Le otto montagne

Va bene che d’estate lavoro, va bene che, oltre il poco tempo per scrivere e per leggere, ho avuto, forse ancora un po’ ce l’ho, una sorta di blocco del lettore, però non ho giustificazioni per aver abbandonato My Therapy così, senza ritegno, per tutto questo tempo.

Ho letto Le otto montagne, di Paolo Cognetti, premio Strega 2017 apprezzato da critiche e controcritiche e mi sono fermata. Dopo Le otto montagne non ho trovato un libro all’altezza, che mi rapisse, che mi coinvolgesse, che mi distraesse dal periodo impegnativo che attraversavo.

Non so più neanche quanti ne ho iniziati di libri dopo Le otto montagne, ne ho finiti pochi, in ogni caso, io, proprio io, che andavo avanti a un libro ogni due o tre giorni.

Io amo i libri di montagna.

Non amo la fatica, ma amo la montagna e amo la fatica in montagna, perché mi pulisce, mi fa sentire viva all’altezza di qualsiasi obiettivo.

Le otto montagne, ovviamente, è un libro di montagna. E poi di amicizia. E poi del rapporto tra padre e figlio. E poi delle parole. Nessun amore romantico, solo la storia di Pietro e i suoi genitori e di Pietro e Bruno, semplice, lineare, senza tanti fronzoli, senza colpi di scena, piena di parole non dette, piena di emozioni agite, e un finale che ti lascia così (e sono ancora lì) in lacrime, con mille emozioni in mano e un sacco di parole che hai voglia se servono, anche se qualche volta non bastano.

Sinceramente, non credo si possa vivere senza leggere questo libro.

Giuliana

(e ho ricominciato a scrivere, era ora)

Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.

Salire con Stefano Zavka

Salire con Stefano Zavka
Lorenza Moroni
Ricerche&Redazioni
2017

Prima di scrivere di questo libro  devo precisare giusto un paio di cose su di me e Stefano Zavka, su di me e la montagna.

Io Stefano Zavka non lo conoscevo, l’ho conosciuto in quei giorni del K2 quando nella mia città non si parlava d’altro che del giovane alpinista ternano disperso su una delle cime del Karakorum. Il giovane alpinista ternano non è tornato e da allora sono passati dieci anni.

Ho visto documentari e letto interviste di Stefano Zavka e il mio incontro con lui è stato tutto qui, io sul divano, dieci anni fa, in preda a paure di ogni tipo, lui pieno di coraggio sullo schermo della tv, il viso colorito dal sole e seccato dal vento dell’alta quota e gli occhi velati come da un presentimento.

Sono state due e o tre le vette raggiunte dai miei piedi, poche e assai basse, io e la fatica non siamo mai state poi così amiche, però quelle due o tre vette sono state indimenticabili, in poche semplici parole, arrivi fin lassù e senti di aver vicino il senso autentico di questo affannarsi quotidiano.

Le due cose insieme, la montagna e questo sconosciuto alpinista sempre “appeso alle nuvole“, fatto di “luce, vento, roccia, neve“, mi hanno fatto precipitare a cercare questo libro, zoppicando per mezza città,  scoprendo, tra l’altro, che qualche libraio ternano l’ha dimenticato.

Salire con Stefano Zavka è una storia di montagna, di amicizia, di scrittura terapia, quel tipo di scrittura, cioè, che è indispensabile per “sublimare la sofferenza“, come scrive l’autrice nelle prime pagine.

L’autrice, Lorenza Moroni, è un’amica di quelle che ti restano accanto anche quando non ci sei, una di quelle che ti sente e ti parla anche quando te ne sei andato.

Dal momento della morte del suo amico, l’autrice comincia un dialogo silenzioso, quasi mistico, fatto di parole scritte, di lacrime trattenute, di ricordi sempre nitidi e di sorrisi mai taciuti. Il risultato è una storia emozionante e triste, malinconica ma piena di speranza per i rapporti umani (fosse sempre come si racconta in questo libro, non ci si perderebbe mai).

