Lord Byron, la Cascata e un Cane

Lord Byron e il suo cane

Lord Byron e il suo cane

Cosa accomuna Lord Byron, la Cascata e un Cane?

Vi basti sapere che a Lord George Gordon Byron è intitolato uno dei Belvedere della Cascata delle Marmore.
Non un luogo qualunque.
La mia Cascata.
Alla mia Cascata è dedicata una delle sue poesie. Sentite che roba:

 

Rimbombo di acque! Dalla scoscesa altura il Velino fende il baratro consunto dai flutti. Caduta di acque! Veloce come la luce, la lampeggiante massa spumeggia, scuotendo l’abisso. Inferno di acque! là dove queste urlano e sibilano e ribollono nell’eterna tortura; mentre il sudore della loro immane agonia, spremuto da questo loro Flegetonte, abbraccia le nere rocce che circondano l’abisso, disposte con dispietato orrore

e sale in spuma verso il cielo, per ricaderne in un incessante scroscio, che, con la sua inesausta nube di mite pioggia, reca un eterno aprile al terreno attorno, rendendolo tutto uno smeraldo: – quanto profondo è l’abisso! E come di roccia in roccia il gigantesco Elemento balza con delirante salto, abbattendo le rupi che, consunte e squarciate dai suoi feroci passi, concedono in abissi uno spaventoso sfogo

alla poderosa colonna d’acqua che continua a fluire e sembra piuttosto la sorgente di un giovane mare, divelto dal grembo di montagne dalle doglie di un nuovo mondo, che non soltanto la fonte di fiumi che scorrono fluenti in numerosi meandri attraverso la valle! Volgiti indietro! Vedi, dove esso si avanza simile ad una Eternità, quasi che dovesse spazzar via tutto ciò che trova sul suo cammino, affascinando l’occhio col Terrore – impareggiabile cateratta,

orribilmente bella! ma sul margine, da una parte all’altra, sotto lo scintillante mattino, posa un’iride tra gli infernali gorghi, simile alla Speranza presso un letto di morte, e, inconsunta nelle sue fisse tinte, mentre tutto là attorno è dilaniato dalle acque infuriate, innalza serenamente i suoi fulgidi colori con tutti i loro raggi intatti, e sembra, tra l’orrore della scena, l’Amore che sorveglia la Follia con immutabile aspetto.

Quanto mi piace l’immagine dell’eterno aprile.
Chi ha visitato la Cascata sa, conosce, ricorda bene di che tipo di smeraldo si tratta.

Questa, comunque, era solo l’inevitabile premessa alla poesia che segue, che Lord Byron ha dedicato a Boatswain, il suo cane.

In questo luogo
giacciono i resti di una creatura
che possedette la Bellezza ma non la Vanità
la Forza ma non l’Arroganza
il Coraggio ma non la Ferocia,
e tutte le Virtù dell’Uomo senza i suoi Vizi.
Quest’elogio, che non sarebbe che vuota Lusinga
sulle Ceneri di un Uomo,
è un omaggio affatto doveroso alla memoria di
Boatswain, un Cane,
che nacque in Terranova nel maggio del 1803
e morì a Newstead Abbey
il 18 novembre 1808.

Boatswain morì della follia della rabbia, ma non morse mai il suo compagno uomo, che rimase sempre con lui, sfidando il pericolo di contrarre lui stesso la rabbia.
La lapide del cane è di parecchio più grande di quella di Lord Byron.
Come la Bellezza, la Forza e il Coraggio.
Mi ricorda un amore grande, seppellito sotto il pino nel mio giardino, lo vedo mosso dal vento, in questo momento, fuori da questa finestra.

