane Austen, se grazie ad esso avete sognato, se vi siete pettinati i grovigli dell’anima grazie a questa storia che parte da orgoglio e pregiudizio e arriva all’amore, c’è modo di continuare a farlo, leggendo Il diario di Mr Darcy, scritto da Amanda Grange, edito da Tre60 e pubblicato nel 2013, in occasione del bicentenario dell’uscita del libro della Austen.

E’ la stessa intensa, emozionante storia, raccontata dal punto di vista di lui, il ricco tenebroso altero Fitzwilliam Darcy, sempre serio e taciturno, che si svela, quasi dalle prime pagine del suo diario, un’anima elegante e appassionata.

Lo stile di scrittura ricalca con efficacia quello della Austen, questa scrittura d’altri tempi che evoca atmosfere ottocentesche, in luoghi e atteggiamenti di nobiltà, in tempi e società dove le difficoltà dell’epoca sono tutte riassunte nella descrizione della sconveniente Mrs Bennet, dove la purezza d’animo e la bontà delle intenzioni è raccontata dalla delicatezza della visione di Darcy.

C’è modo di amare ancora di più quello che in Orgoglio e Pregiudizio appare come un imperscrutabile personaggio: sappiamo che non è arrogante e superbo come sembra, ma le sue parole nel diario ci svelano come, neanche troppo lentamente, cambiano i suoi sentimenti, conosciamo la sua fatica di resistere a un sentimento che si fa forte malgrado la sua volontà.

C’è modo di concedersi all’adorazione senza riserve di Elizabeth Bennet, cosa che avevamo fatto già nella versione originale, ma Elizabeth vista con gli occhi di Darcy è davvero quell’incantevole, decisa ragazza che non accetta compromessi e che, con la sua determinazione, con quella visione chiara delle cose di mondo, fa esplodere all’esterno il temperamento passionale e intimo di Darcy.

Amanda Grange spesso usa i dialoghi e le espressioni della Austen, è interessante e divertente leggere Il diario di Mr Darcy con la copia di Orgoglio e Pregiudizio a portata di mano; inoltre la Grange ci regala un po’ più di storia, ci racconta anche i primi tempi del matrimonio di Elizabeth e Fitzwilliam, il che equivale, come un po’ tutta la lettura, a un sogno che continua un altro po’.

Vi è mai capitato di svegliarvi con un sogno bellissimo ma lasciato a metà e di aver esitato ancora un po’ nel letto per tentare di continuarlo?

Ecco, Il diario di Mr Darcy soddisfa straordinariamente questo bisogno.

Sognate ancora un po’ con Il diario di Mr Darcy!

Giuliana

My Therapy is a Book 🌼

Che tu sia per me il coltello

Che tu sia per me il coltello è un libro del 1998, scritto da David Grossman (l’autore di Qualcuno con cui correre).

Un uomo, Yair, scorge in un gruppo di persone una donna che lo colpisce nell’anima e comincia a scriverle, una vera e propria scrittura terapia sotto forma di lettere indirizzate alla donna, lunga tre quarti di libro, in cui l’uomo si rivela nel profondo, tralasciando in parte la quotidianità, spesso costruendo storie e immaginazioni che però sono reali nella misura in cui parlano esattamente di quello che l’uomo prova.

L’ultimo quarto del libro è dedicato invece alle parole di lei, che rendono chiaro il motivo per cui l’uomo si è lasciato trasportare dalla sua immagine e ha preso a scriverle: lei, Myriam, è una donna meravigliosa, lei è intrisa di sofferenza e coraggio, lei, con la sua semplicità e autenticità, è davvero il coltello con cui Yair scava dentro di sé per far emergere i lati bui e guarirli.

Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso.

Che tu sia per me il coltello è un romanzo epistolare unico nel suo genere, intimistico, immaginativo, curativo nella scrittura ma anche nella lettura.

Leggendolo, infatti, mi è venuto in mente Proust che diceva:

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.

Non ho amato molto il personaggio di Yair, anzi mi ha a tratti addirittura indispettito. Mi sono domandata cosa ci fosse in lui a darmi così fastidio, ho riflettuto molto su me stessa e mi sono data delle risposte, seguendo la tecnica di marzulliana memoria.

Concludendo, il libro non mi è piaciuto molto, nonostante sia uno dei libri meglio recensiti, ma è stato davvero terapeutico, è stato letteralmente un coltello con cui scavare e tirare fuori emozioni e comprensioni, una vera e propria libroterapia scritta in forma evocativa, ricca di suggestioni emotive.

Giuliana

“Ti prego solo di non andartene, perché se te ne vai ora non fai più ritorno. Fuggirai oltre i confini del mondo e non vorrai ricordarti di quello che è iniziato qui, tra me e te, quando l’anima si apre così, lentamente e con dolore, verso un’altra persona. Non smettere di scrivere, aggrappati alla penna con la forza che ti è rimasta. Stai tremando per lo sforzo, ma continua a scrivere, affondando in me le tue radici. Non avere paura. Nemmeno di quel pensiero che hai fatto un milione di anni fa, o due giorni fa, quando avresti voluto risvegliarti senza memoria, dopo un incidente o un intervento chirurgico, ricordando a poco a poco, la tua storia e la mia per raccontarla a te stesso, dall’inizio senza sapere, nemmeno per un momento, se in quella storia tu sei l’uomo o la donna. Vorrei che tu potessi ricordare come ci si sente quando si è donna, e come ci si sente quando non si è né uomo né donna. Solo “essere”, prima di tutto, prima delle definizioni, dei pronomi personali, delle parole e dei generi. Forse in questo modo, potresti anche arrivare, quasi per caso, alla possibilità primordiale di essere me.”

 

Paula

Paula è un libro che parla di dolore e serve a superare il dolore.

Paula è un libro che ho letto vent’anni fa, quasi alla sua uscita al pubblico.
Nonostante i vent’anni, é un libro che è rimasto vivido nei miei ricordi, un dolore letto e empaticamente vissuto che è ancora intatto.
Oggi che sono madre non potrei rileggerlo.

Paula è un libro autobiografico, scritto da Isabel Allende quando sua figlia, Paula, malata di porfiria, entrò nel coma che in un anno la condusse alla morte.
La scrittrice rimase tutto il tempo al fianco della figlia, piangendo, soffrendo e scrivendo della loro storia, del grande amore di una madre per sua figlia, dell’immenso dolore, che si può solo immaginare tanto è contro natura, di una madre che vede morire sua figlia.

Ricordo che alla fine, pur conoscendo il finale, piansi con dolore colmo di empatia, attraverso quelle parole così autentiche, semplici e profonde, terribili e bellissime, un racconto che inizia con la voglia di morire, con il buio di un tunnel che non sembra mai finire, con un dolore che, come una coltre, copre tutto il resto .