Salire con Stefano Zavka è una storia che andava scritta per non perdere i ricordi, le imprese, l’autenticità e la ricerca dell’essenziale possedute dal giovane alpinista ternano, così come ce lo racconta Lorenza Moroni.

Salire con Stefano Zavka è una storia che andava scritta perché è un altro modo che ha la montagna a di insegnare la vita: far parlare i suoi alpinisti, quelli che l’affrontano con umiltà e determinazione, con un approccio “romantico e etico”.

Salire con Stefano Zavka è una storia che andava scritta perché qualcuno la deve leggere, non soltanto gli amici di Stefano, non soltanto gli amanti della montagna, non soltanto i ternani.

Salire con Stefano Zavka è una storia che va bene per tutti, soprattutto per quelli che sono insoddisfatti della propria vita e che non sanno da che parte cercare e la risposta è lassù sulla vetta, dopo una scalata, o molto semplicemente lì, dietro gli occhi e il sorriso di un amico.

Ho divorato Salire con Stefano Zavka, complice anche il tempo a disposizione per la mia convalescenza, poi ho lasciato le ultime pagine in sospeso, a mezz’aria, quasi per non farla finire la storia di questo ragazzo che ho conosciuto solo per mezzo delle parole, che ho immaginato tante volte nei suoi ultimi momenti lassù, in capo al mondo, dove non è più quasi mondo.

Poi la storia è finita, come finisce tutto.

Eppure qualcosa resta.

Quasi una familiarità con questo ragazzo dal nome impronunciabile, quasi un affetto, quasi un sapore buono che ha reso la mia lettura salutare per l’anima.

Salinger nel suo Giovane Holden scriveva:

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.

Questo è dunque un libro che mi ha lasciato senza fiato, che mi ha richiesto giorni per una specie di recensione che comunque non dice tutto, non dice abbastanza, che mi fa essere grata per questa mia abitudine di leggere.

Leggetelo anche voi, tra l’altro i proventi delle vendite sono destinati al dispensario medico di Askole, in Pakistan, un benessere per l’anima e per il mondo, insomma.

Giuliana

My Therapy is a book

 

Era bello guardarlo arrampicare. Diversamente da quel che accade a molti uomini, che sfruttano in primis la loro forza fisica, trascurano la tecnica, lui, pur possedendo un’innegabile potenza muscolare, si muoveva con leggerezza e stile, era posato nei movimenti, la lentezza del suo incedere era frutto di grazia e ragionamento. Raramente sbagliava un passaggio, raramente cadeva. Univa intuito a logica, in un’armoniosa danza verticale.

 

 

In cordata. Storia di un’amicizia tra due generazioni da zero a ottomila metri

in-cordata

In cordata. Storia di un’amicizia tra due generazioni da zero a ottomila metri, Simone Moro e Mario Curis. Rizzoli.

Ecco un altro libro di montagna.

I lettori di My Therapy sanno che mi piace molto leggere di montagna, mi fa respirare nuove atmosfere, mi fa vivere sfide che difficilmente posso vivere davvero, mi incita a non mollare mai perché se le persone raggiungono certe vette senza ossigeno, allora tutto è possibile, persino superare le beghe quotidiane, i problemi di ogni giorno.

Il libro In cordata è nato dalla penna di due alpinisti molto diversi tra loro, per età e convinzioni, Simone Moro e Mario Curnis.
Nel libro sono descritti due modi di vedere e vivere la montagna: Curnis, che è stato affascinato dagli alpinisti che scendevano felici la domenica, la vive solo per sé, per essere felice, appunto, Moro invece che ne fa una professione.
Entrambe le visioni, seppure così diverse, regalano al lettore la visione univoca di montagna.

La montagna come libertà conquistata, come riscatto verso le profezie sfigate, la montagna che stimola l’intelligenza, l’identificazione con i personaggi “mito”, quelli che incitano a sognare, quelli che ti consegnano tra le mani, in poche righe, il sogno vero e proprio.

La montagna con cui vieni a patti per forza, perché se non lo percorri da solo, tu e la tua anima, il sogno non lo realizzi.