Giuliana

L’intelligenza sociale

foto My Therapy

foto My Therapy

Io timida non lo sono mai stata, ma ho sempre sofferto il primo impatto con la gente, e a periodi ho sofferto addirittura il momento dell’uscita di casa per andare a incontrare gente, da sola.
I miei cani mi hanno aiutata, ovvio, mi hanno fatto sentire più sicura, erano la transizione delicata tra me-sola e me-con gli altri, erano come il filo che tiene ben saldo il palloncino ma gli permette di volare sicuro, senza doversi perdere.
Il guinzaglio era la mia sicurezza, non solo quella dei miei cani che così non rischiavano di essere investiti o di finire nei crepacci, ammesso che il loro istinto non li avrebbe comunque salvati.
Senza contare quella moltitudine variegata di gente sconosciuta con cui ho stabilito contatti e feeling immediato parlando dei cani, abitudini, nasi umidi, chili di troppo, cacche e pipì.
Per non parlare di quanto bene mi abbiano insegnato a giocare, loro giocavano e mi lanciavano quel messaggio coi loro occhi, inequivocabile, sei viva, gioca con me, non farmi giocare sola, preferisco giocare insieme a te. La mia migliore amica solo negli ultimi giorni della sua vita non ha giocato, lei anche ammalata, lo faceva sempre perché era viva.
Giocare ci aiuta a distendere la mente, muovere e rilassare il corpo, a sorridere e il sorriso è scientificamente provato come sia una buona terapia per parecchi mali.
Perché non dire, poi, di quanto la comunicazione ne tragga beneficio. Ho saputo sempre con certezza quello di cui volevano “parlare” i miei cani, i loro bisogni e le loro emozioni, da un lato ero io disponibile a cogliere i loro messaggi diversi, dall’altro loro erano comunicativi in modo stupefacente. Studiando, ho imparato il nome di questo portentoso miracolo: comunicazione non verbale. Vivendo, l’ho applicato anche alle relazioni tra pari, guadagnandoci eccome.
Non posso scordare gli ultimi giorni della mia migliore amica (parlo di lei, ma d’altronde era la mia migliore amica!). Mia figlia le si avvicinava e le giocava accanto mentre lei, sofferente, dormiva. Mia figlia era triste, aveva capito tutto, forse non la separazione definitiva che sarebbe stata prossima, ma aveva capito la sofferenza, il suo dolore, la sua stanchezza.
Sembrerebbe, dai post che scrivo, che il mio cane abbia solo fatto soffrire i miei figli per la sua morte. Invece solo gli ultimi giorni e questi mesi di mancanza, c’è stata autentica tristezza. Nei suoi restanti quattro anni e mezzo, mia figlia ne ha solo gioito, riso a crepapelle quando si grattava la schiena sull’erba, ne è solo stata fiera avendola all’altro capo del filo del palloncino-guinzaglio, ha solo imparato a giocare con gentilezza e rispetto, ci ha solo guadagnato.
Non posso scordare lo scorso inverno, una passeggiata meravigliosa, un sacco di amici alla scoperta di un posto ben noto ma ricoperto di neve. Zuni, con la neve al garrese, si è divertita moltissimo e non posso scordare gli occhi felici di mia figlia, trascinata su uno slittino, mentre guardava il suo cane che saltava come un grillo; tutti, sorridenti, la guardavano saltellare e correre e affondare il muso nero per tirarlo su tutto bianco.
Chiamiamola pet therapy, anche quella.

La mia migliore amica

zuniFoglio bianco e lacrima pronta.
Inizio così la mia personale elaborazione del lutto, a quattro mesi giusti.
Foglio bianco da riempire da dedicare solo a lei, grande amore della mia vita.
Gente insensibile che pensa “è solo un cane” non mi sfiora nemmeno.
Comunque lei soltanto è la protagonista di queste righe, solo il bello c’è scritto qui, solo i volenterosi lo leggeranno, solo i sensibili lo capiranno, solo quelli che mi vogliono bene lo condivideranno.

Ho perso Jessie mentre ero in vacanza; salutandola piansi senza capire perché, lei stava bene ma dopo una settimana il cane sulla cui schiena avevo studiato per laurearmi, è morto, una mattina di estate, nella casa vecchia, da sola, con un veterinario accanto, mentre fuori aspettavano i miei addolorati per il cane e disperati perché al mio ritorno avrei trovato il dolore.
Ma io il dolore già lo stavo sperimentando in Sardegna e lo sanno bene gli amici che mi vedevano in lacrime e mi chiedevano cos’avessi senza che io potessi rispondere.
Al ritorno a casa mi sono girata verso il posto del salotto dove Jessie si metteva sempre e sperai nel mio intimo di trovarci un sostituto.
Stressai fino all’esaurimento i miei per avere un altro boxer per “elaborare il lutto”. 
Non sapevo come fare, non potevo fare senza.

