Non dirmi che hai paura

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“Non dirmi che hai paura”, di Giuseppe Catozzella, vincitore del Premio Strega Giovani 2014 e finalista al Premio Strega 2014, è un libro che fa venir voglia di vivere, non di una vita “sopravvissuta” ma della vita vera, quella autentica, non di quella nascosta nella frenesia e nell’insoddisfazione cha fa capolino dagli smartphone, ma di quella con i piedi scalzi nella terra, di quella a contatto con il buono che c’è, l’amicizia, il vento, aabe, la libertà, di quella che lotta ogni giorno con la fame, la guerra, la paura, eppure sorride, eppure corre.
“Non dirmi che hai paura” è la storia vera della piccola Samia che, magra come uno spillo, correva in terra somala, finché, facendo lo slalom per la sopravvivenza tra estremisti e bombe, è arrivata a 17 anni alle Olimpiadi.
Aveva un sogno, correre e vincere, correre senza addosso il burqua, correre per la libertà.
Aveva un sogno, la libertà.
Forte e coraggiosa come una guerriera, finché le è concesso, lotta e insegue il suo sogno.
Quando poi non le è più concesso, perché viviamo in un mondo ingiusto, non le resta che rimanere nei nostri cuori e nelle nostre menti, attraverso la voce dolce che Catozzella le ha dato.

La storia di Samia fa venir voglia di correre.
Quel giorno, allo sparo dello starter, mi sono dimenticata di tutto. Non era mai successo, ma da allora non ha più smesso di succedere, ogni volta che ho vinto. La mia mente è riuscita a creare il vuoto e a fissarsi solo sulle cose positive. Il giorno del mio decimo compleanno ho sentito che la corsa mi liberava dai pensieri“.

La storia di Samia fa venir voglia di pace.
La cosa che preferivo in assoluto erano i teoremi di geometria. Era bellissimo sapere che esistevano leggi nascoste nei rettangoli dei cortili o nei buchi dei bagni… Se c’erano delle regole che lo spiegavano, l’universo non poteva essere così malvagio. Forse, un giorno, saremmo arrivati a scoprire le leggi che portavano gli uomini a fare la guerra, e quel giorno l’avremmo cancellata per sempre“.

La storia di Samia fa venir voglia di amicizia.
Conosci qualcuno da una vita e c’è sempre un momento esatto a partire dal quale, se per te è una persona importante, da li in poi sarà sorella o fratello“.

La storia di Samia fa venir voglia di libertà e di un sogno per cui valga la pena vivere. E morire.

Giuliana

 

Le chiavi

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Arrivo da un epoca in cui le chiavi erano poco più di una maniglia surrogata, attaccate alla porta notte e giorno, anche l’estate quando la porta stava più aperta che chiusa. Ero bambino quando sono stato trapiantato in città, in un condominio al quarto piano con i vicini che parlavano un’altra lingua e in una casa che casa più non era, odorava di nuovo, non era affatto familiare. Strade e campi dove ero abituato e abitualmente trovavo compagnia, erano ora popolate di macchine, non più da persone compagni, amici. In questo mondo nuovo la prima cosa scomparsa era la chiave dalla porta. Ci proteggeva e ci ingabbiava. Senza chiave era tutto diverso la mia autonomia, la mia libertà, i vezzi miei finiti.

Deve essere qui che ho iniziato a dare valore alla protezione e significato alle chiavi.

Ricordo benissimo quando, con una cerimonia degna di corti Asburgiche mio padre (dopo non poche battaglie) ci consegnò il “mazzo di chiavi” assemblato con ogni terza chiave di tutte le serrature, ovvio che le tenevo io,  fratello maggiore e prepotente. Erano pesanti, luccicavano, sempre con me, come una legacciola attaccate al passante dei pantaloni, con un moschettone azzurro e bianco di plastica dura. Per incapacità più che pigrizia non racconto quello che sentivo, come mi sentivo quando i primi giorni le guardavo, le scambiavo reciprocamente di posizione togliendole e reinserendole dall’anello dove erano confinate a loro volta. Una su tutte spiccava: era a “spillo”, la chiave della serratura di sicurezza, quella supplementare che si chiudeva di notte o quando si usciva per ultimi dall’appartamento, oggi probabilmente estinta ma allora di gran moda, con questa chiave a forma di chiodo lunga più delle altre e dalla sezione a forma di croce, così affascinante, tentati prima di bucarci una gomma che di aprirci la porta.