La montagna che ti insegna ad essere uomo (“Non si può scalare se si è sporchi dentro”, Mario Curnis), ma non ad essere eroe (“Gli alpinisti non sono eroi: eroi, semmai, sono quelli che stanno a casa in silenzio ad aspettare il loro ritorno”, Curnis).

La montagna, che tira fuori il bello e il brutto dell’anima di ciascuno: il morale, i valori, la capacità di relazionarsi.
La montagna insegna il senso vero della cordata, in montagna e nella vita (che poi è la cordata che conta di più), la montagna insegna di chi ci si può fidare, a chi ci si può legare.

La montagna che ti tempra, che ti fa ragionare, che ti insegna il superfluo e l’essenziale, l’umiltà, la gratitudine, la forza di un sogno.

E’ un libro molto bello, l’ho letto mentre ero immobilizzata a letto col piede operato ed è stato un bel viaggio immaginario che ho fatto sulle vette più alte del mondo.

Giuliana

Se volete acquistare In cordata. Storia di un’amicizia tra due generazioni da zero a ottomila metri, ecco il link:

Sulla traccia di Nives

De Luca_Sulla traccia di Nives_UE.indd

Il mio adorato Erri De Luca segue La traccia che Nives Meroi lascia sulla neve delle più alte montagne del mondo.

Con Il turno di notte lo fanno le stelle si parla di montagna e alpinismo, un alpinismo che nel caso di Nives non è individuale ma di coppia, la coppia formata da lei e il compagno Romano.

La loro cordata di due ha scalato tutti i quattordici Ottomila, senza l’uso di ossigeno supplementare né portatori d’alta quota e ha cambiato il nome del K2 in “K in 2”, la loro cordata di due è stato “Un laboratorio d’amore ad alta quota“.

Erri ha seguito Nives in una sua scalata e ne ha raccontato in questo libro; i due, chiusi in una tenda agitata dal vento d’alta quota di un campo base, si dedicano a profonde riflessioni sull’amore

che se non è amore, dev’essere qualcosa di altrettanto violento, scatenato, se non è amore ha la forza di una valanga

sulla montagna che insegna l’umiltà, sul significato del raggiungere la cima, che non è solo salire ma da essa anche riaccendere; sul corpo, dimenticato nella vita di tutti i giorni e altamente presente in allenamento e durante la scalata, venerato, conosciuto, rispettato; sulla capacità di usare non solo la vista ma anche, soprattutto l’olfatto

senza odore non so ricordare

sul viaggio

per me il viaggio comincia quando si va a piedi

sul sonno

è una polverina che si attacca agli occhi. Uno che racconta, con il fiato la sparge.

 

Sulla traccia di Nives è il solito libro di Erri, poetico, intenso, riflessivo, profondo, utile nel bisogno di contatto intimo con la Natura, nel bisogno e nella ricerca di Senso della vita, nel bisogno di mettere un Rallentatore ai ritmi frenetici delle vita.

 

Giuliana

Nel legno e nella pietra

nel legno e nella pietra

Nel legno e nella pietra” sono incisi i 94 racconti di Mauro Corona; essi, immersi nella potenza della montagna e nella supremazia della natura, danno voce a ricordi di gente, di fatiche, di dolori con tono sommesso e lucido, ironico e quasi ingenuo, parole selvatiche di un montanaro nostalgico della sua terra perduta dopo il Vajont.
E’ una lettura piacevolissima, da fare a sorsetti, soprattutto quando, la sera a letto, non riusciamo a leggere per troppa stanchezza e troppo sonno, ogni racconto è una finestra che si apre su un mondo lontano che pure vediamo da dentro, come fossimo li, alla cava sul Buscada a spaccare pietra dura di montagna, come fossimo nella Radura del Capitano a sentirne la presenza e lo spirito solitario, come fossimo al bar a ubriacarci e poi a intagliare il legno.
Corona è un esempio di arte salvifica: la scultura e la scrittura ha trasformato un selvatico montanaro da asociale quale poteva sembrare, in testimone immortale di leggende, di storie, di alberi, raccontate come se fossero scolpite “Nel legno e nella pietra“.
L’arte non redime la vita“, però ripaga, anche a distanza di tempo. Corona, con la sua storia di vita, ne è testimone e ci trasmette il senso della vita grazie ai suoi racconti dolcemente ilari, alle sue descrizioni dettagliate, alle sue storie e ai personaggi indimenticabili, come il valoroso combattente sprezzante della paura che morì d’infarto su una fetta di cocomero, come l’amico che ha negli occhi “la quieta dolcezza di un bosco autunnale“, come la psicologa che lo raggiunse nel bosco quando aveva deciso di prendersi un mese di solitudine, una psicologa che voleva riportarlo coi piedi per terra e fargli analizzare la sua scelta di solitudine in base a presunti traumi del passato (lui invece voleva solo starsene un po’ in pace in mezzo al bosco e agli spiriti della montagna, che solo chi ha un cuore aperto e sognante conosce e percepisce).
Nel legno e nella pietra” è una specie di regalo per chi non si rassegna alla mediocrità, per chi ama la solitudine e per chi vuole rivendicare la propria unicità.
E ricordate:
La fortuna aiuta sempre coloro che impegnano il cuore“.

