9 dicembre

Ospite d’onore del 9 dicembre dell’Avvento dei libri di My Therapy è Márcia Theóphilo, poetessa e antropologa brasiliana, candidata al premio Nobel per la letteratura.
Tutta la sua opera ruota sulla foresta amazzonica, le sue genti, i suoi fiumi, le sue specie animali e vegetali, le sue leggende e la salvaguardia di questo patrimonio immenso dagli scempi e dalle aggressioni.
Oggi Márcia ci consiglia la sua opera:

Amazzonia, l’ultima arca, prefazione di Walter Pedullà, Passigli Poesia

 

Noi sognatori siamo i sensi dell’universo, qualcosa di più della scienza.
Siamo l’anima della materia.
Siamo imprevedibili e profondi quanto l’universo infinito.

 

Io sono pietra e vivo in ogni angolo.
Sono un uccello e non conosco l’inverno.
Sono aria,acqua e vengo dalle viscere della terra.
Io sono vivo ed voglio che lo sappiano, l’umido della pioggia, il calore e la frescura del vento.
Sono un uccello che vola solo perchè è tutto.
Sono il frutto d’un albero.

 

Solo quando il sistema stesso riuscirà a capire che le piante non sono solo ornamento e paesaggio, ma esseri vivi sacri e anche vita e ossigeno, quando capirà che violare l’infanzia è mettere a repentaglio anche il futuro degli adulti, solo allora le cose possono cambiare.
E spero che sia presto.

                                 Márcia

 

I miei bimbi hanno trovato nella casella numero 9 del loro calendario i cioccolatini di rito, la parola DELLA e la poesia di Márcia Theóphilo, Oceano di Alberi.

Che bello scoprire che anche le parole e le storie e la poesia sono diventate di rito!

Giuliana

3 dicembre

Il libro di oggi 3 dicembre ce lo consiglia Francesca De Santis, una giovane e bella ragazza che faceva servizio civile presso la Cascata delle Marmore,  bella sopratutto dentro, piena di parole e poesie come si è rivelata.

francesca

Parole e poesie che ovviamente mi sono fatta regalare, per regalare a mia volta ai lettori di My Therapy e ai miei bambini.

 

Il libro che ci consiglia è:

UNA BAMBINA di TOREY L. HAYDEN

Torey Hayden ha cambiato la mia vita ma soprattutto quello di migliaia di bambini. I suoi lettori sono milioni ed io mi inserisco come un topino tra di loro, nei pochi angoli stretti rimasti. Sono nata quando la Hayden aveva già smesso di insegnare (ma non di lavorare coi bambini, cosa che fa tutt’ora a 65 anni), di cambiare le cose con la sua pazienza, i suoi metodi innovativi ed il coraggio di pochi. Torey, chiamata per nome familiarmente dai bambini, è stata un’insegnante nelle classi (a volte in delle cliniche) di bambini con disturbi speciali: autistici, ritardi, affetti da disturbi ossessivi-compulsivi, schizofrenici, sessualmente precoci e in special modo muti elettivi. Infatti Torey, a vent’anni, sotto un pianoforte, aveva convinto a parlare una bambina che non riusciva a farlo per ragioni non organiche (mutismo elettivo). Quell’esperienza aveva cambiato la sua vita, si era specializzata in psicologia e, con tre lauree, aveva preso sulle spalle per anni ed anni, i migliori della sua vita, le “classi pattumiera” dell’America feroce degli anni ’70 e ’80. Dopo un po’ di tempo da quegli eventi, con un quaderno tra le mani, ha ridato vita a ciò che nelle sue classi era successo, ha spiegato al mondo che i bambini di cui si era occupata erano meravigliosi e pieni d’amore, disperazione e paure come tutti gli altri. Che una bassa considerazione del prossimo, seppur bambino, non valeva l’abbandono. Ha aiutato a dare un futuro a migliaia di bambini cui il destino sembrava averlo negato, ad alcuni migliorando la loro condizione e ad altri riuscendo, con il potere della tenacia, a guarirli. Servono i suoi libri per capire alcune realtà, per sentire come l’amore abbia un potere magistrale sugli eventi, come la compassione fine a se stessa non significhi un valido aiuto. “Una bambina” è stato il suo esordio, il momento in cui il quaderno è divenuto, in otto giorni, un manoscritto. Dopo appena 40 giorni un libro. E da lì moltissimi altri. E’ un’ode ai sopravvissuti, a coloro che senza voce vincono le battaglie con l’aiuto di chi, davvero, riesce a fare miracoli. Quando finisce la storia il cuore gorgoglia e la quarta di copertina dà ragione all’anima che rimane affascinata, colta di sprovvista, sopraffatta. Illuminata. “La maestra dei miracoli” gli occhi leggono chiudendo il libro. E di miracoli, il mondo di oggi, ne ha bisogno. Anche se avvenuti molti anni fa, in piccole aule, tra piccoli banchi, sopra seggioline su cui sedevano grandi esseri umani.

