Libri per adolescenti

L’adolescenza non si può definire come età anagrafica, ma come uno stadio dello sviluppo psicologico (sia emotivo che cognitivo).

Non possiamo dunque classificare i libri in base alle diverse presunte età dell’adolescenza.

Quello che possiamo fare, senza addentrarci tanto nei meandri e nei significati psichici della trasformazione adolescenziale, è ricordare quanto sia difficile questa età per chi la vive, i punti di riferimenti cambiano, le incertezze aumentano, l’autostima è una pianta in balia dei venti, può crescere ma va curata, la disinvoltura nei rapporti sembra la preoccupazione primaria, che spesso sentiamo mancare, il corpo cambia linguaggio e non sappiamo più decifrarlo, la voglia di libertà fa la lotta con le paure, la voglia di scoprire fa la lotta con la sicurezza dei propri spazi, la gioia di stare insieme va a braccetto ma spesso litiga con il bisogno di stare soli.

In questo caos emotivo, ci sono i libri.

“Gli adolescenti non leggono” è un luogo comune a cui mi rifiuto di credere, forse è più corretto dire che agli adolescenti non viene dato l’esempio né i libri giusti.

I ragazzi hanno bisogni di immedesimarsi nei personaggi, che devono essere dunque simili a loro, con le stesse emozioni, paure, alle prese con le stesse avventure. Tale identificazione li aiuta a costruire la propria identità privata e sociale.

Leggere stimola alla ricerca profonda della complessità interiore e permette di sviluppare capacità critiche e riflessive, questo è il nucleo dell’efficacia della libroterapia per gli adolescenti, proprio per questo è utile che si leggano storie di sentimenti e di legami mai banali, mai trattate con superficialità.

Voglio dire, non basta leggere.

E’ importante leggere bene.

Sotto, una lista modesta di idee che suggerisco, da psicologa e lettrice felice, quale sono.

Se avete suggerimenti, scrivete nei commenti!

Diario di un Nerd

Il giro del mondo in ottanta giorni

Favola d’amore

I pesci non chiudono gli occhi

Il racconto dell’isola sconosciuta

L’uomo che piantava gli alberi

Montedidio

Qualcuno con cui correre

Il giardino segreto

Uno splendido disastro

Niente è come te

Spendo due parole per il mio nuovo amico, Harry Potter.
Lui ci insegna che la diversità è ricchezza, che non si è adolescenti sperduti e incompresi, perché con un piccolo sforzo di fiducia e di apertura, troviamo altre anime incerte e confuse come noi, di passaggio nell’età adolescenziale, che ci forniscono elementi di sicurezza e di successo.

Giuliana

Scrivere per star bene: in punta di penna

In punta di penna. Percorso di Benessere e Scrittura Terapia

Leggere è la mia terapia, alla pari di scrivere.
Le parole, in sostanza, sono la mia terapia.
Con le parole gioco, lavoro, comunico, invento, creo.
Il potere delle parole è il faro che illumina la mia vita, io credo profondamente nel Potere salvifico delle Parole.

Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo.

Buddha

Il potere della parola scritta è raddoppiato, scrivere aiuta a comprendere le profondità del nostro animo, sviscerare tesori nascosti e districare nodi fastidiosi.

Se volete cominciare un viaggio dentro voi stessi alla ricerca del Benessere, My Therapy vi offre non la strada, ma una mappa per realizzare il benessere, scrivendo.

In punta di penna è un percorso in cinque tappe in vista del benessere emotivo e dell’equilibrio psicofisico, è progettato (dalla psicologa che è in me) in dispense che saranno spedite in cinque settimane via mail ai lettori di My Therapy. In ogni dispensa c’è del materiale per cominciare a scrivere e a lavorare sulla propria anima.

Basta soltanto iscriversi alla newsletter con il modulo in questa pagina, in alto a destra, e poi inviare una mail a info@mytherapy.it indicando nell’oggetto “In punta di penna”.

Riceverete le dispense ogni lunedì per cinque settimane.

Cinque settimane che rappresentano il tempo del viaggio dentro voi stessi.

