Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza

Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza

In questa Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, Luis Sepulveda ci spinge con un linguaggio semplice e poetico, a molte riflessioni sulla vita, sulla natura, sulle relazioni, sul significato della nostra vita in relazione agli altri, sulla unicità di ogni persona, sull’importanza del rispetto del ritmo di ciascuno.

C’è questa lumaca senza nome che un nome lo vuole, e vuole scoprire il motivo della lentezza delle lumache e non si accontenta di spiegazioni superficiali, vuole scendere in profondità, verso il nucleo vero delle cose.

Così se ne infischia letteralmente di ciò che pensano le altre lumache, dei loro giudizi negativi, e sceglie di andare per la sua strada per scoprire ciò che vuole scoprire, e per avere un nome; d’altra parte persino la pioggia che cade ha un nome, si chiama “pioggia”.

Incontrerà un gufo: “Il ricordo di quegli alberi che non ci sono più mi pesa così tanto che non posso volare“. Uno che rinuncia così non è attendibile, così la lumaca senza nome non si farà bastare la spiegazione del gufo: “Sei lenta perché hai sulle spalle un gran peso.”

Continua il suo viaggio “lentamente, molto lentamente” finché incontrerà qualcuno che davvero le farà aprire gli occhi, la lumaca capirà molte cose, anche il senso della sua lentezza. E avrà finalmente un nome.
Dopo aver compreso l’importanza della lentezza, la nostra lumaca con il suo nuovo affascinante nome, metterà davvero in pratica l’insegnamento e salverà gran parte degli animaletti del prato dalla mano asfaltatrice dell’uomo.

Un paio d’ore di lettura e avrete la possibilità di vivere la vostra vita col vostro tempo, lento o veloce, ma il vostro.

Grazie lumachina dal bel nome, grazie Sepulveda, e viva la lentezza!

Giuliana

“La mia lentezza è servita a incontrarti, a farmi dare un nome da te, a farmi mostrare il pericolo, e ora so che devo avvertire le mie compagne.”

 

Altri libri terapeutici di Luis Sepulveda: Il vecchio che leggeva romanzi d’amore

C’era una volta

dal sito http://ilmondodimaryantony.blogspot.it

dal web

C’era una volta una mattina di settembre, in una via tranquilla di un centro città.
C’era una volta una casa d’altri tempi, con mura fatiscenti e un giardino poco curato ma con l’evidenza di uno splendore passato.
Mentre cammino osservando questa grande casa con questo grande giardino così fuori contesto, una voce squillante mi chiama.
“Signora, scusi, che ore sono?”.
Vedo prima un rossetto sgargiante, poi un grande cappello bianco a falde larghe, poi vedo la signora proprietaria di quella voce sonora.
Le … undici e cinque minuti”.
Grazie”, risponde decisa e senza perdere la pazienza.
Sta aspettando.
È seduta su sedie da giardino anch’esse d’altri tempi, con un corpo ingombrante e vestiti mal assortiti, con capelli crespi ma indipendenti, che incorniciano un volto pieno.
Non è poi così normale”, mi dico.
Proseguo.
Eppure qualcosa in me sussurra che vorrebbe rimanere li con lei.
Ad aspettare.
Non so chi, visto che tutto ciò che conta è già intorno a me.
Forse so cosa, visto che so bene cosa voglia dire aspettare.
Quando torno sui miei passi, lei è ancora li, fuma con i gesti di una garçonne anticonformista, nella stessa posizione, tra ombra e sole, guardando nel vuoto di una normalità relativa.
Poco normale ci sarai tu”, mi sarei meritata come risposta.
Cos’è, in fondo la normalità?
Chi l’ha deciso che la normale sono io che seguo, abbastanza ben adattata al contesto, gli eventi dello scorrere del tempo?
Magari invece è lei normale, ferma in un tempo sospeso, ben adattata alla sua solitudine e al silenzio rotto solo dal fruscio di foglie, in pieno centro di una città di provincia, dove tutto scorre e non si ferma mai a porsi domande, ad aspettare non so chi e non so cosa, senza più un briciolo di pazienza per niente.
Sarei voluta rimanere un po’ lì con lei, ad aspettare senza fretta il ritorno di futuri “anni ruggenti”, in un giardino fermo nel tempo, fermando certi pensieri poco fruttuosi, ascoltando note di musica jazz.

Giuliana

Il cibo come terapia

A volte mi capita anche solo di mangiare perché ho fame e non perché ho voglia di gustare qualcosa, di assaporare, o peggio, a volte mi capita semplicemente di riempire il mio stomaco vuoto come se dovessi riempire certi altri tipi di vuoti. È un peccato perché poi a stomaco pieno senza aver “gustato” scateno tutto il complesso di sensi di colpa e difficoltà digestive del caso e non mi ricordo manco più quel che ho ingurgitato.
Faccio un esperimento, dunque, con questa sezione del sito, vediamo se si può trasformare il cibo in terapia psicologica.
Mi viene in mente, per dire, la pubblicità di una mozzarella di qualche tempo fa, il protagonista che se la pappava a morsi a rallentatore mentre quella, la mozzarella, scolava succo a tutto più. “La vita va assaporata”.
Mi domando, ma se io invece di strapazzarmi in un sol boccone due consistenti fette di pane e miele, proprio mentre mi dedico a scrivere di eat & drink therapy, le avessi “assaporate”, avrei ben fatto attenzione al pane fresco fatto in casa da mio padre e alla liquidità e dolcezza del miele d’acacia, mi domando, ora sentirei questo fastidio allo stomaco?
Perché ho ingurgitato il tutto in due secondi e tre quarti, invece?
Avevo la scusa buona di fare un pre-pranzo energizzante perché poi vado a fare corsetta e allora giù banco.
Mi fermo a pensare, mentre cerco di digerire.
Penso alla corrispondenza tra personalità e modo di mangiare, anzitutto.
Poi penso a una sorta di terapia della lentezza.
Poi anche al gusto e all’olfatto, penso, e a come questi sensi possano influire sulla psiche.
E a un sacco di altre cose.