Francesca

Oltre ai cioccolatini, oggi i bimbi hanno trovato la parola

Secondo.

 

 

Infine, curiosando nelle capienti caselle del Calendario dell’Avvento, hanno trovato non una storia ma una poesia, scritta proprio da Francesca De Santis.

Leggere d’amore e di guerra di prima mattina ai miei figli è stata un’esperienza particolare, piena di sentimento, loro due son stati li a sentire, immobili, con lo sguardo intento, mi hanno premiato per aver osato leggere loro una poesia non facile, bellissima e intensa.

La magia delle parole.

NELL’ABBRACCIO DEL DOMANI

Le senti queste bombe?
Ma Dio ci vede?
Ti stringo silenzioso
mentre cerco di amarti
in mezzo al sangue.
Troppe stelle per questo cielo,
una per ogni morto della terra
che vola lassù.
Il dolore esplode
e tu rimani qui.
E ti ascolto.
E cerco i tuoi occhi anche nel buio.
Sono tutto ciò che ho, mi dici.
Lascia che io ti chiami,
lasciami il potere di salvarti.
Lo so, qui, insieme,
senza più forza per alzarci.
Le senti queste bombe?
Fidati, amore mio, fidati.
Domani saremo ancora qui.
Uniti e al sole.
Io in te per regalarti la felicità,
un sogno che valga
la nuvola dell’esplosione.
Oh, l’amore!
Senti come penetra le pareti del suono…
E stringimi ti prego, qui trema ogni cosa!
Dimmi che questa guerra
Fa di me ancora un uomo.
Mentre combatto per essere forte, per liberare da quest’inferno almeno te.
Baciami, toccami, lasciami credere.
Dobbiamo sperare.
Per chi? Per lei.
Perché? Mi chiedi.
Perché avrà i tuoi capelli nostra figlia.
E sorriderà per tutte le volte che il mondo ha impedito noi di farlo.
E le racconteremo di fuochi ed aeroplani.
Di divise logore e strade spente.
Di come noi, nell’eterna pioggia del cielo,
l’abbiamo voluta amandoci con coraggio.

di Francesca De Santis

A domani con il consiglio terapeutico di Elisabetta Bucciarelli!

Giuliana

L’ospite incallito

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Leggere Erri De Luca mi fa sentire a casa.

Quindi ogni tanto mi dedico alle sue parole, dedico a me stessa le sue parole che mi fanno sempre bene, mi fanno sentire a casa.