Giuliana

Per informazioni scrivete qui: info@mytherapy.it

 

La felicità è un ascensore vuoto

dottore che sintomi ha la felicità

La felicità è un ascensore vuoto – Uno

Il sangue andava lento seguendo il suo ritmo normale.
Poi, poco prima di arrivare pulito e ripartire intossicato, si fermò.
Lei si stava accorgendo che qualcosa si fermava, così, poco prima che la luce si spegnesse, allungò una mano verso il campanello sul comodino, se lo passò tra le dita per trovare il bottoncino rosso, e spinse, mentre il suo sangue cominciava a disperdersi da una vena rotta.
Nove mesi prima aveva accolto con l’ennesimo stupore e un’immutata gioia quelle due lineette sul test.

Anche Federica stava accogliendo la sua notizia con lo stesso stupore e una nuova gioia e, nei mesi che le restarono prima della trasformazione, elaborò con calma questa situazione, tenne a bada l’ansia da persona controllata e si preparò fisicamente e mentalmente ad accogliere Gabriele.

Federica nei nove mesi successivi ebbe i soliti problemi conseguenti alle due lineette, elaborò ancora la stessa situazione, ma tenne a bada l’ansia da persona equilibrata e stavolta sì che poté programmare un cesareo che le avrebbe fatto finalmente incontrare Giulio.

Federica continuò a mettere in piega capelli finché il pancione non si fece ingombrante.

Federica si mise subito a riposo.

Federica trovò con suo marito un bel nome da dare a suo figlio, appena seppe che era un maschietto.

Federica non parlò del nome, perché il marito era spaventato di perdere anche questo maschietto.

Federica ebbe per un istante il dubbio di non chiamarlo più Gabriele. Poi si guardò dentro e seppe con certezza che suo figlio si sarebbe chiamato proprio come l’angelo annunciatore.

Federica, alla fine del mese che passò in ospedale tra incertezze e paure, si guardò dentro e seppe con certezza che questo suo figlio sarebbe nato.

Giulio era tranquillo e stava seduto.

Gabriele era un terremoto e stava a testa in giù, pronto.

Giulio rimase sempre tranquillo e sempre seduto.

Gabriele volava nella pancia come un angelo e si girò e si mise a sedere, a sorpresa.

I medici programmarono le nascite di Giulio e Gabriele.
Il secondo sarebbe nato prima e il primo dopo.

Il giorno prima della sua nascita, Gabriele fece un gesto da angelo e si girò ancora e non era più pronto e le date si accavallarono, i programmi si ingarbugliarono e un posto si liberava, così quel giorno che avrebbe dovuto essere di Gabriele, fu invece di Giulio.

Quando Giulio nacque c’erano tutti, amici, familiari, fratelli-angeli, nessuno voleva risparmiare per questo momento delle lacrime di gioia.
Poi il sangue si arrestò.
Federica, prima che fosse buio, chiamò qualcuno che la soccorresse e che prendesse Giulio prima che le scivolasse dalle braccia. Quando l’infermiera arrivò capì subito che Federica se la stava giocando sul filo della fortuna, attuò la procedura d’emergenza che spedì di corsa Federica in cardiologia. Poi spinse dolcemente il lettino occupato di Giulio verso il nido, chiedendosi se Federica avesse disponibili degli angeli per salvarla.
Mentre Giulio si addormentava, i medici correvano.
L’ascensore era stato già chiamato da qualcun altro da un altro piano, ma i medici non lo seppero mai perché una schiera di angeli lo liberarono e Federica lo occupò, sul suo lettino spinto dai medici, che poi le ricostruirono la vena permettendole, ora che aveva riconquistato la luce, di soddisfare Giulio che già non sapeva fare senza.

Gabriele non è ancora nato, ma è questione di giorni.

Giulio è in terapia intensiva solo con la sua mamma, e sta aspettando Gabriele.

Per Federica i giorni sembrano non passare mai.

Per Federica i giorni sembrano diventati uno solo.

Giuliana

 

La felicità è un ascensore vuoto – Due (ovvero: la banalità del bene)