La scena, dopo qualche tempo, era questa: un bagagliaio pieno di cuccioli fulvi di una macchina parcheggiata dalle parti del Garden e io e papà in piedi li davanti esitanti nello sceglierne uno. Erano tutti uguali secondo me e invece papà ne scelse una senza esitazione, la fece prendere a me e subito mi accorsi che davvero era speciale, il miglior cane del mondo, e subito mi accorsi che in un secondo avevamo segnato la gerarchia del futuro: mio padre che ha scelto è stato il capo branco, che lei ha sempre temuto e rispettato, io che l’ho presa sono stata una galoppina, una che l’avrebbe sempre poi presa tra le mani, accarezzata, ma sempre e solo una compagna alla pari del mio cane, che era mio amico, mio oggetto transizionale, mio mezzo privilegiato di pet therapy.

Piccola splendida cucciola che morsicava scarpe, tremava ai fuochi d’artificio, che dimostrò nel giro di pochissimo tempo di che pasta era fatta: graziosa, dolce e affettuosa, intelligente, ubbidiente.
In quel che è diventata poi noi ci entriamo poco e niente. Ha fatto tutto da sola.

Adesso, dunque, sentire la sua mancanza.
Pensare di scrivere di lei solo quando, affiorando il suo ricordo, non affioreranno anche le lacrime. Poi decidersi a scriverne lo stesso, per dedicarle le mie parole più belle, lacrime incluse.
Sentire la sua mancanza.
Quando nei cieli bui imperverseranno colorati fuochi d’artificio, pensare a lei, che ne era terrorizzata.
Al primo temporale dopo la sua morte, pensarla: smetteva di tremare un’ora buona dopo la fine della tempesta.
Alla prima carezza a un cane dopo la sua morte, sentire un pelo caldo e morbido sotto le dita e sentire infinitamente la sua mancanza.
Quando a mia figlia fa rumore la pancia, ricordare i rumoretti della sua pancia canina e subito dopo vederla masticare erba fresca purificatrice.
Quando mia figlia finisce lo yogurt e resta, triste, col vasetto a mezz’aria, perché era abituata a chiamare il suo cane a leccarlo e lei puliva bene, a ritmici colpi di lingua, con gli occhi semichiusi e goduriosi.
Quando non c’è chi finisce quel piatto di pasta, lei si che non avrebbe fatto complimenti, lei si che raccoglieva bene il disastro che fa mio figlio sotto il tavolo, lui che sta imparando a mangiare da solo.
Quando schiaccio una bottiglia di plastica sentirne la mancanza, perché era estasiata quando gliene donavo una, era un vero e proprio dono per lei: prima la stappava con cura, poi toglieva la carta intorno con precisione, infine gustava le morsicate, lanciava i resti e li rincorreva per il giardino.
Quando sento parlare di indiani d’america, ne sento la mancanza.
Zuni, un popolo degli Apache.
Culo Pesante, il suo secondo nome indiano, perché da piccolina non ne voleva sapere di passeggiare lungo il corso di Leonessa e si sedeva con quel culo largo e la faccia di chi pensa, tanto adesso mi prendono.
Quando mi tornano in mente un pò di ricordi importanti, tipo quello che i miei, recandosi per poco tempo alla casa vecchia a prendere le ultime cose per il trasloco, se la sono portata (lei era una accompagnatrice costante e fedele), ma lei non ne ha voluto sapere di scendere dalla macchina: “io vi aspetto qui” dicevano i suoi occhi. Era pronta alla vita nella nuova casa e nel nuovo giardino (lei era sempre pronta).
Tipo quello che da piccolina per farle fare i bisogni in giardino bastava dirglielo, dai Zuni fai pipì e lei, pipì, devi fare anche la cacca? E lei con uno sguardo rispondeva (sembravano gli occhi di una persona finiti li, in quel muso meraviglioso, per qualche forma di reincarnazione).
Tipo quell’altro che mia figlia era sul girello e prendeva la via delle scale, lei si è messa di traverso sul primo scalino impedendole di proseguire e ammazzarsi giù per le scale. Le ha salvato la vita, in termini più semplici.
Il richiamo dello scricchiolio del frigorifero, in qualunque posto anche lontanissimo della casa si trovasse appena qualcuno apriva il frigorifero in due secondi e spicci la vedeva arrivare.
Persino il rumore di una tovaglia agitata fuori dalla finestra riconosceva, e subito lei li sotto a recuperare le briciole.