Con la silloge L’ospite incallito Erri mi porta proprio a casa, parla delle gole del Nera, del suo infarto mentre arrampicava, della ripartenza del suo cuore al sesto piano dell’ospedale di Terni, la mia città, casa mia.
Dedica una poesia a Stefano Zavka, il giovane ternano alpinista, morto sul K2 dopo averne conquistato la vetta e gli dedica parole commoventi, la solitudine, il gelo, la mancanza di ali, che servirebbero “lì dove finiscono i passi“.
Dedica più di una poesia all’amore, scrive d’amore senza nominarlo, perché la grazia sta nel mancare il bersaglio, dedica più di una poesia alle parole, alla proposta di modificare il verbo “innamorare” con “innaturare“.

Poi Chisciotte, l’Internazionale, il Che che sapeva “fare un fuoco senza spargere fumo“, le montagne, il bosco, i genitori, l’amicizia.

Tutto e di più con la solita delicatezza a toccare l’anima, con la solita precisione di parole sacre che sezionano i sentimenti, con la solita umiltà tipica dei giganti, che ti porta in alto, che fa sentire un po’ grande anche te che leggi, che ti fa provare davvero, nel cuore e nella testa, quell’attrazione celeste di cui scrive.

Da un verso di Marina Z
Esiste in natura un’attrazione opposta alla terrestre,
Marina l’ha scoperta e l’ha detta celeste.
Per la leggenda Newton si accorse della gravità
colto di precisione da una mela
e non gli venne in capo la forza di bellezza
che aveva spinto il frutto sopra l’albero,
scatti di linfa, clorofilla, luce.
Ci voleva Marina a nominarla.
L’attrazione celeste sbalza le catene montuose, suscita le maree,
spinge l’albero in su, il fuoco a sollevarsi,
una corrente d’aria a risalire una parete al sole.
Sta nell’alpinista e nei disegni di Leonardo,
nelle preghiere, nelle serenate, nell’astronomo,
nel moribondo, nel lievito, nel mosto,
nella gola del lupo, nelle ossa del piede,
nell’eruzione, nel gas dei palloncini,
in un grido di pena, nel lancio di un cappello.
L’attrazione celeste è il colpo fuorilegge
che manda in su il vestito di Marilyn
e fa ridere lei e scorrere saliva
in bocca all’uomo che la sta guardando.

Grazie Erri, con tutto il mio cuore 

Giuliana

Il mestiere di scrivere

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Erano anni che volevo leggere Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver, poi quando è tempo, ecco che il libro mi ha fatto l’occhiolino dallo scaffale della libreria, mi ha detto “prendimi no? Che aspetti?” Ed è venuto con me.

Il mestiere di scrivere parla di scrittura e di lettura, ma anche della vita di uno scrittore particolare come è stato Raymond Carver, umile, umano, non lo scrittore che dal suo presunto Olimpo dispensa presunte sagge parole, ma l’uomo che fa anche le lavatrici, Carver riflessivo, ricercato, attento, pacato, Carver dal tocco leggero, empatico, incoraggiante.

Questo libro è come lo scrittore che lo ha scritto, profondo ma semplice, realista ma incoraggiante.

Così, insieme a questo desiderio di farmi una cultura, avevo un altrettanto forte desiderio di scrivere; era un desiderio talmente forte che continuai a scrivere anche dopo che il buon senso e i freddi fatti, la dura realtà della mia vita mi avevano consigliato ripetutamente che avrei fatto meglio a lasciar perdere, a smetterla di sognare, a rassegnarmi e a tirare avanti facendo qualcos’altro.

Carver sa regalare frasi terapeutiche che ti scovano sentimenti profondi, che ti scoprono ferite nascoste e, dopo aver aperto tutti i cassetti, ti lanciano per aria i sogni manco poi tanto segreti.

Per tentare di rimanere coi piedi per terra, ho riassunto qui sotto, per punti, alcuni consigli di Carver ai giovani che vogliono fare gli scrittori.