Diocane”, pensò.
La giornata iniziava sotto i peggiori auspici.
Caldo era caldo, in quel giugno di appiccicume e polvere, di sabbia portata da un vento infame e africano.
Che ci fa, poi, un vento infame e africano, in una città industriale del centroitalia, che di problemi ne ha già tanti, senza bisogno del rinunciabile impegno dell’aria calda del Maghreb?
Ma che pensieri idioti, pensava, per uno che si ritrova davanti ad un ospedale alle 7 del mattino con una busta di “Superconti” in mano, un bigliettino scritto di fretta in tasca e una bestemmia scivolosa tra i denti.
Perché non è qui lei? Si chiese subito dopo, masticando nervoso un “Samurai” che con in un giro autistico gli pizzicava le gengive, irritate quasi quanto il suo umore. La “lei” si chiamava Rita, come la santa, faceva la cassiera, come la Ferilli in un famoso sceneggiato e della Ferilli aveva più o meno la stessa massa corporea, con venti centimetri di altezza in meno e un po’di tette democraticamente distribuite sul girovita. Nella vita, in fondo, è tutta questione di proporzioni e di punti di vista.
Ok, oggi sua moglie aveva il turno mattutino da “Superconti”, ma in fondo il padre era il suo. Che poi a lui quel vecchio era stato sempre sulle balle. Sempre lì a ripetere a Rita: “Ma perché non hai sposato il figlio di Alvaro, che ti faceva la corte? Quello è diventato dirigente dell’acciaieria, mica cazzi”.
Mica cazzi”: lo diceva sempre, pure davanti ai nipoti. E sempre, davanti ai nipoti, non mancava mai di chiamarlo “Quel gran fallito di vostro padre” oppure, nei momenti in cui amava mascherare una più affinata cattiveria con una bruciante patina di indulgenza: “Quel poveretto di vostro padre”. Gli dava pure del “Gran puttaniere”, ma solo alla vigilia di Natale e nelle feste comandate: al vecchio non mancava il senso delle tradizioni.
E se quell’epiteto gli andava un po’ largo, poveretto lo era davvero. O doveva sembrarlo ora, stazzonato e stanco all’alba di un ennesima giornata di afa, con un catetere in una busta e un vecchio accidioso da andare a trovare.
Guardò senza troppa partecipazione la statua infiorata di padre Pio, che anche in versione bronzea, manteneva due occhietti cattivi da fare paura. Poi pensò che forse tanta agnostica baldanza gli proveniva dal fatto che in ospedale ci stava entrando con le sue gambe. Ad entrarci orizzontali sarebbe stato diverso: si sa che in corsia e in trincea non esistono atei. Si fermò stupito dalla profondità di un tale pensiero, sputò il “Samurai” per terra e si fece il segno della croce, perché in fondo non si sa mai.
Massì, forse ce l’aveva il tempo di una sigaretta. Aveva bevuto controvoglia il perfido caffè di sua moglie, che si faceva di anno in anno più svogliato e acido. Gli rimaneva in bocca quel po’ di caffeina residua, che era sempre più impaziente di rinnovare il placido abbraccio con la molecola di nicotina, per roteare insieme, in un valzer catarroso, il loro quotidiano “buongiorno” e il loro immancabile “vaffanculo”.
Proprio in quel momento accanto a lui passò un tipo segaligno sulla trentacinquina, con l’aria smunta da podista amatoriale. Gli sembrava di averlo già visto in qualche manifesto elettorale o in qualche sbiadita pagina sportiva locale. Aveva l’aria stropicciata di chi non ha dormito, ma la voce ticchettante di chi riesce ad esserne persino felice.
Trecchiliemezzo!”, cinguettava soddisfatto parlando contemporaneamente a due cellulari. L’ultima volta che lui aveva detto una frase del genere si riferiva ad una cernia, ma non ne era per questo meno entusiasta.
Aspirò l’ultima boccata di tabacco e filtro e si rassegnò ad incamminarsi per entrare. “Il femore!” pensò. Con tutte le malattie gravi che ci sono a disposizione, proprio un femore si doveva andare a rompere quel vecchio acido e rompiscatole. La levataccia l’avrebbe fatta molto più volentieri – chessò – per una bella pleurite fulminante, o per un infarto del miocardio. Ma svegliarsi alle 6 per una banale frattura non valeva proprio la pena.
Entrando con lo sguardo basso davanti alla portineria del nosocomio frugava nelle tasche per recuperare l’appunto di sua moglie. Lo estrasse e iniziò a sciorinare mentalmente i punti dell’elenco. Il catetere era nella busta, pronto al suo rivoltante utilizzo. Le pasticche per la pressione c’erano e con loro l’immancabile lassativo. “Sennò non vado di corpo” raccontava sempre ai nipoti disgustati, preferibilmente a cena e immancabilmente alla vigilia di Natale: al vecchio non mancava il senso delle tradizioni, s’è detto. Due paia di mutandoni per il ricambio, il pigiamone a righe e una canotta della salute, visto mai si abbassasse la temperatura. Pigiò il pulsante dell’ascensore e si fece forza per sopportare l’idea di passare mezza mattinata con suo suocero prima di iniziare il turno all’acciaieria. L’ascensore arrivò compassato, la porta si aprì scampanellando, ma un pensiero lo fulminò. “Diocane, la Gazzetta!”. Rita si era raccomandata. Che cosa gliene fregasse poi ad un vecchio di ottanta e passa anni della campagna acquisti del Milan dio solo lo sa. Ma se non leggeva ogni giorno la Gazzetta quel vecchio rompiscatole andava ai matti.
Lasciò che la porta dell’ascensore si chiudesse di fronte a lui e, infastidito, si allontanò in fretta diretto al chiosco dei giornali proprio davanti all’ospedale. Gli sembrava quasi di avvertire il brontolio del vecchio per il ritardo sempre più consistente che stava accumulando. Neanche appizzando le orecchie, però, avrebbe potuto sentire l’infermiere che proprio in quel momento, due piani più su, sibilava: “Grazie al cielo è libero”.
Quando uscì dall’ospedale, un paio di ore dopo, riconobbe il maratoneta smunto che con l’aria sempre più stropicciava mitragliava il telefonino dicendo: “No, lui grazie a dio sta bene. Lei però… Un’infarto, una cosa rara… C’è mancato un pelo, l’abbiamo preso in tempo. Pensa: bastava solo che l’ascensore fosse occupato”.
Non capì bene che cosa fosse successo, ma del resto non erano affari suoi. Pensò solo con fastidio alla consueta scortesia di suo suocero e si chiese con mestizia perché mai si trovasse lì, in quella giornata appiccicosa e sporca, a portare un catetere ad un vecchio arteriosclerotico, che non aveva nulla di meglio da fare che rompersi il femore proprio all’inizio dell’estate.