Ad ogni dopo pasto, quindi, ad ogni sgrullata di tovaglia fuori dalla finestra sentirne la mancanza.
Golosa, affamata, il noo-noo dei teletubbies a casa nostra, l’aspirapolvere selettiva che passava anche lo straccio.
Le grattatine sulla pancia che voleva da tutti alzando la sua zampa posteriore sulla gamba accavallata di chiunque, tanto che chiunque pensava allarmato ma che deve fare pipi? Ma no, è femmina, mica alza la zampa, vuole solo appoggiare la sua pancia sul tuo piede penzoloni.
Quel “ba” appena accennato, prudente, per farsi sentire da mia suocera che poi le avrebbe dato il pane, attenta a non farsi sentire da noi che poi la avremmo sgridata perché elemosinava cibo per il futuro, da sotterrare.
Quel “ba” a labbra socchiuse, che si alzavano appena con l’accenno di abbaio, che ho sentito proprio l’altro giorno mentre correvo in una stradina di montagna e da un cancello si affaccia proprio un cane come lei, abbaio compreso.
Lacrime comprese, appunto.
Quelle mattine che veniva al lavoro con me, e ancora una volta non ero certo io a comandare, perché lei adorava fare da “strumento” di pet therapy, lei preferiva gli anziani ai bambini e tra gli anziani lei in un momento riconosceva quello che voleva ampiamente essere leccato in ogni dove, persino dietro le orecchie, da quello che voleva un contatto minimo, e lei le si sedeva accanto lasciandosi sfiorare, da quello che invece voleva solo guardare e lei sembrava non filarselo, invece eccome se lo teneva d’occhio. Fantastica, meravigliosa, e tutto senza un minimo di educazione specifica, solo sensibilità e intelligenza naturali, innate.
Che cane.
Ha riempito silenzi e spazi.
Ora c’è un vuoto indicibile.
C’è qualcuno che non l’ha amata. Davvero pochi in realtà, perché tutti coloro che mi hanno chiamata in questi giorni, amici vicini e anche più lontani, lo hanno fatto non solo perché dispiaciuti per me, ma anche perché davvero le volevano bene, io l’ho sentito nel profondo (e quelli che non l’hanno amata pur avendola conosciuta hanno una vita limitata di affetti e sentimenti e peggio per loro).
Si è addormentata tra le mie braccia dopo una scorpacciata di cioccolata, tanto che il veterinario ha avuto paura che, con l’anestesia, avrebbe rigettato tutto sul pavimento del mio salotto, e invece lei no, lei non ha mai fatto uno sgarbo o un gesto poco educato, manco nei suoi ultimi momenti.
Le ho dedicato il mio lenzuolo più bello e il pinetto in vaso che ha superato anni di vita con me, che manco del tutto di pollice verde.
Quando col pinetto è diventata tutt’uno è come se mi avesse detto, adesso prenditi cura di questo giardino, rendilo splendido perché è la mia casa per sempre.
Quell’angolino di giardino dove lei prendeva il primo sole del mattino.
Quel prato dove sotterrava il pane, dove faceva bisogni a comando, dove si grattava la schiena con grande soddisfazione che a vederla soltanto sembrava te la grattasse un pò anche a te, quel muretto nel giardino che lei usava come un trampolino per abbaiare furiosa a mezzi che fossero poco più ingombranti di un’auto (lei che abbaiava pochissimo, ma non dovevavno passare davanti casa trattori o gatti), quel giardino a cui dedicavi uno sguardo ansioso al ritorno e lei era già li ad aspettarti con una vagonata di coccole perchè da un pezzo aveva riconosciuto il rumore della macchina o lo striscio della ruota della bicicletta sull’asfalto o il particolare toc toc dei passi di ciascuno di noi.
Quel giardino che ha visto le migliori leccate sul muso dei miei figli (viso, si ok, viso, e anche bocca, orecchie, tutto).
Le corse sulla neve, le corse dietro ai gatti che osavano varcare il cancello, le molliche raccolte tra l’erba, ciotole di acqua fresca direttamente sotto la fontanella, le buche per nascondere d’istinto pezzi di pane, non si sa mai, si sarà detta.
Questo dolore intenso piano piano si affievolirà, passerà (anche se a distanza di 4 mesi me lo trovo intatto tra le mani e come un peso sul cuore).
Ma lei no, la mia migliore amica non passerà mai.