La tragedia.

Un pomeriggio, torno a casa e non c’erano più, attaccato ai pantaloni restava solo mezzo moschettone, rotto! Dietro front. Per un tempo indefinito fuori dal tempo stesso ho perlustrato chilometri quadrati di ogni dove, siepi, parcheggi, campetto, ogni posto dove ero stato e dove non ero stato ma abitualmente andavo, non solo cercavo le chiavi, la libertà e cazzate simili, ma dovevo salvare le chiappe da sculacciate certe. Fallita la ricerca suonai il citofono e rientrai per cena, non dovetti nemmeno introdurre l’argomento, il citofono era stato eloquente spione. Sebbene imprecazioni irripetibili qui seguirono e presero il posto delle botte, il peggio doveva arrivare. In tre  giorni papà sostitui la serratura di sicurezza e qualche nottolino, restai senza chiavi a lungo, imparai che non avere le chiavi era poca cosa rispetto ad averle avute e non averle più. Che lezione da scolpire nella pietra, spesso ci si accorge del valore di quello che abbiamo quando lo si perde, figurarsi io che lo conscevo già! In un solo colpo avevo perso la mia libertà, la stima dei miei e quella di me stesso, fu dura elaborare il tutto.

Quello invece che ho presente molto bene,  è  il “mazzo di chiavi nuovo”  arrivato in seguito e che ancora oggi non esce mai dalle mie tasche, vive sempre con me, lo maneggio con familiarità, basta che lo scambio di tasca, per  rendermi  conto subito quante volte automaticamente, senza accorgermi, tasto la tasca per sincerarmi della loro preziosa presenza. Questo mazzo ormai veleggia verso i trenta anni d’età, capita che guardando la serratura di sicurezza mi scappi un sorriso riflettendo sulla fragilità del resto della porta e del suo telaio dal quale si intravedono spifferi di luce, vedo  le chiavi appese li che oscillano qualche secondo per poi quietarsi. Le guardo oggi e penso a com’erano luccicanti e a come il tempo le abbia cambiate, a quando le ho prestate e come l’usura le abbia cambiate, ma non ha loro tolto la cromatura, ha fatto affiorare la loro essenza, la lega viva, l’oro sotto l’argento.

Per paura e per difesa ho costruito un forte intorno a me, mura spesse di pietra dura, bene accorto a non lasciare ingressi né uscite, sono dovuto crescere e faticare molto prima di aprire una breccia, metterci una porta blindata nei cardini e nella serratura, a difendere non so cosa né da chi. La libertà forse, la cosa che più amo era quella che volevo difendere, e con quella stavo pagando il mio castello.
Oggi finalmente vivo in un prato, dormo nel bosco e del castello rimangono pochi sassi intorno ai cardini di quella porta, sopra ad uno di essi c’è il mazzo di chiavi, la libertà mia finalmente.  In un posto dove a tutti è possibile entrare e nessuno può portar via niente, tutti invitati al mio banchetto, nessuna parola d’ordine a sbarrare la porta.

Non occorre portare il vino, c’è già tutto, basta avere la voglia di sedersi e cercare la chiave giusta con la consapevolezza che tratterrò qualcosa per me.
Grazie a tutti quanti siano passati di qua.

Primitivo

Monumento alla Memoria

foto L.Ortenzi

foto L.Ortenzi

Gente a semicerchio davanti a un monumento alla memoria.
Un silenzio educato fa da sfondo ad una tromba che insegue le note del Silenzio, un Sole beffardo gioca a nascondersi dietro al vento.
Una bimba attenta segue il lento scivolare di un telo verde e forse non capisce quella storia – narrata sottovoce – di partigiani e libertà.
Lo rifarei mille volte, bimba, quel che ho fatto sessantasei anni fa, che mi costò la vita in quel punto preciso oltre il tuo sguardo, in quell’angolo nascosto dal negozio di souvenir.
Lascia che io ti gridi il racconto della mia morte, bimba. Lascia che io lo gridi perché, sai, per vincere, abbiamo vinto, che ne sia valsa la pena, certo che si, che tutto sia stato dimenticato, gran parte purtroppo è vero. Lascia che io ti gridi quella mia vita che cadde in un agguato del nemico. Un nemico vigliacco che se la prese facilmente col vecchio canuto che ero, impossibilitato alla montagna e alle armi.
Mi uccise un colpo secco di un fucile improvviso e, quando caddi a terra, l’ultima cosa che vidi fu la luce dalle finestre di casa mia, che mi apparve sfocata, sullo sfondo di una parola scritta in nero sui muri di quell’ideale da guardare con il cannocchiale, per avvicinare il sogno di libertà, per cui lottare, vivere, morire.