Francesco

 

Alle quattro del mattino

Alle quattro del mattino per la prima volta si domandò chi gliel’avesse fatto fare quel giorno lì a spedire il suo curriculum.
Quel giorno lì le s’era scatenato il mondo contro: alle otto e trenta le avevano comunicato che il suo contratto cessava, alle nove il meccanico le aveva comunicato che la macchina poteva pure buttarla, alle dieci e trenta il suo fidanzato era diventato ex tramite sms, all’una aveva perso il bus per tornare a casa, alle cinque il suo gatto subiva un’anestesia d’urgenza, alle ventuno scopriva che il suo telefilm preferito era finito.
Finito, non la settima stagione era finita, proprio tutto il telefilm, tutti gli attori sparsi a fare altro, e lo spazio in tv era stato rimpiazzato dai Simpson. Che lei li odiava quei cartoni gialli e brutti.
Ad ora di pranzo però aveva inviato il fax e si era tenuta stretta la ricevuta di quel curriculum spedito, come se qualcuno prima o poi dovesse risarcirla di quei sei euro dati al tabaccaio.
Alle quattro del mattino era alla reception dell’ospedale della sua città, a pochi passi da casa sua, che se avessero acceso la luce in cucina, lei avrebbe visto il gatto andare in cerca di un biscotto.
Addetta all’accoglienza.
Accoglienza un cavolo. Si trattava di rispondere al telefono e di indicare, e qualche volta accompagnare i visitatori al piano dei reparti richiesti, i peggiori reparti, ovviamente, mai che uno chiedesse dov’è la maternità, sa, è nato mio nipote, sa, è nata la figlia di una mia amica cara.
Le era successo quasi quotidianamente di accompagnare dei poveri cristi impauriti in cardiologia, in medicina, nel reparto distaccato di malattie infettive, in oncologia. Sa, mio marito, l’uomo con cui ho passato sessant’anni di vita, è ricoverato e non sappiamo se ce la farà ed io son qui che mi domando come farò senza di lui, come farò?
Lei si domandava, sinceramente, chi dovesse accogliere, precedere, bloccare alle quattro del mattino.
Ma era lì, e aveva freddo in quel gabbiotto maledetto, mentre la sua collega, con la fronte appoggiata sul tavolo, attendeva lo squillo del telefono.
Nessuno parlava e niente si muoveva.
Alle quattro e un quarto era arrivato. Zoppicava e le disse “ho dimenticato a casa il mio bastone” e alla di lei domanda “dove sta andando” lui rispose “la mi moglie è morta ieri”. Lei uscì dal gabbiotto e gli si sedette accanto, sulle panchine legnose e fredde dove nel frattempo lui si era appoggiato.
Alle cinque del mattino aveva appena finito di asciugarsi gli occhi, le restava un giorno intero per dare una storia a quel volto e a quei nomi, non sapeva se lo voleva fare, ma sapeva che non ne poteva fare a meno, sapeva che nemmeno in quel lavoro sarebbe riuscita senza metterci del suo, sapeva che anche lì, soprattutto lì, avrebbe sofferto perché di quei volti veloci nessuno le sarebbe rimasto indifferente e tutti sarebbero transitati lentamente nella sua mente, lasciandola spesso senza fiato.
Lei si voltò verso la finestra di casa sua, cercando aria per respirare.
Accesero la luce nella sua cucina. Era suo fratello che faceva il primo turno. Vide il gatto comparire sul tavolo e poi sparire. Si concesse un sorriso e sentì in bocca il sapore del biscotto.