L’educazione affettiva

foto My Therapy

foto My Therapy

Tutti vogliono i figli intelligenti da un punto di vista cognitivo, dicevo.
Non tutti sono consapevoli dell’importanza di un figlio emotivamente intelligente, però.
Il bambino che impara presto ad avere a che fare con le emozioni, che sa riconoscerle presto e che impara di conseguenza a gestirle, a non immagazzinarle senza elaborazione, col rischio di una bomba devastante a distanza di tempo, è un bambino più ricco, più adattato al mondo, con più “successo”.
Non è facile insegnare le emozioni.
Io, che ci lavoro da anni, ho problemi seri a veicolarne il senso ai miei figli, bisognerebbe avere il sangue freddo e la pazienza di “pensarle” prima di “agirle”, se io mi arrabbio non sempre riesco a soffiare via la rabbia dal naso, ritrovare l’equilibrio per essere la persona ragionevole che i miei figli meritano. Capita che io urli e questo oltre che inutile è anche dannoso. Un attimo dopo l’urlo lanciato io mi vedo “da fuori”: sembro una pazza che spaventa i miei cuccioli.
Vorrei insegnar loro l’esatto contrario e sappiamo bene che i bambini crescono con l’esempio e io fallisco miseramente.
Quanto può aiutare un cane in questo.
(Perdonatemi se parlo sempre di cani, conosco loro meglio di altri pet, ma sono curiosa di altre esperienze, serpenti a parte).
Un cane arrabbiato non si sfoga col primo che gli capita a tiro.
Un cane felice e innamorato lo dimostra, senza mezzi termini, senza sottostare a ripicche e ricatti.
Un cane annoiato ve lo dice, senza parlare.
Il cane è a disposizione del vostro tempo, senza farvelo pesare, non vi fa mai sentire soli, da senso alle vostre giornate perché comunque sia lui è sempre enormemente grato a voi e alle vostre cure.
Un cane aumenta l’autostima, un bambino che porta un cane al guinzaglio si sente grande, si sente bello, si sente invidiato, invincibile.
Un cane ha persino paura della morte e esprime coi suoi occhi la consapevolezza istintiva che è arrivato il suo momento.
Il cane, con un’educazione al rispetto, non vi tradisce.
La presenza del cane aiuta a capire il ciclo della vita, si nasce, si vive, si muore, dopo la morte si elabora un lutto, con dolore e difficoltà, ma si sopravvive più forti e se si è più forti non si ha paura.
Questo può imparare un bambino, vivendo insieme a un cane (un gatto, un topo, l’elefante no perché è troppo grosso).

