Il libraio di Selinunte

Il libraio di Selinunte

Il libraio di Selinunte è una storia scritta da Roberto Vecchioni, pubblicata da Einaudi nel 2004.
Una storia, una favola, una poesia.

C’era una volta uno strano libraio che arrivò nella città di Selinunte.
Non vendeva libri, era strano ve l’ho detto, egli li leggeva a chi era disposto ad ascoltare.

Tuttavia, c’era un solo spettatore che andava di nascosto ad ascoltare, un ragazzino che usciva di sera di nascosto con le scarpe in mano per non far rumore.

Come in parecchi posti del mondo, gli abitanti di Selinunte non volevano quel libraio brutto e diverso, così dopo averlo studiato per un po’, senza mai accoglierlo veramente, lo cacciarono.

Il libraio se ne andò, portandosi dietro i libri e le parole: come in un incantesimo agli abitanti di Selinunte, restarono in effetti le parole, ma senza significato, senza sfumature, senza sentimenti.

Fine della storia.

E in mezzo?

In mezzo le parole da leggere

Il libraio leggeva le parole senza imporle all’ascolto, perché le parole non nascono, non nascevano in quell’autore, per favorire, acchiappare, assecondare, manovrare a piacimento le emozioni del pubblico, stipandole nella gabbia di un unico sentire. Il libraio restituiva le parole a se stesse. La lettura che usciva dalla sua bocca era un’offerta di toni per l’anima: salire, scendere, fermarsi. Salire, restare, risalire. Non una concessione al sentimentalismo, non una lacrima, un grido in più, non una risata, un ammiccamento; niente effluvi di furore, smargiassate, tenerezze.
Leggeva il tempo che dura la parola nel cuore, senza picchi o sbalzi, perché il cuore ha piani sovrapposti e li esprimerebbe salendo e scendendo con metodo dall’uno all’altro se potesse farlo da solo
“.

In mezzo la bellezza:

Non sapevo definirla la bellezza, ma i suoni, gli accenti e poi il senso, possedevano in sé questa istantanea traduzione: bellezza, pensai, è star bene, sentirti pieno di cose e averne altre fuori che ti rivestono perfettamente, senza lasciarti un solo pezzo di corpo scoperto: bellezza è questo vestito che ti senti cucito addosso, soffice, caldo, indistruttibile.”

In mezzo il potere delle parole.

Le parole o sono luci o non lo sono. Luci forti e chiare sono le parole: cose, verità.
La parola ha un seme, nasce e si allunga verso la luce che trova, si spezza, germoglia e muta petali, si adatta al tempo, al clima, si trasforma per sopravvivere; la parola ricorda: ricorda come eravamo, perché siamo, come saremo
“.

Una lettura adorabile, “una favola che parla al cuore e al cervello”, una favola che sembra una poesia.

Una poesia di cui c’è anche una canzone.

Giuliana

Riflessioni semi-logiche sulla scrittura

Da alcuni giorni rifletto sulla scrittura.

Terapia o fatica?

Entrambe, da diversi punti di vista.

Scrivere può essere terapeutico, soprattutto per chi non è abituato, perché aiuta a guardarsi dentro, a focalizzare emozioni ed agire grazie a questa nuova chiarezza. E’ tutta la vita che scrivo per comprendermi e pure per capire le cose del mondo. Mi siedo. Prendo un foglio, una penna, qualche volta un foglio elettronico, e via, parole in un flusso di coscienza liscio come l’olio.

Poi mi succede di scrivere perché sogno di scrivere e di non far nessun altro lavoro per vivere, mica per essere famosa, ma per avere il tempo lavorativo scandito solo da parole da mettere in fila, cercare, cambiare, aggiustare, cancellare, frasi da tirare fuori col bisturi dai labirinti che ho dentro, scrivere insomma, storie o recensioni di libri, come faccio qui a My Therapy. Ecco che scrivere non è più una terapia.

Scrivere è una fatica, dice una scrittrice che ho conosciuto grazie a questa mia mania di recensire libri terapeutici (Daniela Farnese). Non ho dubbi che lo sia, come ogni lavoro creativo che sottosta alle regole e alle scadenze del mondo.

Scrivere è una fatica anche solo come concetto, perché per quanto mi riguarda, parecchie volte al giorno, diventa frustrazione. Scrivere è ciò che rincorro tutto il giorno, è tempo sacro in cui sudare e faticare perché le parole vengono mica dall’anima, ma dall’esercizio, dalla logica e dallo studio; scrivere è insieme tempo privilegiato perché efficace per l’autostima e l’autorealizzazione. Scrivere, tuttavia, non è il mio lavoro, anzi mi sembra, in certe giornate buie come l’asfalto, che sia una perdita di tempo.

Vado per i 42 e ancora a rincorrere sogni?“, questo me lo dico io.

Non conosco nessuno che vive di scrittura“, questo me lo dicono gli altri e quando non lo dicono lo pensano.