Giuliana

 

“Dov’è la maternità? Signorina, scusi, dov’è la maternità?” 

“Dov’è la maternità? Signorina, scusi, dov’è la maternità?”

Si destò di colpo dal suo sonno ad occhi aperti, dai suoi pensieri, dall’apatia di quell’insolita mattina di luglio.

“La maternità?” L’infermiera guardò incuriosita la ragazzina agitata che in preda alla più ansiogena frenesia aspettava quanto prima una risposta solerte e concisa. “Alla maternità ci si va per far nascere i bambini, non per portarli indietro…” e si stupì quasi di quella sua risposta spiritosa, mentre guardava il fagottino tremante tra le braccia della ragazzina, che però non aveva alcuna intenzione di ridere.

“La maternità, o la pediatria, non lo so… Dove diavolo crede lei.. Insomma, lo vede ‘sto qui. Non ci crederà, ma l’ho trovato stamattina sotto la porta di casa. Come nei film, davvero. Dentro una cesta, come nei film…”

“Oddio. E non ha fatto denuncia?” Non avrebbe mai pensato che in un tale sbalorditivo frangente avrebbe assunto un’aria così noiosamente burocratica.

E’ che abito qui vicino. E non so se sta male… Io stavo andando all’università quando ho sentito come un miagolio e… Non so se sta male, non so…” balbettò la ragazza.

L’infermiera uscì dal gabbiotto pensando che anche oggi sarebbe stata una lunga giornata e prese tra le braccia il fagottino assopito. Il suo contenuto era tendente al marrone, dai tratti lievemente allungati, come quelli dei mezzofondisti o, peggio ancora, degli scafisti che si vedono in TV.

No, non avrebbe dovuto emozionarsi sul posto di lavoro. Suo fratello glielo diceva sempre: se ti emozioni in un posto come l’ospedale sei finita. Però quel cosino lì, dimenticato, lasciato fluttuare alla deriva come un pezzo di legno sul mare, insomma quel bambino piombato tra le sue braccia come un meteorite, la emozionava un bel po’. “Sembra star bene” disse l’infermiera senza distogliere lo sguardo. “Sembra star bene, ringraziando dio”.

Eppure aveva promesso che dio non l’avrebbe ringraziato mai più, di niente. Lo aveva promesso quel giorno in cui il medico con aria definitiva le aveva detto che non c’era più niente da fare e che lei e il suo compagno i figli se li sarebbero potuti dimenticare. E’ curioso come bastò quella frase per intossicarli di sconforto e di noia, fin quando arrivarono a dirsi “A mai più” con il fraseggio acido e monco di un sms.

Senza neanche guardarla, l’infermiera rassicurò la ragazza: “Ci penso io, hai fatto benissimo a portarlo qui. Ci penso io. Ora puoi andare”. Strinse forte quel piccolo clandestino imbarcatosi tra le sue braccia e tutti gli elettroni che aveva in corpo si andarono a concentrare in fondo alla schiena, all’altezza del coccige. Res nullius… Com’è che diceva suo fratello, prima di mollare l’università?