Giuliana

La scalata impossibile

Per la prima volta non lascio decantare un libro, ma ne scrivo subito appena finito, o meglio, divorato.
Questa è la storia di un libro comprato in riva al mare, nelle bancarelle “compri tre libri ne paghi due”, due libri per bambini e questo, un salto grandioso da quota 0 metri slm a ottomila.
Grandioso.
“La scalata impossibile. La tragica storia dell’uomo che sognava il K2”, di Jennifer Jordan, una scrittrice e alpinista che, in una spedizione del 2002 sul K2, mentre i suoi compagni scalavano, passava le mattine a scrivere e di pomeriggio passeggiava sul ghiacciaio nei dintorni del campo base.
In una di queste passeggiate scopre dei detriti strani, appartenenti a un’altra era, e pochi resti di un scheletro umano.
Ecco la storia del milionario, raffinato, gentile, amante dei silenzi della natura, Dudley Francis Wolfe.
Pagina dopo pagina Dudley diventa un mio caro amico, un silenzioso, inesperto, sognatore che per un’avventura non comune mette a rischio la sua vita agiata in America.
Un’avventura che risale al 1939, tempo in cui un tedesco nazionalizzato americano decide di voler raggiungere la vetta più difficile del mondo e racimola una squadra improbabile dal destino inevitabile.
Dudley è l’alpinista facoltoso, che finanzia in gran parte la spedizione di quell’estate prima della guerra.

La montagna è lì, ad aspettare, pronta a giudicare, a non perdonare nessun errore, sia pure piccolo, è li a tuonare di freddo o a bruciare di sole.
La montagna selvaggia è li ad ammonire l’uomo, a dirgli “smettila di fare il gradasso, con la natura non si scherza”.
E’ come se la montagna elevasse all’ennesima potenza ogni stato d’amino umano, più scende il livello di ossigeno, più cresce il vero “io” nascosto in ogni uomo, coi suoi pregi e i suoi difetti. Il pregio più grande, ci insegnano questa storia e la montagna, è la condivisione, la collaborazione.

Io che di fatiche in montagna ne so assai poco, credo che ciò valga per ogni tipo di montagna, non solo per le condizioni estreme di un assalto alla vetta di un ottomila.
Lo sento dire da sempre da due degli amici più cari che ho, l’ho imparato in linea teorica nel corso di escursionismo avanzato del Club Alpino Italiano.
L’ho vissuto, tramite un’esperienza vicaria, leggendo d’un fiato questo libro.

Per alcune notti di seguito ho sognato tanta neve, ghiaccio e panorami poco descrivibili a parole.
Una sera che avevo una certa agitazione per un impegno importante del giorno dopo, lette alcune pagine, mi sono detta, su forza, non sei mica sul K2! Mi sono tranquillizzata, e ho dormito sognando neve, ghiaccio e panorami bellissimi.

Se per caso siete alla ricerca del senso della vita, la montagna può indicarvi una strada.

Se volete aggiornamenti su nuove libroterapie seguiteci qui:

Newsletter
Facebook
Twitter
LInkedin
Google+