Il racconto è stato una terapia per la scrittrice.

Scrivendo, piangendo, ricordando l’amore mai risparmiato, si è intravista la luce, la vita che andava comunque vissuta; il dolore messo all’angolo del cuore, lì dove può essere conservato per sempre, non ha impedito di rialzarsi in piedi, di ricominciare a camminare per il mondo e attraverso la vita, che ha riservato ancora cose belle, cose positive, nonostante tutto.

Il libro va letto una volta nella vita.

Un libro difficile e doloroso, un libro sulla morte, sul dolore e un libro che nonostante tutto è un inno alla vita, un libro profondo, che serve a scavare nell’anima e nel potere dei ricordi, non è da tutti la disponibilità a soffrire per guarire, a riconsiderare il passato, la scrittrice l’ha fatto, non aveva altra scelta, scrivere è stata la sua arma contro il buio del tunnel, alla fine del quale ha capito che aveva perso la figlia, ma le restava l’amore.

Com’è semplice la vita, in fin dei conti… In quell’anno di supplizi avevo rinunciato a poco poco a tutto, prima mi ero separata dall’intelligenza di Paula, poi dalla sua vitalità e compagnia, infine doveva venire il momento del suo corpo. Avevo perso tutto e mia figlia se ne andava, ma in realtà mi restava l’essenziale: l’amore. In ultima istanza l’unica cosa ho è l’amore che le do.

La lettura di Paula ci fa sentire impotenti di fronte ai misteri della vita, ma potenti rispetto ai nostri sentimenti, siamo in grado di sopravvivere anche nelle tragedie più devastanti.

La sua lunga agonia mi aveva offerto una rara opportunità di riconsiderare il mio passato. Per un anno la mia vita si era fermata completamente, non c’era nulla da fare, solo aspettare e ricordare. Piano piano avevo imparato a vedere le trame della mia esistenza e ero posta le domande fondamentali: che cosa c’è sull’altro versante della vita? Ci sono solo tenebra, silenzio e solitudine? Che cosa rimane quando non ci sono più desideri, ricordi o speranza?

 

Giuliana Benessere a portata di libro

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Tu, mio

Tu, mio

In Tu, mio, Erri De Luca, 1998, tutto fa presupporre a una estate spensierata.

Un ragazzo di sedici anni, un’isola campana, le atmosfere e i profumi del mare, la famiglia, la libertà, la pesca da imparare, il cugino grande che lo fa stare nella compagnia dei grandi, una ragazza della stessa età che cerca quel ragazzo cittadino, che comunque presto si abitua a stare scalzo, a guardare in faccia il sole senza protezioni.

Poi arriva Caia.

Il ragazzo scopre che non è rumena come vuole far credere, ma ebrea. La guerra è finita da poco e lei evita di ricordarla specificando le sue origini e la sua storia. Cela il suo vero nome, che è Hàiele, ma il ragazzo lo scopre, i due si avvicinano, lui, grazie a lei, trova in sé dei gesti sconosciuti, una voce diversa, un affetto di padre che ha perduto la figlia, il ragazzo è un luogo di incontro, l’amore non nasce ma si rinnova, l’amore non è scontato, l’amore è anche quello che poi fa salire la rabbia per le ingiustizie.

Guagliò, che brutta carogna è a guerra“.

Le parole di Erri De Luca fanno bene, anche quelle pur delicate, ma terribili, come una memoria che si vuole cancellare, memoria di vicende del passato, di cui non siamo responsabili, un passato così orribile di cui però siamo complici se facciamo finta di niente, se vogliamo dimenticare, facendo gli stessi gesti disumani nei confronti delle persone di un’altra razza, di un’altra nazione, di un altro colore di pelle, di un’altra religione.

La memoria è terapia, guarisce il mondo dai mali del passato.

Tu, mio è libroterapia.

Giuliana

Cabaret mistico

cabaret mistico

Quando mi sono stancato di partorire opere che erano soltanto uno specchio del mio ego, ho abbandonato l’arte per due anni“.

Comincia così Cabaret mistico di Alejandro Jodorowsky, e già fa da terapia facendo riflettere sul proprio ego, sul proprio stare nel mondo e sul modo di relazionarsi agli altri; poche parole bastano per riflettere sull’essere e sull’apparire e sulla necessità di cambiare il mondo.

Non posso cambiare il mondo, però posso cominciare a farlo“.

Come si cambia il mondo?
Si parte ridimensionando il proprio ego, riuscendo a comprendere che non siamo il centro del mondo, si prosegue con la visione spirituale di noi stessi, degli uomini, di tutto ciò che appartiene a questo pianeta, infine si utilizza la “risata salvifica“, si cerca la saggezza nell’arte letteraria più umile, la barzelletta, in cui affonda l’inconscio collettivo, il senso critico, la filosofia naturale.

L’umorismo ci aiuta ad allargare il nostro punto di vista, a creare il nostro Dio interiore, quello che vive nel nostro inconscio e non nell’alto dei cieli, un Dio che è dentro di noi e che crea e distrugge le nostre cellule, che trasforma le nostre esperienze in Coscienza Sublime, che consola le nostre sofferenze, che ci insegna ad amare tutte le creature.

Dice Jodorowsky, “Questo essere intimo deve essere il nostro modello. Giorno dopo giorno ci inventiamo la nostra realtà, quindi possiamo anche inventarci la nostra divinità“.

Possiamo creare la nostra realtà, e la nostra divinità, ricercando la luce sacra nelle barzellette, sapendo che “se cambiamo i nostri pensieri, cambieremo il mondo“.

Tra una barzelletta e una storiella zen, ho trovato delle intuizioni che mi hanno fatto un gran bene; mi è capitato questo libro tra le mani proprio quando stavo facendo una riflessione con me stessa sul mio bisogno di approvazione altrui, sulle mie insicurezze, sulle maschere che metto per sentirmi più forte e per farmi dire brava.
Leggo Jodorowsky che dice:
Sovente, non sapendo chi siamo, per vivere con gli altri indossiamo una maschera che corrisponde a quello che essi credono che noi siamo“,
oppure
Uno non è obbligato a giustificarsi, può avere tutti i “difetti” che vuole. Non importa quello che gli altri pensano di lui, ma quello che lui pensa di se stesso“.

Impegnata com’ero a ascoltare il giudizio altrui, mi scordavo di ascoltare il mio.