La pet therapy è una cosa seria

Chiamarla pet therapy è utile al mio sito di “terapie dolci e più o meno lente”, ma può essere riduttivo, perché un sacco di gente e di cani è preparatissima e agisce con grande scientificità.
Io ho un’esperienza poco scientifica ma molto accurata e assai delicata, potrei definirla “attività assistita da animali”, (quando invece ha parametri più rigidi la chiamiamo tranquillamente “terapia assistita da animali”).
Non che le “attività” non siano scientifiche, anzi si basano su precisi principi psicologici, ma in questo caso non sono necessari una equipe e dei protocolli di azione ben definiti.
A cosa possono servire dunque le Attività Assistite da Animali (AAA, appunto)?
Prendiamo un gruppo di ragazzi, bambini, disabili, adulti, anziani, tossicodipendenti … insomma prendiamo un gruppo di qualsivoglia tipologia di persona, mettiamoci anche un cane addestrato e un conduttore qualificato, o almeno che abbia concezione di quel che sta facendo, di quel che può scatenare a livello emotivo lavorare con un cane, un conduttore che sappia dunque “contenere” le più diverse reazioni emotive delle persone.
Ecco siamo pronti, possiamo partire al raggiungimento di certi ben chiari obiettivi:
– favorire la cosiddetta “coesione” di gruppo, far si che le persone sappiano lavorare bene, perfettamente integrati nel gruppo dei pari, motivati, con coscienza di sé e autostima
– porre attenzione alla sfera del linguaggio non verbale, anche perché la maggior parte delle informazioni di una comunicazione passa proprio attraverso il non verbale
– aumentare il movimento, l’equilibrio
– responsabilizzare, rendere autonomi, maturare nei rapporti interpersonali, fare la conoscenza di nuovi concetti, sviluppare la fantasia.

Eccoci invece a parlare di Terapie Assistite da Animali (TAA). Dicevamo che serve una equipe (il conduttore preparato, lo psicologo, il medico, il veterinario e tanti altri dei quali uno di questi giorni dedicherò un post) e dei protocolli d’azione per attuare quella che possiamo ben chiamare CO-TERAPIA.
“Vi faccio un esempio pratico”.
Prendiamo un signore obeso di una certa età che ha rotto in qualche modo il suo bel femore. Prima o poi i medici lo prenderanno, insieme al fisioterapista di turno, e lo alzeranno dal letto sul quale il signore si crogiolava ben bene tra le sue disgrazie. Il fisioterapia dovrà costringerlo a farlo camminare di nuovo.
Dolori incommensurabili, fatiche indicibili, scoraggiamenti vari lo accompagneranno su e giù per lo stesso corridoio o ala di palestra, piegato e sofferente sul deambulatore di ferro che sembrerà persino mezzo arrugginito.
Stessa immagine, con variazione.
Pensate allo stesso signore che oggi deve alzarsi di nuovo e piegarsi al volere di quelli che considera suoi aguzzini, che però tanto cattivi non sono e oggi gli dicono “sorpresa! Oggi camminerai con Jack!” e gli compare davanti un biondo fanciullo golden retriever ben pettinato e fortemente allegro tanto quanto il suo conduttore bipede.
Ecco il signore obeso che oggi si sente una farfalla e non sta più aggrappato al deambulatore a quattro mani ma con una soltanto perché con l’altra tiene forte il guinzaglio, oggetto transizionale presumibilmente gonfio di significati emotivi che magari tornano dal passato,.
Oggi dunque il signorotto vola veloce in punta di piedi, col cuore leggero e l’anima in pace e i minuti da contare diventeranno solo quelli tra una fisioterapia e l’altra.