Così chiudo i computer e i quaderni, metto via le penne e le matite, mi impongo di continuare solo a leggere e scrivere giusto qualche recensione perché credo molto nella libroterapia, basta scrivere, basta sognare, piedi per terra e ai fornelli a preparare la cena.

Sto giusto un paio d’ore senza scrivere, ma pensando continuamente che dal momento in cui ho appeso la penna a chiodo mi sono del tutto snaturata. Mentre mi contorco in queste riflessioni dolorose, suonano alla porta: il corriere mi porta quei sette libri comprati via internet (Erri De Luca e poco altro). Parole magiche da cui trarre parole da scrivere, parole non soltanto da leggere.  Attraverso il corriere l’Universo mi manda a dire che le parole, da leggere e da scrivere, sono importanti per la mia vita e non devo rinunciarci.

Allora riprendo la penna e i quaderni, felice di ritrovare me stessa.

Eppure. I bambini, la casa, i pranzi, gli allenamenti di sciabola, le piscine, le feste di carnevale e dei compleanni, il vaccino al cane, i panni da lavare, i panni da asciugare, i panni da riposizionare, i letti, i bagni, la polvere, i libri del corso di sommelier, dai, mi dico, dopo aver compiuto i miei doveri di mamma, casalinga, lavoratrice solo d’estate, mi metto a scrivere, ma il tempo non basta mai. Ed è subito sera, anche se mi pare brutto scomodare Quasimodo per la quotidianità senz’anima.

Lampi di lucidità mi attraversano e ogni tanto sono consapevole del fatto che, se non ritaglio da sola i miei tempi sacri e se non legittimo me stessa per il tempo che passo scrivendo, non posso scrivere, non posso sudare lacrime e sangue, non posso sognare. Ma sono solo lampi di lucidità soltanto. Il resto è frustrazione, è la voce della lavatrice che mi chiama dal piano di sotto.

Frustrazione semi-logica mista a consapevolezza. Salvezza e fatica nera. Identità e testa tra le nuvole. Speranza senza alternative.

Ecco scrivere cos’è.

Lavoro legittimato o no, non ci posso rinunciare, che l’Universo lo sappia e mi mandi presto un altro corriere, per favore, grazie.

Giuliana

snoopy

Il giorno prima della felicità

il giorno prima della felicità
Ci si arrampica ovunque per attirare l’attenzione della bambina del terzo piano.
Si vanno a recuperare ovunque palloni della partita di calcio per far parte del gruppo dei più grandi.
Senza paura, perché la paura è timida, esce fuori quando si è soli.
A forza di recuperare palloni si scoprono nascondigli che sono stati la salvezza degli ebrei ai tempi tristi della seconda guerra mondiale.
Nel nascondiglio si scoprono i libri.
Fu così che il ragazzino senza famiglia prese “il  vizio di leggere”.
Il libro “Il giorno prima della felicità” di Erri De Luca è appena cominciato e già ne sono innamorata.
Non devo raccontarvi la storia, trovate il riassunto ovunque.
Devo convincervi che è pieno di poesia e che le parole giuste nelle frasi pettinate vi faranno stare bene.

Il cielo strafottente del settembre del ’43: una tovaglia ricamata ai bordi, fresca e pulita senza una briciola di polvere, una macchia. Turchino fisso: scendi un poco qua in terra cielo cie’, facciamo a cambio, portati là sopra la fetenzia e stendi a terra ‘sta tovaglia tua.”

Finché arriva quella domenica di settembre del ’43 dell’insurrezione di Napoli, quando il vento “non veniva dal mare ma da dentro la città: mò basta, mò basta”, e le persone sono capaci di unirsi e farsi popolo e di cacciare le forze armate tedesche, e liberarsi.

Don Gaetano, il portiere che si prende cura di questo ragazzino senza genitori, gli racconta le storie della guerra, così se diventerà presidente e starà per mettere la firma per fare la guerra, si ricorderà di queste storie narrate e dirà: non firmo.

Presidente io? Non so dire due parole in fila”.
Tu? Perché no? Tu stai a sentire. Questa è la prima qualità di chi deve parlare”.

La seconda qualità potrei dire che è la capacità di non abituarsi alle stelle, come fanno loro malgrado i pescatori che a forza di uscire in mare di notte, nemmeno si accorgono più del cielo.

Davvero poteva un uomo abituarsi a quello? Stare in mezzo alle stelle e neanche scrollarsele di dosso?. Grazie, grazie, grazie dicevano gli occhi per essere li”.

Raccontare è terapeutico, quei racconti di Don Gaetano diventavano ricordi del ragazzo.

Riconoscevo da dove venivo, non ero figlio di un palazzo, ma di una città. Non ero orfano di genitori, ma la persona di un popolo”.

Leggere “Il giorno prima della felicità” è terapeutico, ci scappano anche delle risate: quando la Capa parla delle “cacatombe” che ha visto a Roma, quando la Signora Sanfelice non trova il suo canestro.

Leggetelo e dite se davvero fa effetto!

Giuliana