Impegnata com’ero a lamentarmi, mi perdevo le positività della mia vita.
Se ci alimentiamo di pensieri negativi insozzeremo il mondo con pensieri negativi. Siamo ciò che mangiamo, mangiamo ciò che siamo. Se ci nutriamo di Coscienza, offriremo Coscienza al mondo” e, udite udite, la Coscienza si può raggiungere solo con la meditazione.

Impegnata com’ero a costruirmi per il futuro, mi perdevo il presente.
Quel che vogliamo essere, lo siamo già“.

Impegnata com’ero a raggiungere la perfezione, perdevo la grazia.
Ricercare l’eccellenza significa fare quel che si deve fare al meglio“.

Impegnata com’ero a fuggire la realtà con la letteratura e vivendo con la lettura le vite altrui, mi allontanavo da me stessa (insomma a volte va bene fuggire la realtà, è terapeutico, purché non ci si dimentichi di se stessi).

E’ un libro per chi ha bisogno di ridere, per chi si ammala piuttosto che ammettere di non ricevere abbastanza amore, è il libro che contiene la risposta giusta da dare ai genitori che si chiedono perché i bambini dicono tante bugie (“Per formarsi bene, il bambino deve ricevere un giusto sguardo da parte dei suoi genitori. Essi devono vederlo come lui è e non come vogliono che sia“), è un libro per chi è confuso e non sa che strada prendere (l’occhio interiore ci indica la verità), è un libro per chi ha sempre paura (“Quando non hai paura, sei quel che sei“) , è un libro che ci riporta a noi stessi, è un libro per chi cade e non ha la forza di rialzarsi (“La terra su cui cadiamo è la stessa che ci aiuta a risollevarci”).

E’ un libro che ci aiuta ad accettarci così come siamo.

Accettiamo con riconoscenza di essere quello che siamo. Niente da eliminare. Niente da aggiungere.”

Dunque, questa sono io, niente da eliminare, niente da aggiungere.

Giuliana

Cecità

cecità

Cecità, del premio nobel José Saramago, è un libro sconvolgente, che non lascia intatta la realtà del lettore perché scardina la quotidianità, è una descrizione talmente reale che ogni tanto, durante la lettura, si alzeranno gli occhi per verificare se è un’illusione o se davvero gli uomini del mondo sono tutti ciechi, è uno di quei libri che causano batticuore dalla prime pagine fino alla fine, passando per la metà del libro così crudele, così difficile da leggere per una donna.
E’ un libro assurdo e allucinante, bellissimo e durissimo, indimenticabile.

La storia è questa.

Un uomo fermo ad un semaforo all’improvviso diventa cieco, si immerge in una visione lattiginosa che si vedrà essere poi contagiosa. Un uomo in apparenza buono si offre di accompagnarlo a casa, si vedrà essere poi il ladro della macchina. Diventerà cieco anche lui. Il primo cieco si reca dal medico con la moglie e tutti, il medico, il primo cieco, i pazienti in attesa del medico, tutti diventeranno ciechi e si ritroveranno in una inutile e drammatica quarantena, in un ex manicomio, sostenuti soltanto dalla moglie del medico che si finge cieca per seguire il marito, ma si vedrà poi essere l’unica vedente rimasta al mondo.

Gli occhi della moglie del medico ci raccontano una realtà cruenta, odori nauseabondi di una umanità senza più vergogne, pudore, speranze, resta solo il male, gli uomini che sfruttano altri uomini, tutti ciechi ma tanto trovano il modo di abusare, uccidere, sfruttare.
Resta solo il male.

No, non solo il male, restano anche gli occhi della moglie del medico, il suo cuore grande, il suo immenso coraggio, che piano prende con sé il suo gruppo e lo conduce alla salvezza.

C’è un pessimismo di fondo in questo libro, dicono alcuni.
Non è certamente un libro facile, da prendere alla leggera, la narrazione che trasforma i dialoghi in un flusso di pensiero molto coinvolgente, fa si che ci si possa immedesimare, si smette di respirare per la paura e per non sentire la puzza, si arriva in fine col cuore in mano e le lacrime agli occhi, ma poi c’è sollievo, il premio per non aver mai perso la speranza, per essersi presi cura di chi aveva bisogno, di chi era in difficoltà e si lasciava trasportare dall’onda della miseria.

Si resta con la spiacevole sensazione della brutalità atavica dell’uomo, che privato della vista e dei condizionamenti della civiltà, tende a diventare una sorta di animale preoccupato solo di reperire il proprio sostentamento, anche a discapito di altri poveri derelitti, come lui.

Ma a proposito di animali.
Un animale c’è, fedele, non di peso, asciuga le lacrime.

A questo punto sarei curiosa di leggere commenti sul seguito di Cecità, ossia Saggio sulla lucidità.
Come per Il buio oltre la siepe non sono disposta a mettere in discussione la nobiltà e la vita stessa dei personaggi di Cecità, quindi non leggerò il seguito.

Giuliana

Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo

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La vita non è soltanto il lieto fine di una storia d’amore.
La vita è il mare da attraversare e da abbracciare, il mare che è acqua selvatica, di sotto è vuoto scatenato e precipizio.
La vita è una donna violentata che caccia dal suo corpo il figlio dell’assassino, la vita è un bambino che muore in grembo alla madre, in mezzo a un mare che avvolge in un rotolo di schiuma la foglia caduta dall’albero degli uomini.
La vita è un giorno di maggio del novantanove a Belgrado, il cielo pieno di bombe e l’unica contraerea, l’unico salvacondotto sono le pagine del libro di Hölderlin.
La vita è un viaggio in cui tener da conto le gocce d’acqua e, nel caso qualcuno dovesse rimanere senza casa, non c’è da mordersi le mani né da imprecare, perché a quel qualcuno bastano le storie e alle storie basta lui.
Con lapis e quaderno posso scrivere pure quando gela
l’inchiostro nella penna.
E’ stata la porzione a me assegnata,
eredità che non si può ricevere e lasciare.
Di questo sono fatto, di pagine sfogliate
e poi riposte.
La vita, tuttavia, per alcuni è un viaggio di sola andata.
Devi tornare a casa. Ne avessi una, restavo.

In queste righe che vanno troppo spesso a capo come le chiama l’autore, Erri De Luca, ma che a me sembrano pura poesia, di quella che smuove le segrete stanze dell’anima e fa tirar fuori la testa da sotto la sabbia, c’è tutta questa vita descritta con la solita semplicità di terra e insieme profondità di mare.
Non senza speranza.

L’umanità sarà poca, meticcia, zingara
e andrà a piedi. Avrà per bottino la vita
la più grande ricchezza da trasmettere ai figli.

Grazie erri, sempre.

