La prima gara

dal web

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Ho solo pensato di dire “ma io che ci faccio qui”.
Era un contesto molto accogliente e mi sono sentita addirittura a mio agio, ero stata poco prima abbondantemente abbracciata da una compagna della squadra a cui mi sono iscritta pochi giorni fa, mi veniva ampiamente da ridere a guardare questa gente che fa sul serio e io e le mie due amiche sembravamo aver bussato a una palestra chiusa. Cercavo costantemente tra la gente il mio amico alto, quello che ha fatto si che oggi ero li vestita così e quello che avrebbe dovuto accompagnare questa novizia della corsa, incoraggiandola e impedendomi di andare ad asparagi. Ogni volta che lo cercavo lui c’era da qualche parte, quindi ero tranquilla, con la mia fatina Galadriel e Gigi e i luoghi che conosco e le mie care scarpe e le mie gambe, in movimento da poco più di un anno. Poi c’era mio marito in bici coi miei figli, e se ci sono loro tre in vado come un treno.
Il momento della partenza mi ha sorpreso mentre pulivo il moccolo a mio figlio, per dire.
Faceva un gran caldo.
Gigi ha sempre chiacchierato delle corse, della gente, dei panorami, sembravamo passeggiare se non fosse che io ansimavo e evitavo buche alla mia caviglia malandata e scoprivo con orrore ogni salita dietro una curva. Faceva bene attenzione a dirmi quando scendevamo sotto ai 5.30, il resto del tempo parlava d’altro, mentre io ansimavo.
Le gambe hanno tenuto fino ad un certo punto, poi è stata solo una questione di tigna.
Il caldo e le salite mi hanno impedito lo sprint che di solito mi viene voglia di fare alla fine, di solito me ne resta ancora un po’, oggi l’avevo finita da un pezzo la benzina.
All’arrivo ho intravisto i miei figli e ho rubato la loro acqua, con poca lucidità.
Poi è stato bello.
La gente stanca e sudata, molti solo sudati e per niente stanchi, il lago di Piediluco sullo sfondo, tutti sorridenti, io compresa, e non perché Gigi mi ha detto “all’arrivo sorridi”, l’arrivo era già molto dietro di me, era il tempo di sorrisi spontanei.
Poi subito tutto alla normalità, la sfiga di mio marito che ha bucato la stessa ruota due volte, il lamento del piccoletto che subito mi voleva venire in braccio, che io manco sapevo se le avevo più le braccia e soprattutto se le mie gambe avrebbero tenuto il peso di entrambi, il “ti posso dire una cosa?” di mia figlia, che solo un po’ intimidita da tutta quella gente sparsa, aveva comunque molto da raccontarmi.
Una bella fatica, a dirla tutta, ma acqua e tè, che non sono mai stati così buoni, hanno rimesso quasi tutto a posto. Si, va bene, le mie gambe mi hanno giurato vendetta e gridano di fermarmi, ma io ho appena salito le scale di casa correndo, quindi alle mi gambe non diteglielo, ma potrei prenderci gusto.