Morirò da solo

foto Luca Ortenzi

foto Luca Ortenzi

Morirò da solo, su una panchina, in una gelida notte tra dicembre e gennaio, oppure sotto un’improvvisa, inaspettata nevicata di marzo.
E di questo, non sono solo contento, ma sono assolutamente soddisfatto.
Scelta mia.
Mi lavavano e mi facevano la barba tutte le mattine e gridavo noooooo la mia barbaaaaaa nooooo non toccate il mio visoooooooo e mi legavano le mani con un asciugamano dietro una sedia “per il mio bene”, altrimenti mi avrebbero tagliato con la lametta e io gridavo noooooooooo e tra loro si dicevano “è matto, non lo vedi?”. Mi infilavano a forza sotto la doccia tutte le mattine e mi vestivano di stracci di recupero, di altra gente già arrivata all’inferno, puzzavo di sapone sintetico e di asciugamani mal asciugati. Bevevo l’acqua tiepida di rubinetto e mi era concesso mezzo bicchiere di vino e quando me lo versavano io gridavo noooooooooo il vino nooooooo e loro capivano che ne volevo di più e non capivano sonoooooo astemiooooooooo e mi puzza il bicchiereeeeeeee. Dormivo con un vecchio scorreggione che russava e interrompeva a tratti i miei sonni leggeri che ogni tanto moriva e ogni tanto ritornava, un po’ diverso e un po’ uguale.
Morirò da solo ma guardatemi ora.
Ho le rughe dei sorrisi e la barba morbida da toccare, dietro cui vivere, ho i miei vestiti e il vento mi lava via la polvere di ogni giorno, bevo l’acqua fresca delle sorgenti e l’odore che porto con me è il mio, dormo in compagnia delle stelle che non fanno che brillare senza rumore.
Morirò in compagnia di me stesso, delle mie mani e delle mie rughe, morirò contento in compagnia soltanto della mia vita almeno vissuta.

Giuliana

Se lo ami lascialo libero

foto Edy Mostarda

foto Edy Mostarda

Se ami qualcuno lascialo libero. Se torna da te, sarà per sempre tuo, altrimenti non lo è mai stato” (Richard Bach)

C’è solo un problema.
Mio figlio non è mio.
Le sue maestre, ascoltando a volte la sorella, mi hanno fatto notare che sono solita dire “quello là” o “quella là” riferendomi ai “miei” figli.
All’inizio ho pensato, che modo brutto che ho di parlare di loro.
È un tentativo di distaccarmi da loro perché non ne voglio sapere niente? Perché me ne voglio lavare le mani e non mi ritengo responsabile di quello che dicono e fanno?
O semplicemente è il mio modo per convincermi, e non è facile, che loro sono due persone diverse da me, che io non sono la loro proprietaria, come non lo ero della mia compagna cane, loro non mi appartengono, il fatto che mi siano cresciuti nella pancia non fa si che debbano continuare a crescere nella mia vita, hanno le loro vite, hanno i loro sogni, desideri, caratteri, hanno il loro modo di camminare, di mangiare, di dormire.
Io devo accettare in toto “quello là” con le sue impunità, mica solo coi suoi sorrisi, con il suo modo di dormire a strattoni, mica solo col suo modo rilassante a vedere di mangiare.
Devo accettare “quella là” con le sue preferenze di giochi maschili, mica solo con la sua intelligenza logica e essenziale, devo amarla e aiutarla a essere sicura di sé, anche se è timida e più impacciata.
Insomma il compito di me, madre, è accompagnarli nella crescita circondandoli di amore senza riserve, accompagnarli nelle loro esperienze di vita non con un piglio da maestrina né con la libertà di esser loro amica, ma con complicità e riservatezza, certezza di una base solida a cui tornare quando loro vogliono.
Questo devo costruire per “quelli là”: una base solida, fatta di una casa accogliente, sincerità tra me e il loro padre, che non è solo padre ma mio marito, mio compagno di vita, mio amico, mio consigliere tecnologico.
Una base solida.
E ti pare facile.