Da leggere nel caso si abbia un intenso bisogno di poesia, di commozione, di uno stimolo per guardare in faccia la vita, appunto, anche a suon di musica (Solo andata, Erri De Luca, Alessandro Gassman”

Giuliana

La macchina del tempo esiste già

la macchina del tempo esiste già

La macchina del tempo esiste già, di Francesco Pomponio (l’autore di Soave sia il vento), Diamond Editrice, è un libro per chi si annoia e vede sempre tutto uguale e non riesce a scorgere il senso più ampio delle cose, della vita.

I racconti, molti dei quali seguono il filo della stessa narrazione, sono dissacranti e irriverenti, scardinano la sacralità delle nostre credenze comuni sulla vita, sorprendono con l’alternanza di realtà nuda e pura fantascienza, stupiscono con l’ascolto di storie narrate da un insospettabile punto di vista.

E’ un libro pieno di malinconia, che però scuote dall’apatia, ci sono anche alcuni lieto fine, a cui a dirla tutta nemmeno i personaggi credono davvero, né credono ai “buchi luminosi che riempivano il cielo” e fanno bene perché il cielo cambia, ora è questo terreno, l’attimo dopo è di un pianeta alieno, in cui c’è sempre vento e l’estate è solo tiepida.

E’ un libro che non lascia indifferenti, così potente che mi ha indotto un sogno di quelli a cui non sono abituata. Intanto va detto che sogno poco, o meglio, ricordo poco i miei sogni, però come quello di stanotte non me ne erano mai capitati, non sto a dirvi i dettagli, ma ho passato un paio di giorni isolata in un albergo con mio figlio, mentre il mondo aveva a che fare con un attacco alieno. Ricordo le luci sulle nuvole e una sostanza tipo gesso che pioveva dal cielo, poi il rifugio in un albergo in toscana e la preoccupazione per il resto della mia famiglia, ma la sicurezza che sarebbe andato tutto bene.

Giuro che avevo mangiato poco la sera prima, è tutto effetto di La macchina del tempo esiste già.

Giuliana

Madame Bovary

madame bovary
Madame Bovary è il primo romanzo di Gustave Flaubert che fece scandalo per la tendenza all’adulterio della protagonista.
Certo non possiamo liquidare Emma con un “adultera” e basta.
Emma è una donna della società piccolo borghese profondamente insoddisfatta della sua vita, vorrebbe vivere un appassionato amore romantico, cerca la vita emozionante dei balli e invece passa le sue giornate in solitudine, aspettando il marito, un ufficiale sanitario di periferia senza ambizioni, che non è nemmeno dottore e si accontenta di avere accanto la sua donna e non vuole altro.
L’universo per lui finiva con l’orlo di seta della sua gonna”, per Charles Bovary, Emma era “come una polvere d’oro sparsa lungo il piccolo sentiero della sua vita” , lei invece “cercava di sapere che cosa volessero esattamente dire nella vita, le parole felicità, passione ed ebbrezza, che le erano sembrate tanto belle lette nei libri”.
Emma leggeva Balzac e George Sand “cercandovi appagamenti immaginari alle sue bramosie personali”, di cui però non sapeva parlare: “come parlare di un malessere vago, che muta d’aspetto come le nuvole, che turbina come il vento? Le mancavano le parole, l’occasione, l’ardire”.
Emma Bovary, “abituata agi aspetti calmi delle cose, cercava invece quelli movimentati. Dotata com’era di temperamento più sentimentale che artistico, cercava emozioni e non paesaggi”, ma chiusa com’era nella sua vita noiosa di provincia, non ne trovava, nemmeno trovò emozioni nella sua bambina Berta, il personaggio forse più drammatico dell’intera storia, una bambina non voluta, Emma voleva un maschio perché riponeva nel sesso maschile tutte le sue possibilità di riscatto (molta strada aveva da fare la donna per riscattarsi davvero!).
Madame Bovarycome i marinai in pericolo, girava occhi disperati sulla solitudine della sua vita cercando lontano qualche vela bianca tra le brume dell’orizzonte”, scorse le sue vele in due uomini, Rodolph e Leon, coi in quali tradì il marito, ma per i quali si rovinò l’anima, il cuore, le finanze, la vita intera.
Ella credeva che l’amore dovesse arrivare all’improvviso, con fragori e folgori; uragano dei cieli che cade sulla vita, la sconvolge, strappa via le volontà come foglie, e trascina all’abisso il cuore intero”.
Nell’abisso Emma finì davvero, ma non riesco a giudicarla negativamente, non la giudica nemmeno Flaubert con la sua eleganza, il suo realismo, la ricercatezza delle parole.
Provo per Emma una grande tenerezza, piccola donna mai cresciuta, invaghita dei suoi sogni d’amore, senza speranza, senza logica, senza adattamento, solo piena di voglia di cambiare, ma che non riuscirà a realizzare. Vorrebbe essere protagonista della sua vita, vorrebbe ribellarsi al suo mondo che la mette all’angolo, ma non sa come fare, è sola con le sue passioni e non saprà fare altro che mettere fine alla sua vita con l’arsenico rubato al farmacista, che è senza dubbio il personaggio più sgradevole che io abbia mai incontrato nelle mie letture.
Non mi piacciono i finali così drammatici, ma non dimenticherò mai Madame Bovary e ogni volta che mi sentirò senza speranza, reagirò in nome suo, portandola con me nelle mie vittorie.

“Che c’è di meglio, infatti dello starsene la sera accanto al fuoco con un libro, mentre il vento batte ai vetri della finestra e la lampada arde? – replicò Leon.
Non è vero? Disse Emma, fissandolo coi suoi grandi occhi neri spalancati.
Non si pensa più a nulla – egli continuò – le ore passano. Pur rimanendo immobili, si gira in paesi che par proprio di vedere, e il pensiero, avvinghiandosi alla finzione, si diletta nei particolari o segue il filo delle avventure. Si mescola ai personaggi; ci appare che noi stessi palpitiamo sotto i loro abiti.
E’ vero! È vero – diceva lei.
Le è capitato mai – riprese Leon – di ritrovare in un libro un’idea che abbiamo già avuto vagamente, un’immagine incerta che torna da lontano, come l’esposizione completa del nostro sentimento più sottile?”