  1. Vale ciò che si racconta, ma anche ciò che non si racconta affatto
  2. Scrivendo si deve generare inquietudine
  3. Bisogna nascondere la fatica del fare
  4. E’ necessario scrivere ogni giorno, senza speranza e senza disperazione
  5. Per scrivere un romanzo un scrittore dovrebbe vivere in un mondo dotato di senso, un mondo in cui poter credere
  6. Bisogna dire ciò che si vuole dire e usare il minimo numero di parole possibile per farlo
  7. Bisogna scrivere di cose che stanno a cuore
  8. E’ importante scrivere qualcosa che diventi parte dell’esperienza del lettore
  9. Bisogna ricordare le parole di Santa Teresa: “Le parole conducono ai fatti. Preparano l’anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza”.

Concludo con una frase ancora di Carver, che segna il senso di My Therapy e anche della mia vita:

Le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste.

 

Giuliana

 

Il libraio di Selinunte

Il libraio di Selinunte

Il libraio di Selinunte è una storia scritta da Roberto Vecchioni, pubblicata da Einaudi nel 2004.
Una storia, una favola, una poesia.

C’era una volta uno strano libraio che arrivò nella città di Selinunte.
Non vendeva libri, era strano ve l’ho detto, egli li leggeva a chi era disposto ad ascoltare.

Tuttavia, c’era un solo spettatore che andava di nascosto ad ascoltare, un ragazzino che usciva di sera di nascosto con le scarpe in mano per non far rumore.

Come in parecchi posti del mondo, gli abitanti di Selinunte non volevano quel libraio brutto e diverso, così dopo averlo studiato per un po’, senza mai accoglierlo veramente, lo cacciarono.

Il libraio se ne andò, portandosi dietro i libri e le parole: come in un incantesimo agli abitanti di Selinunte, restarono in effetti le parole, ma senza significato, senza sfumature, senza sentimenti.

Fine della storia.

E in mezzo?

In mezzo le parole da leggere

Il libraio leggeva le parole senza imporle all’ascolto, perché le parole non nascono, non nascevano in quell’autore, per favorire, acchiappare, assecondare, manovrare a piacimento le emozioni del pubblico, stipandole nella gabbia di un unico sentire. Il libraio restituiva le parole a se stesse. La lettura che usciva dalla sua bocca era un’offerta di toni per l’anima: salire, scendere, fermarsi. Salire, restare, risalire. Non una concessione al sentimentalismo, non una lacrima, un grido in più, non una risata, un ammiccamento; niente effluvi di furore, smargiassate, tenerezze.
Leggeva il tempo che dura la parola nel cuore, senza picchi o sbalzi, perché il cuore ha piani sovrapposti e li esprimerebbe salendo e scendendo con metodo dall’uno all’altro se potesse farlo da solo
“.

In mezzo la bellezza:

Non sapevo definirla la bellezza, ma i suoni, gli accenti e poi il senso, possedevano in sé questa istantanea traduzione: bellezza, pensai, è star bene, sentirti pieno di cose e averne altre fuori che ti rivestono perfettamente, senza lasciarti un solo pezzo di corpo scoperto: bellezza è questo vestito che ti senti cucito addosso, soffice, caldo, indistruttibile.”

In mezzo il potere delle parole.

Le parole o sono luci o non lo sono. Luci forti e chiare sono le parole: cose, verità.
La parola ha un seme, nasce e si allunga verso la luce che trova, si spezza, germoglia e muta petali, si adatta al tempo, al clima, si trasforma per sopravvivere; la parola ricorda: ricorda come eravamo, perché siamo, come saremo
“.

Una lettura adorabile, “una favola che parla al cuore e al cervello”, una favola che sembra una poesia.

Una poesia di cui c’è anche una canzone.

Giuliana

Riflessioni semi-logiche sulla scrittura

Da alcuni giorni rifletto sulla scrittura.

Terapia o fatica?

Entrambe, da diversi punti di vista.

Scrivere può essere terapeutico, soprattutto per chi non è abituato, perché aiuta a guardarsi dentro, a focalizzare emozioni ed agire grazie a questa nuova chiarezza. E’ tutta la vita che scrivo per comprendermi e pure per capire le cose del mondo. Mi siedo. Prendo un foglio, una penna, qualche volta un foglio elettronico, e via, parole in un flusso di coscienza liscio come l’olio.