Un figlio intelligente

foto My Therapy

foto My Therapy

Tutti vogliono un figlio intelligente, iniziano le mamme in gravidanza mangiando tanto pesce azzurro, l’ho fatto anche io.
Adesso leggo tante favole ai miei figli e guardiamo insieme le figure, facciamo i versi degli animali, cerchiamo gli oggetti che conosciamo, troviamo anche quelli sconosciuti.
Cerchiamo insieme di fare nuove scoperte nel piccolo mondo di casa nostra e cerco di offrir loro anche esperienze DIVERSE.
E’ la diversità che arricchisce, è avere a che fare con la diversità che stimola la memoria, l’attenzione, la percezione, è la comprensione della diversità che aumenta la capacità di riconoscere e dare senso tutte le informazioni del mondo esterno e quindi la capacità di rispondervi, facendosi capire con parole e azioni.
È osservare e vivere in un mondo variegato che permette di sviluppare la capacità di orientarsi nel tempo e nello spazio (la deprivazione sensoriale d’altronde è considerata una vera e propria tortura).
Dunque la diversità degli stimoli rendono agili ed efficaci le abilità cognitive, che rendono i nostri bambini intelligenti.
Fatta questa premessa, risulta ovvio come un pet in famiglia aumenti la possibilità di incontro con la diversità, sempre ammesso che trattiamo il nostro cane come cane e non come uomo (ecco, ricordiamoci di trattare il nostro cane da cane, di amarlo come un cane, lui stesso ci amerà da cane, sentendosi un cane e allora si che sarà un’esperienza indimenticabile!).
Il cane, o il gatto, il pesce, il coniglio, il camaleonte, sono “diversi”, hanno un apparato digerente diverso, hanno bisogno di mangiare il proprio cibo, hanno un altro corpo da esercitare in un altro modo, non parlano, o meglio parlano ciascuno a modo proprio, e così via.
Questo comporta che conoscere il cane, anzi vivere insieme a un cane significa cedere a certe comodità, uscire a farlo passeggiare anche sotto la pioggia, non potersene stare sulla spiaggia tutti insieme e talvolta rinunciare a un ristorante, un negozio, il cinema …
Crescere con un cane significa essere consapevoli dell’altro diverso da sé e iniziare presto ad aver coscienza del proprio corpo; i bambini formano in fretta il proprio schema corporeo mentale, proprio in base alla stimolazione della propriocettività, il toccare, manipolare il corpo peloso e sentirlo diverso da sé.
Tutto ciò aiuta a considerare il “diverso” solo come diverso e non come cattivo.
Io giudico questo come un fatto avente un potere straordinario sull’educazione cognitiva di una mente in formazione, estremamente ricettiva come quella dei bambini, che hanno diritto ad apprendere non solo a scuola ma anche a casa, con il veicolo di un amore incondizionato che solo un pet può dare.

Un cane in ospedale?

Ho passato trentasette lunghi giorni in una camera di ospedale in attesa del mio secondo figlio.
Soffrivo molto la separazione dalla mia prima figlia, da mio marito e tutta la mia famiglia e amici, che venivano a trovarmi il più spesso possibile e a mia figlia era consentito l’ingresso anche in orari vietatissimi alle visite.
Mi mancava il mio cane.
Piangevo spesso per essere stata sradicata dalla mia vita, per paure sul futuro prossimo, per incertezze sulla mia salute e su quella del mio bambino.
Magari avessi potuto fare un po’ di sana pet therapy con il mio amatissimo cane, mia compagna di studi, di lavoro, di corse, di shopping, di tutto, di vita insomma.
Non dico tanto in ostetricia, ma in qualche altro reparto più separato magari avrebbero persino potuto farmelo incontrare, no?
Conosco gente che a questo punto cadrebbe persino dalla sedia pensando a un cane in ospedale.
I cani puzzano, i cani sono sporchi, i cani portano malattie, i cani devono vivere per conto loro.
Ecco dunque che mi torna in mente quella giovane psicologa che ascoltavo in uno dei corsi sulla pet therapy che ho frequetantato e che raccontava di come fosse entrata con un cane in terapia intensiva, addirittura.
Lì c’era un bambino che non reagiva alla malattia, si sentiva triste, solo, impaurito, indifeso, era triste e il suo umore non aiutava il corpo a lottare.
Ricordo bene la dolcezza della voce della psicologa mentre descriveva il cane vestito di verde, con le protezioni usa e getta ai piedi, insomma alle zampe, e quel bambino che d’un tratto non era più indifeso, né impaurito, aveva una vita accanto che soffiava e scodinzolava, non stava più in panchina a guardare giocare, adesso giocava anche lui e il suo sorriso era un bel gol alla malattia.
Alla faccia dei maniaci dell’igiene sterile e alla faccia di chi considera gli animali un puro e inutile accessorio.