Giuliana

Come il fiume che scorre

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Come il fiume che scorre” non è il più bel libro di Coelho, probabilmente, a tratti un po’ scontato e persino farcito di miele e un po’ di buonismo, che in questi giorni di scorpacciate non è il massimo.
Eppure sono contenta di averlo avuto tra le mani, quel giorno al mercatino dell’usato, perché se era li mi stava aspettando e aveva un po’ di cose da dirmi e notizie da darmi.
Ho trovato degli spunti interessanti in un momento in cui mi decidevo a prendere decisioni non consone alla mia attività prevalente, scrivere sognando, sognare di scrivere, vivere scrivendo.
Il libro inizia con una confessione che Coelho fece a sua madre quando aveva 15 anni: voleva fare lo scrittore. La madre cercò di farlo desistere, gli disse fai il medico oppure l’ingegnere e puoi anche scrivere libri, ma lui non ne volle sapere e fece una ricerca per dimostrarle che in effetti lo scrittore era proprio ciò che voleva fare, essere. Tra i vari punti che redasse per leggere alla madre mi piace trascrivere questi:
-“Uno scrittore non si pettina mai
-“Per una metà del suo tempo, è arrabbiato contro tutto, per l’altra metà è depresso“.
Ciò mi ha dato la spinta ad arrivare fino alla fine della lettura.
Durante la lettura ho trovato un racconto che parla di pace (Il momento dell’aurora), consigli pratici per smettere di sentirsi inutili (Un giorno qualsiasi nel gennaio 2005), un racconto che parla di miracoli (Nhà Chica di Baependi), un racconto per la propria leggenda personale (Lo statuto del nuovo millennio), molti riferimenti del Manuale del guerriero della luce, consigli per viaggiare diversamente (Viaggiare in maniera diversa), il calendario magico di Norma e le cose buone, l’importanza di seguire il proprio ritmo e di credere nell’impossibile, persino alcune preghiere, perché poi ognuno ha il suo modo di pregare e di essere vicino all’infinito.

Ecco cosa auguro agli amici di My Therapy: pace, sentimenti di utilità, miracoli, una strada più o meno certa per compiere la propria leggenda personale, viaggi, la realizzazione dei desideri, preghiere e canzoni per sentirsi vicino all’infinito.

Buon anno!

Giuliana Pitti

Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza

Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza

In questa Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, Luis Sepulveda ci spinge con un linguaggio semplice e poetico, a molte riflessioni sulla vita, sulla natura, sulle relazioni, sul significato della nostra vita in relazione agli altri, sulla unicità di ogni persona, sull’importanza del rispetto del ritmo di ciascuno.

C’è questa lumaca senza nome che un nome lo vuole, e vuole scoprire il motivo della lentezza delle lumache e non si accontenta di spiegazioni superficiali, vuole scendere in profondità, verso il nucleo vero delle cose.

Così se ne infischia letteralmente di ciò che pensano le altre lumache, dei loro giudizi negativi, e sceglie di andare per la sua strada per scoprire ciò che vuole scoprire, e per avere un nome; d’altra parte persino la pioggia che cade ha un nome, si chiama “pioggia”.

Incontrerà un gufo: “Il ricordo di quegli alberi che non ci sono più mi pesa così tanto che non posso volare“. Uno che rinuncia così non è attendibile, così la lumaca senza nome non si farà bastare la spiegazione del gufo: “Sei lenta perché hai sulle spalle un gran peso.”

Continua il suo viaggio “lentamente, molto lentamente” finché incontrerà qualcuno che davvero le farà aprire gli occhi, la lumaca capirà molte cose, anche il senso della sua lentezza. E avrà finalmente un nome.
Dopo aver compreso l’importanza della lentezza, la nostra lumaca con il suo nuovo affascinante nome, metterà davvero in pratica l’insegnamento e salverà gran parte degli animaletti del prato dalla mano asfaltatrice dell’uomo.

Un paio d’ore di lettura e avrete la possibilità di vivere la vostra vita col vostro tempo, lento o veloce, ma il vostro.

Grazie lumachina dal bel nome, grazie Sepulveda, e viva la lentezza!

Giuliana

“La mia lentezza è servita a incontrarti, a farmi dare un nome da te, a farmi mostrare il pericolo, e ora so che devo avvertire le mie compagne.”

 

Altri libri terapeutici di Luis Sepulveda: Il vecchio che leggeva romanzi d’amore

Pezzettino

pezzettino

Pezzettino” è un pezzo di qualcuno? Ma di chi? Se lo chiede, piccolo ma testardo, un quadratino arancione, e lo chiede e tutti coloro che incontra, ma questi sono già tutti completi e Pezzettino non sa davvero da chi andare per completarsi, per sentirsi un “tutto“.
Il Saggio lo manda nell’isola Chi-Sono, dove Pezzettino farà una bella scoperta: la sua identità.

Dedicato a tutti coloro, bambini o adulti, che si chiedono “chi sono davvero“.

Parole semplici, belle illustrazioni per una favola di Leo Lionni, datata (1975) ma efficace.

Giuliana

Guardate qui, c’è la lettura del libro completo:

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Il peso della farfalla

il peso della farfalla

Il peso della farfalla” è un libro da leggere a novembre, quando si sente “calare la saracinesca dell’inverno” e in montagna “si fiuta la neve prossima“.
Un libro da leggere quando ci si accorge di essere “tra un tempo scaduto e uno sconosciuto“.
Un libro che rende consapevoli del fatto che “in natura non esiste la tristezza” e persino il re dei camosci muore con fierezza, senza tristezza.
Il re dei camosci.
Forza, furia e grazia scatenata“.
Vento vestito di zampe e di corna, vento che sposta le nuvole e spazza le stelle” e scandisce il tempo presente, di cui l’uomo tendenzialmente non capisce niente.
L’uomo non sa stare nel presente“.
Il presente, a volerlo capire, è tutto nell’improvviso peso della farfalla.

Forse è questo il segreto dei libri di Erri De Luca, quella chiave poetica che mi apre porte nel cuore, l’attenzione al presente senza mai nominarlo, il presente, giusto in questo libro se ne parla esplicitamente, è il re dei camosci e l’uomo che muore sotto il suo peso che ci insegnano, tra le righe, il valore del presente.
Il peso della farfalla” è l’inno alla supremazia della natura, per quanto l’uomo si affanni non riuscirà mai ad essere all’altezza del re dei camosci.

Confermo quel che ho scritto in Il più e il meno, che sarà pure prosa ma a me sembra poesia.

Un albero solitario ha un recinto invisibile, largo quanto l’ombra da poggiare intorno. Prima di entrarci, tolgo i sandali. Mi stendo alla sua luce.

Vado spesso da solo, sono della specie del cirmolo e non dell’abete“.

La solitudine è un albume, la parte migliore dell’uomo. Per la scrittura è una proteina“.

L’eleganza dei movimenti per lui è una necessità. Non è mai goffo un albero, nemmeno quando crolla per il ferro del boscaiolo“.

Gli alberi di montagna scrivono in aria storie che si leggono stando sdraiati sotto“.

Grazie Erri, ancora.