Poi mi succede di scrivere perché sogno di scrivere e di non far nessun altro lavoro per vivere, mica per essere famosa, ma per avere il tempo lavorativo scandito solo da parole da mettere in fila, cercare, cambiare, aggiustare, cancellare, frasi da tirare fuori col bisturi dai labirinti che ho dentro, scrivere insomma, storie o recensioni di libri, come faccio qui a My Therapy. Ecco che scrivere non è più una terapia.

Scrivere è una fatica, dice una scrittrice che ho conosciuto grazie a questa mia mania di recensire libri terapeutici (Daniela Farnese). Non ho dubbi che lo sia, come ogni lavoro creativo che sottosta alle regole e alle scadenze del mondo.

Scrivere è una fatica anche solo come concetto, perché per quanto mi riguarda, parecchie volte al giorno, diventa frustrazione. Scrivere è ciò che rincorro tutto il giorno, è tempo sacro in cui sudare e faticare perché le parole vengono mica dall’anima, ma dall’esercizio, dalla logica e dallo studio; scrivere è insieme tempo privilegiato perché efficace per l’autostima e l’autorealizzazione. Scrivere, tuttavia, non è il mio lavoro, anzi mi sembra, in certe giornate buie come l’asfalto, che sia una perdita di tempo.

Vado per i 42 e ancora a rincorrere sogni?“, questo me lo dico io.

Non conosco nessuno che vive di scrittura“, questo me lo dicono gli altri e quando non lo dicono lo pensano.

Così chiudo i computer e i quaderni, metto via le penne e le matite, mi impongo di continuare solo a leggere e scrivere giusto qualche recensione perché credo molto nella libroterapia, basta scrivere, basta sognare, piedi per terra e ai fornelli a preparare la cena.

Sto giusto un paio d’ore senza scrivere, ma pensando continuamente che dal momento in cui ho appeso la penna a chiodo mi sono del tutto snaturata. Mentre mi contorco in queste riflessioni dolorose, suonano alla porta: il corriere mi porta quei sette libri comprati via internet (Erri De Luca e poco altro). Parole magiche da cui trarre parole da scrivere, parole non soltanto da leggere.  Attraverso il corriere l’Universo mi manda a dire che le parole, da leggere e da scrivere, sono importanti per la mia vita e non devo rinunciarci.

Allora riprendo la penna e i quaderni, felice di ritrovare me stessa.

Eppure. I bambini, la casa, i pranzi, gli allenamenti di sciabola, le piscine, le feste di carnevale e dei compleanni, il vaccino al cane, i panni da lavare, i panni da asciugare, i panni da riposizionare, i letti, i bagni, la polvere, i libri del corso di sommelier, dai, mi dico, dopo aver compiuto i miei doveri di mamma, casalinga, lavoratrice solo d’estate, mi metto a scrivere, ma il tempo non basta mai. Ed è subito sera, anche se mi pare brutto scomodare Quasimodo per la quotidianità senz’anima.

Lampi di lucidità mi attraversano e ogni tanto sono consapevole del fatto che, se non ritaglio da sola i miei tempi sacri e se non legittimo me stessa per il tempo che passo scrivendo, non posso scrivere, non posso sudare lacrime e sangue, non posso sognare. Ma sono solo lampi di lucidità soltanto. Il resto è frustrazione, è la voce della lavatrice che mi chiama dal piano di sotto.

Frustrazione semi-logica mista a consapevolezza. Salvezza e fatica nera. Identità e testa tra le nuvole. Speranza senza alternative.

Ecco scrivere cos’è.

Lavoro legittimato o no, non ci posso rinunciare, che l’Universo lo sappia e mi mandi presto un altro corriere, per favore, grazie.

Giuliana

snoopy