Erri De Luca

erri de luca

 

 

 

 

 

ERRI DE LUCA

Ho ascoltato Erri De Luca due volte dal vivo, in Salento (ne parlo nella recensione di La parola contraria) e nella mia città, dove non ho mancato di dirgli esattamente cosa penso, nel modo che mi è più congeniale (scrivendo, come sennò).
Dovendo trovare un modo di descrivere me che ascolto lui, mi viene in mente la parola “folgorazione“.
Le sue parole, precise, che vanno a scavare nel caos tirando fuori un autentico sentimento, il passato che si mescola al presente e al futuro, frasi che evocano, similitudini che toccano, completezza, un cerchio che si chiude, la pace di ritrovare se stessi, di essere se stessi, semplicità, liberazione dai orpelli inutili della vita e della lingua, quasi un fiore che sboccia, una poesia, una favola.
Folgorazione.
Annoio i lettori di My Therapy con questa mia mania di leggere e recensire a modo mio Erri De Luca, di cui non ho letto nemmeno tutto, ma centellino le parole per farle durare di più.
Non manco mai di ringraziarlo.
E’ la mia terapia più efficace.
Grazie, Erri.

Un libro può essere vento

Tu, mio
La natura esposta
L’ospite incallito
In nome della madre
La faccia delle nuvole
Sulla traccia di Nives
Nocciolo d’oliva
Il contrario di uno
Il più e il meno
Il peso della farfalla
Montedidio
Il giorno prima della felicità
La parola contraria
Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo
Il turno di notte lo fanno le stelle
In alto a sinistra

Giuliana

Montedidio

montedidio

 

Un ragazzo scrive le vicende della sua vita su un rotolo di carta regalatogli da un tipografo, un rotolo che “gira e già vedo scritte le cose passate, che subito si arrotolano”.

Piccoli paragrafi diventano poi la storia del suo divenire adulto, senza nemmeno passare per l‘adolescenza, perché ad alcuni questo capita, purtroppo, e questo è un insegnamento: l’adolescenza è un periodo della vita duro, difficile, ma va goduto appieno, quando se ne ha la possibilità.

Siamo a Napoli, quartiere Montedidio, un’epoca di ristrettezze che impedisce di guardare oltre, in alto.

Eppure qualcuno ci riesce, lo scarparo Rafaniello che fa le scarpe ai “puverielli” e che nasconde nella sua gobba un gran bel paio d’ali, che presto lo porteranno a casa, uno che “canta in una lingua straniera, quando spazzo il suo angolo mi fa un sorriso e si muovono le rughe e le lentiggini, pare il mare quando ci piove sopra”, lui si, sa guardare in alto.

E anche la sua amica Maria guarda oltre, riesce a scovare l’amore vero, quello che salva due ragazzi dalla desolazione e dalla solitudine, e ci riesce anche se già ha provato sulla sua pelle uno schifo spacciato per amore ma a cui lei sa ribellarsi, coraggiosa com’è.

L’amore che tra l’altro il nostro scrittore conosce già dalle parole di suo padre riferendosi alla moglie: “se lei se ne va io resto una maniglia senza porta”.

Noi leggiamo le parole che piano piano si arrotolano e ci pare di stare con lui, con questo piccolo uomo cresciuto troppo in fretta, mentre scrive alla luce del lampione di strada e ci pare di sentire anche a noi “il rumore della matita sopra la carta che fa il riassunto del chiasso del giorno”.

Sentiamo palpitare il “bumeran” sotto la sua giacca, sentiamo il legno caldo, lo sentiamo fremere, sentiamo i muscoli che diventano forti a forza di provare a lanciarlo e poi finalmente lo sentiamo libero, nel cielo, lanciato, sentiamo il suo volo e quello di Rafaniello che finalmente ha due ali nuove e si lancia verso casa e sentiamo il tonfo del padrone di casa che vola a terra con le sue bassezze, noi siamo in alto, noi stiamo volando, siamo adulti se non ci lasciamo irretire, se non rinunciamo a volare, se ci facciamo compagnia, se cantiamo perché come dice Rafaniello “i pensieri devono sfogare, devono trovare un buco per uscire” o se invece di cantare scriviamo per trovare il nostro buco.

Poche pagine ricche di una storia drammatica, intensa, come tutti i passaggi all’età adulta, ma raccontata con così tanta delicatezza che ci commuoviamo come Rafaniello che “teneva le lacrime dentro gli occhi tondi, ma non uscivano, si affacciavano e tornavano indietro”.

Una storia, Montedidio, così dolce che riesce a farci cambiare idea persino sul concetto di mancanza e assenza.

“Quando ti viene una nostalgia, non è mancanza, è presenza, è una visita, arrivano persone, paesi, da lontano e ti tengono un poco di compagnia”
“Allora don Rafaniè, le volte che mi viene il pensiero di una mancanza la devo chiamare presenza?”
“Giusto, così a ogni mancanza dai il benvenuto, le fai un’accoglienza”.
“Così quando sarete volato io non devo sentire la mancanza vostra?”
“No, quando ti viene da pensare a me io sono presente”.

Giuliana