Cronaca allegra ma drammatica di una visita medica

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Accompagno mio marito nell’ospedale di un’altra città, per un controllo.
Abbiamo la ricetta del medico curante e precedenti esami, come richiesto dalla signorina con cui lui ha parlato al telefono, prendendo appuntamento.
Il navigatore ci porta subito a destinazione, ci si può fidare.
Il parcheggio è vicino.
Entriamo e il banco dell’accettazione è proprio davanti a noi, ma è vuoto.
Il banco informazioni (banco? E che, siamo al supermercato?) è nascosto in un angolo, ma una signora gentile ci vede perplessi, ci chiede cosa andiamo cercando e ci indica la via per oculistica.
Entriamo nel Reparto e chiediamo.
Ci indirizzano alle stanze 11 e 12, fuori dal Reparto.
Andiamo, ci sediamo, aspettiamo.
Di lì a poco esce una Graziosa Ortottista che manda me al “banco” accettazione, un altro banco, in cui ci trovo una signora gentile, coi denti sporchi e che parla in dialetto, che mi rilascia il primo foglio.
Dovrebbe darmene due, uno per ogni visita, insisto.
Niente da fare, non me lo da.
Torno da mio marito.
Aspettiamo.
Mi chiedo come mai dalle stanze 11 e 12 non proviene nessun rumore.
Presto lo scopro.
Sono stanze finte, dei corridoi attraversati in quali si torna al Reparto, quello dell’inizio, quello da cui eravamo partiti ormai quasi un’ora fa.
Due punti interrogativi sono stampati sui nostri visi; ci viene da sorridere mentre ci guardiamo intorno.
Aspettiamo.
Poco dopo viene la Graziosa, in pochi minuti fa il primo esame agli occhi di mio marito e ci chiede perché abbiamo un foglio solo.
Lo vada un po’ a chiedere a quella del banco (che forse c’ha i salami).
Infatti ci va.
Torna.
Bene, tutto sistemato.
Adesso dobbiamo aspettare il medico per il secondo esame, dovrebbe essere qui in dieci minuti scarsi.
Io vado al cup a pagare, intanto.
Ho il numero 264, stanno “servendo” il 199.
Ah niente!
Mi rilasso, aspettando. C’è tutto il tempo.
All’improvviso si avvicina un signore, mi lancia tra le mani il numero 210 e scappa via. Io, lenta come sono, ci metto qualche istante a razionalizzare, poi cerco il signore che attende il suo prossimo turno, lo guardo da lontano, lo ringrazio sottovoce e sorridendo, lui in risposta mi fa sei sette occhietti.
Ah però.
Dopo il gran salto di tutti quei numeri, tocca a me.
A “servirmi” c’è un giovanotto ben vestito e pettinato, ma è tutto stravaccato, sembra stare al bar, mi serve con l’aria di superiorità di chi pensa di farmi un favore.
Ah vabbè.
Torno da mio marito che è sempre lì ad aspettare. Ha un omino alla sua destra che aspetta anche lui.
E aspettiamo allora.
Medici e chirurghi escono e entrano ma di Derek Shepard neanche l’ombra.
Esce l’Illustre Primario col camice sbottonato sopra a un lupetto nero, che fa fashion, magari pensa. Chiama con sufficienza l’omino alla nostra destra, che gli si avvicina e aspetta paziente il verdetto, lì sulla porta, e lì sulla porta l’Illustre gli dà diagnosi e cura.
Io gli avrei tanto voluto gridare, cazzo fallo entrare un minuto!
Non ho potuto.
L’omino adesso ha la consegna di aspettare una certa Barbara e si sposta alla nostra sinistra.
Noi sempre nello stesso posto, a un angolo dell’ingresso del Reparto, sempre quello da cui era iniziata l’avventura.
Medici, chirurghi, infermieri escono e entrano, alcuni sciabattano come fossero nel salotto di casa loro.
Esce da una stanza anche la Graziosa che si accorge di noi.
Interviene.
Fa la differenza in questo posto di indaffarati-annoiati-disinteressati.
Ci fa spostare un po’ più a destra, ad aspettare.
Ah ecco.
Qui evidentemente funziona così, si aspetta spostandosi poco per volta.
Poi finalmente arriva ‘sto benedetto uomo di verde vestito, che si atteggia parecchio a George Clooney di ER.
È gentile, professionale, accurato. Va detto.
Studia bene gli occhi di mio marito e poi comincia a riempire fogli su fogli, scrive, scrive, sparisce un’ora per prendere una cartellina, poi torna, continua a scrivere.
Nel frattempo arriva una occhialuta che gli chiede “se il dottore non ha niente da fare vediamo un paziente”.
Come non ha niente da fare, e noi che siamo, clienti del supermercato?
Ah andiamo bene.
Finalmente abbiamo finito, ce ne stiamo per andare, dobbiamo solo tornare al banco dei salami perché la signora coi denti sporchi ha ben tenuto a precisare che LEI possiede l’agenda e che LEI ci avrebbe fatto avere l’esenzione.
Ma al banco la signora non c’è.
Io avevo sentito dire di una certa Barbara che prende gli appuntamenti, torno in reparto a chiedere.
Mi mandano alla stanza 5 e mi trovo davanti l’occhialuta di cui sopra, ma lei no, non sa niente. Manco mi dice dove devo andare, ma d’altra parte lei non sa niente.
Ah boh.
Torno dai salami, rassegnata.
Il telefono squilla ma nessuno se ne preoccupa.
Oh ecco, finalmente Dentisporchi esce da una stanza in totale relax e si avvicina per “servirci”.
Ecco, si lamenta, il dottore non l’ha mica scritto quando prendere l’appuntamento, e poi è il dottore che deve fare l’esenzione.
Vieni con me, ordina perentoria a mio marito.
Vanno a cercare George.
Io resto all’angolo a ridere guardando la faccia di mio marito che, tra la gente ferma ad aspettare, segue la nana Dentisporchi che esce e entra dalle stanze e non riesco a dir loro che George è appena entrato in una stanza dietro di me, per quanto rido.
Infine, siamo davanti alla nana che sfoglia l’agenda cercando un appuntamento tra sei mesi. Sfoglia, pensa, è perplessa, come se non sapesse dove infilare l’appuntamento di mio marito.
Io continuo a ridere, giusto per non mettermi a gridare che l’agenda è VUOTAAAAAAAAA!