Giuliana

 

Il più e il meno

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Quando ho ascoltato Erri De Luca dal vivo in Salento, l’ho sentito parlare della sua prosa come lontana dal concetto di poesia, per lui le poesie sono soltanto “righe che vanno troppo spesso a capo”.
Lui dice di scrivere prosa.
Tuttavia, io credo, anzi sento, che nella sua prosa ci sono dei versi, ops, delle frasi, che toccano il cuore, la parte più profonda dell’anima, il più intimo Sé, usando poche parole, metafore, immagini così nitide che quasi sembrano una poesia.
Dopo aver recensito Montedidio, Il giorno prima della felicità, La parola contraria, è abbastanza chiaro: ho un debole per Erri De Luca.
Che poi, che frase è “ho un debole”, piuttosto posso dire che i suoi libri mi danno una gran forza, la forza delle parole che hanno un peso e un valore e non vanno pronunciate a casaccio, che vanno rispettate e che devono portare rispetto, che una volta dette non possono essere ritirate. Le parole che sono “il più prezioso arnese degli oppressi“.
Quindi “ho un forte” per Erri De Luca.
In “Il più e il meno” De Luca ripercorre il più della sua vita, tra Napoli e i lavori da manovale in giro per il mondo, le lotte, l’indipendenza di pensiero, i suoi genitori, i libri, le parole.
Sono ricordi struggenti di una vita vissuta senza risparmiarsi mai, senza nascondersi, col volto in alto verso il cielo, perché se si guarda in basso non si vedono le stelle e nemmeno si nota se tante volte dovesse capitare un angelo a guidarci.
Il meno che resta da vivere ha questo sapore di autenticità, di lotta contro le ingiustizie, di arrampicata su una parete, con le mani che aggrappano e tirano su il corpo, che la fatica non è inutile perché lassù, in vetta, c’è la vertigine del vuoto, non il vuoto sotto ma quello che si apre sul cielo.

Quel giorno in Salento esitavo a dirgli il mio nome da scrivere sul libro poco sopra la sua firma.
Lo guardavo negli occhi e gli volevo dire grazie. Gli avrei voluto dire un sacco di cose, ma un grazie potente sarebbe bastato.
Non ho mai letto nessuno, né sentito parlare di questa potenza che hanno i libri nella costruzione di una vita migliore.
Mi vengono le lacrime agli occhi tutte le volte che parla di libri, e per questo un grazie al volo, poi, gliel’ho detto.
Oggi un grazie che vola lo dice anche My Therapy.

Grazie, Erri.

Giuliana

Green Autobiography

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Green Autobiography” di Duccio Demetrio è un libro che racchiude in sé tutte le mie passioni degli ultimi tempi:
– è una piacevole lettura
– è un invito alla scrittura terapeutica
– è una dichiarazione d’amore alla natura, ai boschi, ai prati, al mare, ai cieli, alle montagne.

Dopo averlo letto già da tempo, mi accingo oggi a scriverne e a invitarvi a leggerlo.

Cominciamo col dire che “la scrittura non ci separa dalle cose, ma ci offre la sensazione di farne parte“, così scrivere che è così importante di per sé per tanti motivi (protegge dal declino delle facoltà cognitive, esercita la memoria, è uno strumento di introspezione potentissimo, ci offre una pausa meritata), se diventa green ci offre molti strumenti in più.

Sono le parole che creano l’alleanza tra natura e uomo, che creano un legame di rispettosa consapevolezza, di coscienza e riflessione.

Scrivere green, scrivere in natura, della natura, è un modo per dare ai luoghi della natura una voce, ma è anche acquisire una immediata sensazione di benessere dal paesaggio che contempliamo, ci fa esercitare alla contemplazione costante, lungo tutta la nostra vita, cosa che ci rende meno apatici rispetto a tutto ciò che incontriamo nel nostro cammino, ci invita a distogliere la nostra attenzione dalle chat sul telefono e a guardarci intorno e a scoprire ciò che è natura anche in città.

Scrivere è raccontarci con entusiasmo, è un lavoro di mente che riconcilia col passato, salva le storie di chi abbiamo incontrato, scrivere non per pubblicare ma scrivere “in primo luogo per me!“, per sviscerare memorie e sentimenti in assoluta libertà, ciò ci rende consapevoli di quel che siamo, di quel che vogliamo, della strada che vogliamo percorrere. “La scrittura è elevazione di coscienza” e non dobbiamo dimenticare mai che “L’avere coscienza è un privilegio“.

La scrittura è dunque un pretesto per farci capire che la natura, “musa ispiratrice di sentimenti“, ci fa stare meglio, è una cura. La natura a sua volta è un pretesto per scavare dentro e conoscersi: è una cura!

Due cure, scrittura e natura, al prezzo di una, al prezzo di un libro ricco di spunti e di citazioni (c’è anche il bellissimo brano dal libro di Rovelli che trovate qui Sette brevi lezioni di fisica).

Green Autobiography” è un invito a scrivere e ad amare la natura.
Un saggio senza paroloni ma pieno di poesie e di poesia.
Una lettura ottima per ogni stagione, che offre metodi, maestri e un consiglio prezioso, che io ho già interiorizzato da un pezzo: “la felicità è in una penna“.

Buone scritture!

Giuliana

Furore

Furore
Furore, di John Steinbeck (1939) è il racconto del viaggio terribile attraverso Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona, fino in California, affrontato dalla famiglia Joad, costretta a lasciare casa e terra a Sallisaw per cercare un avvenire, diventando immigrata nella sua stessa nazione.
Sono i tempi della Grande Depressione, c’è un mezzadro che “è un tutt’uno con la sua terra, ne è parte integrante”, poi però arrivano le trattrici ai comandi delle Banche. “Strariparono le strade, invasero i campi, penetrarono dappertutto, strisciando come dinosauri dotati dell’incredibile forza degli insetti”. Il governo, invece di appoggiarsi su chi lavora la terra, “appoggia il margine del profitto”.
Famiglie intere sono costrette a cercare il futuro via dalle proprie terre.
La famiglia Joad diventa errante, nomade, cerca di vincere la fame, di non morire e di stare al mondo dignitosamente.

Il nobel per la letteratura Steinbeck arriva al cuore con questo suo scrivere elegante e poetico.
Ecco il giorno. Sembra d’argento”.
… distinse chiaramente il sospiro e il respiro del fuoco”.
… fichi che si tengon chiuso il fiore nel cuore”.
… e vide nei suoi occhi riflesse con le stelle anche le nuvole nere”.
La sera mi coricavo sulla schiena e contemplavo le stelle. Al mattino contemplavo il levar del sole; a mezzogiorno contemplavo la pianura dalla sommità d’un poggio; al tramonto osservavo il sole sparire. Ogni tanto continuavo a pregare come prima, ma non riuscivo più a capire a chi rivolgevo le mie preghiere, ed a qual fine le pronunciavo. C’era il sole, c’eran le stelle, la pianura, le colline, e tutto era parte di me: si era una cosa sola. Ma questa cosa era sacra”.