Un sorriso le rigò il volto contratto. Sapeva anche lei che era una pazzia, ma in fondo cosa avevano da perdere, lei e il suo bambino? Bastava partire, mollare quel niente che aveva costruito e andare per un po’da sua zia di Milano, che di certo l’avrebbe capita e aiutata. Si sentiva la febbre addosso mentre solcava a passi ampi il corridoio vuoto lasciandosi alle spalle quel maledetto soffocante gabbiotto, diretta verso l’ascensore. Guardò il fagottino. “Padre sconosciuto”: due parole all’anagrafe e tutto si sarebbe risolto. Deglutì e spinse la freccia in basso, direzione parcheggio, piano -1.

“E’ occupato. Forse ti conviene andare a piedi, tanto pediatria è al primo piano. Ma questo lo sai meglio di me”. Il dottore sorrise bonario all’indirizzo del piccolo clandestino. “Anzi, accompagna la signorina dai carabinieri per la denuncia, ché al reparto lo porto io. In fondo sembra star bene, ringraziando dio”.

“Già… sembra star bene. Ma con che cuore si può abbandonare un bimbo così?” si chiese lei ad alta voce, consegnando il piccolo clandestino alle braccia sicure del primario.

“Sarà di certo il figlio di due immigrati… in fondo gli è andata bene”, sentenziò il dottore, mentre l’ascensore gli si apriva davanti.

La risposta era probabilmente corretta. Ma la domanda che ancora pencolava tra le labbra malinconiche dell’infermiera aveva, in realtà, un sapore molto più intenso e certamente più amaro.

Francesco

 

