Bartleby lo scrivano

“Ho ancora davanti agli occhi quella figura: pallidamente distinta, penosamente rispettabile, inguaribilmente desolata! Era Bartleby.”

Bartleby lo scrivano è un racconto di Herman Melville, pubblicato per la prima volta nel 1856.

Ve lo lascio riassumere da Daniel Pennac.

“C’è un notaio, è il 1850, siamo a Wall Street.
Ci sono due copisti che lavorano nel suo studio e che sono davvero gli antenati della fotocopiatrice. Uno di questi copisti, di questi scrivani, non riesce a lavorare il mattino perché soffre di insonnia, il secondo non riesce a lavorare il pomeriggio perché è un ubriacone. Allora il notaio cosa fa? ne assume un terzo, Bartleby, nella speranza che possa lavorare sia al mattino che al pomeriggio. E invece assolutamente non succede così. E non accade perché Bartleby a un certo momento del suo percorso professionale nello studio del notaio inizia a rispondere a tutti i compiti che appunto il notaio gli chiede di svolgere dicendo Preferirei di no. È una specie di rifiuto, assolutamente categorico, però pronunciato e detto assolutamente con dolcezza, usando il condizionale preferirei di no. In realtà si tratta un rifiuto categorico, definitivo, senza nessuna spiegazione.
La cosa sconvolge moltissimo il notaio, perché egli è proprio l’uomo che per antonomasia ha sempre la spiegazione per tutto. Nel suo ufficio ci sono generazioni e generazioni di storie e storie di generazioni intere e di fronte a lui le persone si confessano. Il notaio sa assolutamente tutto, capisce tutto ed è proprio la cellula sociale che ingloba il resto della società. Improvvisamente questo notaio si trova di fronte un uomo calmissimo che però rifiuta – senza dare alcuna spiegazione – di fare le cose. C’è dunque un confronto fra l’uno e l’altro: uno che vuole sapere tutto e l’altro che invece rifiuta di dare qualsiasi spiegazione.”

Bartleby è il diverso, è l’uomo di pochissime parole, è l’uomo inconoscibile, colui che spiazza e scardina tutte le convenzioni sociali con la sua calma e la sua unica riposta a tutte le domande:

 

Preferirei di no.

Bartleby è un personaggio incredibile, indimenticabile, quasi buddista nella sua imperturbabilità, quasi invidiabile nella sua calma.

Eppure.

Il notaio, alla fine, tenterà di trovare una spiegazione per il comportamento di Bartleby, è solo un’ipotesi, non sappiamo se è vero, non sapremo mai se è calma ragionata e conquistata, quella dello scrivano, oppure soltanto un tentativo di dimenticare il passato annientando il presente con il suo “preferirei di no“.

Noi restiamo nel mezzo, tra il notaio che vuole capire e tenta di spiegare, e Bartleby irremovibile nel suo mutismo; piano piano, a forza di pensare a questo racconto, diventiamo consapevoli della nostra dualità interna, siamo tutto e il contrario di tutto, siamo loquaci e taciturni, siamo felici e depressi, siamo pieni e privi di speranza.

E’ uno di quei testi in cui ognuno trova qualcosa di diverso, trova se stesso.

In una parola, grandioso.

Giuliana

 

Il conte di Montecristo

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Chiudo l’anno con uno dei libri più belli che ho letto in tutta la mia vita, Il conte di Montecristo, di Alexandre Dumas (completato nel 1844 e pubblicato nei due anni successivi come una serie in 18 parti).

Sono una lettrice strana, legata al fantasy di Harry Potter che però si lascia ammaliare da un classico dell’Ottocento di oltre milletrecento pagine.

L’una e l’altra scelta, pur nelle loro differenze macroscopiche, sono inevitabili, non che io li voglia paragonare, ci mancherebbe altro, ma per motivi diversi vanno letti, vanno assolutamente letti.

Il Conte di Montecristo è una voluminosa opera con una trama intricata, colpi di scena, batticuore di ogni tipo che accompagnano le mille avventure del giovane Edmondo Dantès, con il quale facciamo un viaggio indietro nel tempo, nella Francia della Restaurazione della monarchia di Luigi Filippo, nelle campagne romane, a Marsiglia, nell’isola di Montecristo, negli anni tra il 1815 e il 1838.

Più che un libro è un universo; i personaggi hanno una psicologia così ampiamente e profondamente trattata da renderli reali, vicini a noi, pur così distanti nel tempo; le descrizioni sono piene di meraviglia e non sono mai noiose; l’ironia, neanche troppo velata, fa scorrere piacevolmente la lettura, durante la quale siamo sempre in bilico tra senso di giustizia e voglia di rivincita, o peggio, tra voglia di vendetta e bisogno di perdono.

Non riusciamo mai a capire se il conte sia un angelo inviato da Dio a fare giustizia o abbia stretto un patto col diavolo e abbia in sé il potere occulto di vita e di morte.

Lo scopriamo solo alla fine, quando si rivela ai nostri occhi l’anima di quel giovane gentile marinaio sfortunato, che ha conservato una straordinaria eleganza interiore e che impara dagli errori che pure ha commesso e si avvia verso una meritata felicità.

Il conte di Montecristo va letto, perché è un capolavoro, perché rende la nostra vita migliore, perché la riempie di bellezza, perché ci fa scoprire un nuovo universo di storie, di persone, di passioni, di sentimenti violenti e delicati.

Vi lascio con la domanda di Corot: «Cosa è l’arte se non dà gioia?» e con l’augurio dal cuore di un anno pieno di bellezza, di storie, di arte, di gioia. E di libri!

Giuliana

“In quanto a voi, ecco tutto il segreto della condotta che ho tenuto verso voi: non vi è né felicità né infelicità in questo mondo, è soltanto il paragone di uno stato ad un altro, ecco tutto. Quegli solo che ha provato l’estremo dolore è atto a gustare la suprema felicità. Bisognava aver bramato la morte, per sapere quale bene è vivere. Vivete dunque e siate felici, figli prediletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Iddio si degnerà di svelare all’uomo l’avvenire, tutta l’umana saggezza sarà riposta in queste due parole: Aspettare e sperare.”