Quel che bisognerebbe fare, nella vita, per superare le difficoltà del vivere è scritto qui, in questa meravigliosa storia, tragica eppure piena di speranza.

furore
Rispettare il legame ancestrale con la propria terra, che una volta lasciata ci snatura, ci rende estranei a noi stessi, ma se si cura con valore ci rende noi stessi.
Ci ho pensato bene, tutta la notte. Questo è il mio paese. Io son di qui. Me ne frego degli aranci e dell’uva. Io non vado via. Questa terra non è più buona, lo so, ma è la mia terra. Voialtri andate pure. Io resto”.

Dare senso al NOI.
Da soli non abbiamo senso.
Da soli non sopravviviamo.
Bisogna aiutarsi l’un l’altro”, perché il Noi è la salvezza, da difendere con la forza.

I personaggi sono meravigliosi.
Mamma Joad da oggi ha il posto d’onore tra le figure femminili dei libri del mio cuore.
“Ma più balsamica che la gioia era la calma che palesava. LA famiglia sapeva di poter contare sull’imperturbabilità della mamma. E dall’alta, umile posizione che occupava in casa, ella aveva derivato dignità, e una nitida, calma bellezza. Dalle loro funzioni risanatrici le sue mani avevano derivato sicurezza, freschezza ed efficienza. Nelle sue funzioni di arbitro ell’era diventata remota ed infallibile come una dea. Si rendeva conto che se vacillava lei la famiglia tremava; se lei tentennava o disperava, la famiglia crollava.”

E poi Tom.
All’inizio esce di prigione e sembra un delinquente qualunque.
Poi lentamente nella narrazione appare sempre più un personaggio bellissimo: saggio, come quando dice all’uomo con un occhio solo di darsi una smossa, buono, che non capisce che bisogno c’è di uccidere una biscia che attraversa la strada, mediatore con le ire e la sfiducia di uno dei fratelli.

Se di libri perfetti ne esistono, Furore è uno di essi.

Se ci fosse qualcuno di chi ci governa in ascolto, Furore sarebbe per lui.

Se ci fosse qualcuno che perde la speranza, Furore è il libro adatto.

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Giuliana 

 

 

Lo strano caso dell’apprendista libraia

LO STRANO CASO DELL’APPRENDISTA LIBRAIA, Deborah Meyer, è un titolo molto bello, una copertina meravigliosa, ma una storia un po’ scontata. Ho trovato persino un paio di refusi che da Garzanti non ti aspetti. Esme, la protagonista, sembra una nuova Bridget Jones, che ci racconta come si fa mettere i piedi in testa dall’uomo più odioso del mondo, mentre persone vere e storie autentiche si snodano dentro una piccola libreria, località Brodway, New York.

Speravo meglio, ma ci sono diversi spunti “terapeutici”, chiamiamoli così, in fondo, in ogni libro è nascosto un capolavoro, bisogna solo saperlo trovare.

Intanto sono d’accordo con la nostra apprendista libraia quando dice

“A cosa serve lo spazio se non lo riempi di libri?”.

E’ terapeutico circondarsi di libri, profumi e storie che danno spessore alla nostra di storia e che fanno la differenza tra noi e uno sciocco, e infatti è citata la frase della Tempesta di Shakespeare in cui Calibano, volendo rubare la magia di Prospero, si raccomanda di togliergli prima tutti i libri: “senza libri è uno sciocco come me”.

Poi ad un certo punto Esme, l’apprendista libraia, rischia di perdere il bambino che ha in grembo.
“Non ho dolori. Rimango più ferma che posso. Cerco di farmi a coppa, a culla, di essere forte e gentile e fare spazio dentro di me per permettergli di essere, di continuare a vivere. Cerco di mantenere il mio bambino in vita inondandolo d’amore”.

Questa è una frase “terapeutica” per coloro che hanno vissuto questo momento, questa incertezza, che hanno camminato sull’orlo di questo burrone spaventoso, qualcuna si è salvata, portando con sé il bambino, qualcun’altra si è salvata, ma il bambino no e per queste ultime, la frase di Esme è una condivisione di dolore e paura che fa stare meglio, appena un po’ meglio, perché non ci si sente sole.

Ne parla ancora un po’, Esme, alle pagine 250, 251 e 254 e non vi nascondo una parziale mia commozione data da una ferita cicatrizzata, ma non dimenticata. Ma questo è un argomento che affronteremo più avanti .

Non è esattamente un libro che parla di libri, però la libreria, che fa da sfondo alla storia, sembra quasi un rifugio per le tempeste della vita e questo è il consiglio più importante che ne esce da questa lettura.

Andate, rifugiatevi in una libreria, essa vi ricompenserà.

Giuliana

 

Storia di una ladra di libri

storia di una ladra di libri

Storia di una ladra di libri (Markus Zusak) è un altro di quelli che appena finito dici, non ne troverò mai uno bello così.
Una scrittura esaltante, straordinaria, e una storia piena di tutto quel che vi viene in mente, la Morte, la Vita, l’Amore, il Dolore, la Forza di Reagire, il Coraggio, la Famiglia, la Paura, la Fame, il Sorriso, l’Amore per i Libri, il Potere delle Parole, la Pietà, l’Orgoglio, la Follia, la Guerra e poi la Pace.

E’ la Morte che racconta la Storia di una ladra di libri, ambientata in Germania ai tempi del nazismo, quindi una morte indaffarata, eppure pietosa, che raccoglie le anime prendendole in braccio, impietosa allo stesso tempo, perché se è il momento è il momento, è una Morte che parla per ben 562 pagine, stancandosi solo un po’ alla fine, una Morte che fa anche le battute e relativizza il suo ruolo inevitabile nella giostra della vita.

Ci si diventa quasi amici, con la Morte.
Non parliamo di Liesel Meminger, la ladra di libri, che diventa come una di casa, un personaggio che non potrò mai dimenticare e che non vi voglio descrivere nemmeno un po’ per non togliervi il gusto di scoprirla poco a poco e imparare ad amarla.

Mi sono lasciata le ultime 30 pagine per il silenzio dell’una di notte, mi sono detta, se c’è da piangere non sembrerò una pazza, e ho fatto bene: sono pochi i libri così pieni di tutto che, anche una volta chiusi e appoggiati lontano, anche una volta rannicchiata sotto le coperte, trovano il modo di continuare a farmi piangere.