Le mie mani
La porta di quell’ascensore non fa che chiudersi e aprirsi, si chiude e si apre, entrano persone, escono persone, si chiude e si apre.
Non so che posto è questo, e cosa ci faccio qui.
Sono seduto accanto ad altre persone di cui non conosco nomi né volti.
Queste sono le mie mani, unghie corte e pulite, non sono un manovale come questo ragazzo a destra, che ha i pantaloni di muratore e sguardo di straniero. Io ho indosso quella che deve essere una tuta ma non mi sento uno sportivo e comunque non so cosa ci faccio qui e chi è questa giovane donna con gli occhi celesti che parla a nome mio e da risposte a domande che non capisco.
Questi sono con certezza i palmi delle mie mani.
Questo posto ha tutto l’aspetto di un ospedale e queste sono le mie mani.
Uomini e donne in divisa spostano persone come fossero pacchi, io non conosco né divise né persone, ma soffro un po’ a veder quei pacchi spostati di stanza in sedia, in preda alla paura. Una gran brutta emozione la paura, mi pare di ricordare.
E queste, comunque, sono le mie mani.
Ho pochi capelli, a quanto pare, mi dico toccando la testa, con le mie mani, che al momento mi paiono l’unica certezza.
Un urlo improvviso di una sirena in arrivo mi fa fare un salto che quasi cado giù da questa sedia gialla e mi da anche la seconda certezza, è davvero un pronto soccorso, questo parcheggio di pacchi sconcertati.
Chiamano qualcuno con un cognome mai sentito prima, gli occhi celesti mi prendono un braccio e tirano, dobbiamo andare, quel cognome ero io, va a finire.
Mentre vengo trascinato, cerco le mie mani e sospiro di sollievo alla constatazione che ci sono ancora, esse vengono con me.
Un uomo alto mi fa chiudere gli occhi e toccare il naso con le dita e devo farmi molta forza per non ridergli in faccia.
Questa donna celeste dice di essere mia figlia.
Le mie mani si stendono ai miei occhi e si chiudono forte.
Ero andato a prendere il vino, dice, e un motorino mi è salito sopra, dice, da quel momento, pur senza traumi apparenti, non ricordo più niente, dice.
In pratica non so chi sono io, di me so soltanto queste mani e forse questo sentimento, che dovrebbe essere paura.
Deve esserci stato un passato, oltre alla paura, una mente oltre alle mani.
Comincio a fare domande a quella che si spaccia per mia figlia, e sicuramente lo è.
Come ti chiami? Le vorrei chiedere e non lo faccio perché potrei farla soffrire.
Come mi chiamo io? Allora le chiedo.
Papà, ti chiami Paolo, hai sessantun anni e fai il geometra, hai uno studio con due architetti, ti piace leggere e la tua macchina nuova.
Mi piacerebbe sapere che macchina, ma è più importante sapere se c’è una madre e dov’è.
La mamma non c’è più, papà, tua moglie è a casa col piccoletto, te lo ricordi il piccoletto, papà?
Ma se manco il mio nome ricordo, e il tuo, e quello di tua madre e quello di mia moglie …
Le mie mani di geometra, conosco, anche se non so bene che fa un geometra.
Una volta avevo un cane, si chiamava Zara. Lo dico all’uomo alto che mi chiede cosa ricordo. E Celeste dice si, ma era almeno quarant’anni fa.
Ah, ecco le mie mani.
Sono un po’ calvo e ho un po’ di pancetta, sotto la tuta. Ah! Ho un cellulare. Ma si! Questa sul mio cellulare è mia nipote! Ma certo! Arianna! Un’altra certezza, hai visto, la quarta.
Le mie mani.
Ah! Ho un cellulare! Ah si! Arianna. Come sta Arianna, chiedo a Celeste.
Bene, papà, è a casa coi genitori.
Io però non ho capito, a questo punto, chi è Arianna.
Ci vorrà qualche giorno, dice l’uomo alto travestito da chirurgo, perché suo padre ricordi, fisicamente sta bene, le alternative sono due, o è uno shock emotivo, o c’è una base fisica ad esempio un TIA.
Un che?
Perché Celeste non si fa spiegare cos’è sto tia che avrei avuto io? Le alternative sono due, o è una figlia molto intelligente, o è una persona poco curiosa.
Un ricovero che cos’è?
Arriva una donna che ha tratti del volto familiari, ha una borsa di carta, bicchieri di carta, fazzoletti di carta. Odio l’espressione bicchieri di carta, sono di plastica, non voglio i fazzoletti di carta, voglio quelli umidificati.
Non fare il rompipalle, fratè, mi dice la donna nuova che infatti mi somiglia.
Mi metto il pigiama e bevo acqua liscia da un bicchiere di plastica dopo aver bene lavato la mani col sapone. Le mie mani!
Dormi un po’, vedrai che domani andrà meglio, io non posso restare, Miriam nemmeno, resti solo, ci vediamo domattina, va bene?
Miriam chi è? Mia figlia non si chiama Celeste?
Seeee, fata turchina si chiama, dormi va, che è meglio.
Tu come ti chiami?
Madonna Addolorata quanta pazienza.
Addolorata, ti chiami?
Santissima di cognome, va bene?
Il cognome sarà uguale al mio, no? Dove sono le mie mani? Di chi è figlia Arianna?
Le tue mani stanno al posto della tua zucca vuota
Perché sei così strana, con me?
Sempre stata strana, mica solo con te, adesso me ne vado, ti lascio ai tuoi incubi da sveglio, ciao fratello.
E resto qui, con la sola compagnia di un uomo che russa, e delle mie mani.
Prendo le mie mani e scivolo sul corridoio.
Trovo un giovane padre sollevato.
Trovo un genero mezzo incavolato.
Trovo una giovane donnina che piange.
Trovo un vecchietto mezzo malandato senza bastone che piange accanto alla donnina che piange.
Trovo un’infermiera con un bimbo colorato in braccio.
Trovo una porta a vetri chiusa e la oltrepasso.
Trovo un ascensore, spingo il pulsante verde che poi si fa rosso e la porta si apre per farmi entrare.
Trovo un specchio, dentro l’ascensore.
Eccolo, il padrone delle mie mani.
Eccolo, il cumulo di oggetti e eventi dimenticati.
Eccolo, il dolore e le gioie della mia vita.
Eccolo, il mio lavoro e la mia macchina nuova.
Eccolo, il ricordo di quel ragazzotto in scooter che m’è salito sopra.
Eccola, la paura che m’ha fatto scordare di tutto.
Cerco un medico che mi faccia tornare a casa da Gabriele, subito.

Giuliana

La felicità è un ascensore vuoto

Giuliana Pitti e Francesco Borzini

Resti o te ne vai

copertina resti o te ne vai

Il test è positivo e una donna diventa mamma, in un istante e per sempre.
Poi se il bambino per chissà quali motivi non ce la fa a venire al mondo e a farsi cullare dai suoi genitori, la mamma e il papà che faranno? Chi li aiuterà?
Non chi dice “doveva andare così”.
Non chi dice “non guardare il tuo bambino morto”.
Non chi dice “non ci pensare, ne verrà un altro”.
Ma chi dice “si piangi, fai bene, anche se era un fagiolino di poche settimane era tuo figlio, resti sua madre, piangi, sei in lutto, non aver paura del lutto cattivo”.
Una mamma che ha nel cuore una culla piena di bambino-angelo, è una mamma ricca, forte, che però va aiutata.
Ciao Lapo lo fa da anni e con professionalità e competenza.
Il ricavato delle vendite dell’ebook “Resti o te ne vai” andrà tutto nelle tasche di CiaoLapo.