Giuliana

Un cane in ospedale?

Ho passato trentasette lunghi giorni in una camera di ospedale in attesa del mio secondo figlio.
Soffrivo molto la separazione dalla mia prima figlia, da mio marito e tutta la mia famiglia e amici, che venivano a trovarmi il più spesso possibile e a mia figlia era consentito l’ingresso anche in orari vietatissimi alle visite.
Mi mancava il mio cane.
Piangevo spesso per essere stata sradicata dalla mia vita, per paure sul futuro prossimo, per incertezze sulla mia salute e su quella del mio bambino.
Magari avessi potuto fare un po’ di sana pet therapy con il mio amatissimo cane, mia compagna di studi, di lavoro, di corse, di shopping, di tutto, di vita insomma.
Non dico tanto in ostetricia, ma in qualche altro reparto più separato magari avrebbero persino potuto farmelo incontrare, no?
Conosco gente che a questo punto cadrebbe persino dalla sedia pensando a un cane in ospedale.
I cani puzzano, i cani sono sporchi, i cani portano malattie, i cani devono vivere per conto loro.
Ecco dunque che mi torna in mente quella giovane psicologa che ascoltavo in uno dei corsi sulla pet therapy che ho frequetantato e che raccontava di come fosse entrata con un cane in terapia intensiva, addirittura.
Lì c’era un bambino che non reagiva alla malattia, si sentiva triste, solo, impaurito, indifeso, era triste e il suo umore non aiutava il corpo a lottare.
Ricordo bene la dolcezza della voce della psicologa mentre descriveva il cane vestito di verde, con le protezioni usa e getta ai piedi, insomma alle zampe, e quel bambino che d’un tratto non era più indifeso, né impaurito, aveva una vita accanto che soffiava e scodinzolava, non stava più in panchina a guardare giocare, adesso giocava anche lui e il suo sorriso era un bel gol alla malattia.
Alla faccia dei maniaci dell’igiene sterile e alla faccia di chi considera gli animali un puro e inutile accessorio.