Una storia che fa piangere, è vero, ma è una storia bellissima, piena di tutto, un antidoto al vuoto di certe esistenze, a certe inappetenze dell’anima, all’insoddisfazione, alla noia.

Una storia talmente coinvolgente che ad un certo punto ero lì con Liesel, in cantina a scrivere, e poi subito dopo nel vuoto di una città bombardata e addolorata.

Una storia utile per parlare ai ragazzi degli anni dal 1939 al 1945, non per forza certe storie vanno studiate sui libri di storia, con la nostra ladra di libri entriamo dalla porta principale in quel mondo, ci salviamo perché è solo un libro, ma portiamo con noi certi ricordi drammatici che solo una lettura così terapeutica ci regala.

Una storia che narra del potere salvifico delle parole, da leggere e da scrivere.

Il mondo sarebbe migliore se si leggesse e si scrivesse di più.

Il mondo sarebbe migliore se tutti leggessero Storia di una ladra di libri.

La misura della felicità

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“La misura della felicità”, Gabrielle Zevin, ecco un altro libro che parla di libri, un po’ come Una piccola libreria a Parigi.
Una scrittura veloce e senza fronzoli mi ha permesso di leggerlo in fretta, di amare i personaggi, le loro storie, i loro difetti, i loro amori e, non lo nascondo, mi ha concesso di sperimentare la mia solita empatia.
Ho singhiozzato a tratti.
Poi sono tornata nella storia, così come i personaggi hanno continuato a vivere, così come la libreria ha continuato ad esistere.
E’ la vita.
Si nasce, si cresce, si vive a tentoni e si muore e chi resta continua a vivere a tentoni, calibrando le proprie azioni in base alla propria misura della felicità.
In questa vita, nessun uomo è un’isola, nessun uomo si deve fermare come un’isola, si va, si viene, si torna.
Meglio se con un libro in mano, meglio se parlando con persone che parlano di libri, che leggono libri. Che a forza di leggere libri gli vien voglia di scriverne, di libri.
Purché di libri si parli.
Purché si scelga un libro come terapia.

Nelle mie brevi riflessioni, qui a My Therapy, do per scontato che abbiate conoscenza dell’argomento del libro di cui vi parlo, che abbiate letto già da qualche parte la sinossi.
Vado subito al succo.
Mi perdonerete, se non siete d’accordo con questa scelta.
Potete cercare su google “sinossi la misura della felicità”, un po’ come faceva il nostro A.J. di questo libro che cercava su google persino come si cambiano i pannolini a una bambina di due anni.
Ne leggerete il riassunto e poi tornate qui, se avete voglia, per capire il motivo per cui “La misura della felicità” va letto.
Perché bisogna aprire le porte del proprio cuore, e lasciarle aperte.
Qualcuno verrà a lasciare qualcosa, nel momento in cui saremo pronti a prenderla.

“Cosa, in questa vita, è più personale dei libri?”.

“A.J. annuisce, ma non crede nelle azioni casuali. E’ un lettore, dunque crede nella struttura. Crede che esista una narrazione”.

“Tutto quello che ti serve sapere di una persona lo capisci dalla sua risposta alla domanda: Qual è il tuo libro preferito?”.

“Il tempo che passo a leggere è il tempo in cui imparo a scrivere meglio”.

“Talvolta i libri non ci trovano finché non è il momento giusto”.

“Le librerie attirano il giusto tipo di persone. E mi piace parlare di libri con persone a cui piace di parlare di libri. Mi piace la carta. Mi piace la sensazione della carta, e mi piace sentire il peso di un libro in tasca. Mi piace anche l’odore dei libri nuovi”.

“Un posto non è un bel posto senza una libreria”.

Giuliana

Donne che corrono coi lupi

Proviamo a festeggiare la donna in modo non scontato.
L’8 marzo non è un giorno di festa, è un giorno di lutto per donne sacrificate e vittime.
L’8 marzo deve essere un giorno di presa di consapevolezza del potere della Natura Selvaggia, della Psiche Istintiva, perché NESSUNA DONNA, MAI PIU’, SIA SACRIFICATA E VITTIMA, lo dico ad alta voce, urlando persino.
Ho il libro giusto, ovviamente.
E’ un libro che ho in giro per casa da quasi un anno, in attesa di una recensione che sia alla sua altezza, ma poi ho capito che anche le migliori parole non renderanno giustizia a questo saggio, romanzo, insieme di racconti e esortazioni.
Dunque questo articolo non è una recensione di “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estés.

E’ un invito a leggerlo, a tutte le donne che oggi si festeggiano, a quelle che non sanno cosa si festeggia, a quelle che soccombono, che si rassegnano, che parlano con un filo di voce, a quelle che camminano a testa bassa sotto il peso di una vita che non hanno capito, a quelle donne che sanno di doversi curare l’anima da sole, ma non sanno come fare.

Ecco un valido aiuto, questo libro, anche per le donne soddisfatte di sé e che comunque devono sempre allenarsi a correre coi lupi, ad esprimere la Donna Selvaggia, a vivere col cuore e senza riserve.
La vita, per la donna, è un allenamento.
Ecco dunque alcuni consigli alle donne, me compresa, che vogliono essere felici:

1) Esercitatevi ad ascoltare la voce interiore, seguite ciò che vi suggerisce l’intuito, esso è espressione della Psiche Istintiva, di quella parte più vera, più “natura”, che non sbaglia mai.
2) Ponetevi domande, siate curiose, come delle bambine
3) Vedete quel che si vede, non negate l’evidenza, non nascondetevi sotto la sabbia
4) Ascoltate quel che si ascolta
5) Agite in base a ciò che sapete essere vero
6) Curate un giardino, avvicinatevi alla natura, perché ciò che accade a un giardino può accadere all’anima
7) Accendete il fuoco della vostra parte creativa e alimentatelo
8) Quando è tempo è tempo, quando è ora di prendervi il vostro spazio e il vostro tempo, dite “vado” e andate.

E ricordatevi, ricordiamoci, ricordati tu piccola donna dai grandi occhi verdi che dai luce alla mia vita:

Non cedete. Non cedete. Fate il vostro lavoro. Troverete la vostra strada. Alla fine del racconto, i cigni, prima che l’anatroccolo si riconosca in loro, lo riconoscono come uno di loro“.

Andate e lasciate che le storie, ovvero la vita, vi accadano e lavorate queste storie dalla vostra vita, non quella di qualcuno altro, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso finché non fioriranno, finché non fiorirete.
Questo io spero. Questa è l’opera. La sola opera
“.

Giuliana