 

Qui la mia intervista per Ciaolapo, se volete leggerla.

“Resti o te ne vai” è dedicato all’angelo che dorme nella culla del mio cuore, e ai miei due bambini, che dormono nel mio lettone.

Giuliana

Archeofantasia

archeofantasia
Questo è un post autoreferenziale, ve lo dico subito, quindi se non gradite chi in qualche modo si parla addosso, fuggite all’istante.
In questo post parlo del libro che ho scritto, l’ultimo, il più caro al mio cuore perché parla della mia terra, delle mie radici di cui sono fiera.
Ogni giorno ringrazio il cielo perché questa terra mi appartiene, e io appartengo a lei.
Archeofantasia. Un viaggio fantastico tra i luoghi di ieri e di oggi dell’archeologia industriale di Marmore.
Un viaggio intorno alle meraviglie inesplorate, poco conosciute, della Cascata delle Marmore.
Chi di voi sa che la Cascata è artificiale?
Chi di voi sa dei “reperti” di industrie che hanno da più di cent’anni in qua utilizzato l’acqua per la produzione di energia elettrica?
Chi di voi sa che questa terra è la culla di invenzioni industriali che hanno modificato l’esistenza di ognuno?
Chi di voi immaginerebbe che in tutto ciò è possibile trovare della Poesia?

Abbiamo scelto una presentazione “atipica” per questo libro di un viaggio che copre al massimo una decina di chilometri e più di cent’anni di storia, parole non solo di questo libro, non solo di questo viaggio, accompagnate da
voci che si appoggiano a una chitarra, sogni soffiati dentro a un’armonica, cuore tra le corde rosse di un ukulele.

A far da sfondo a ciò ecco un’altra arte, l’esposizione delle foto di quell’anima ricca, libera, viva di Edy Mostarda. Le foto rientrano nel progetto L’anima mia e confermo con gioia pura che vanno oltre, perché hanno vita propria e un’anima propria.

Come ce l’ha la Cascata delle Marmore.

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Shamata Terapia

Il benessere emotivo, la consapevolezza e l’aiuto delle stelle

Nella drammatica situazione di crisi della nostra città e della nostra società, c’è solo una salvezza.
L’aiuto reciproco.
L’ascolto profondo.
Essi sono elementi che seguono la conoscenza di sé, l’accettazione e l’amore che ognuno di noi merita di provare per se stesso.
Noi stessi, dunque, al primo posto.
Noi che non siamo solo mente o inconscio.
Noi siamo il nostro corpo, il nostro respiro di quest’aria che ci circonda, noi siamo l’aria che respiriamo, noi viviamo in questo ambiente come un tutt’uno e in questa vita siamo chiamati ad essere felici.
Avendo cura delle nostre emozioni.
Di cui prima necessariamente dobbiamo averne consapevolezza, ed esercitarci alla consapevolezza quotidianamente, respiro dopo respiro.
E’ come un circolo virtuoso che parte dal centro di noi stessi, attraversa il nostro spazio intorno, le persone con cui condividiamo questo tratto di vita e poi torna a noi stessi, trovandoci migliori.
Con queste basi, in aggiunta a quelle teoriche, in aggiunta a una visione positiva della vita, possiamo aiutare gli altri, non prima, però d’aver imparato a chiedere aiuto.
L’aiuto è una scienza e un’arte.
La formazione è indispensabile, meglio quella che decidiamo di intraprendere non perché va di moda ma perché ci parla di noi stessi. La formazione ci da delle linee teoriche, delle strategie da seguire, dei modelli di riferimento, una bussola nel mare aperto, le indicazioni precise del cielo stellato.
L’arte è ciò che porta alla sintonia, alla compatibilità in una relazione d’aiuto, l’arte è qualsiasi forma di creatività che porta all’espressione estetica e non c’è produzione d’arte migliore di quella che libera la conoscenza e libera l’immaginazione portando benessere alla propria e altrui emotività.
Shamata vi chiede di avere compassione e cuore aperto.
Shamata vi farà scoprire i tesori dentro di voi, quelle ricchezze che non sapete ma che sono in grado di salvare il mondo.
Shamata vi darà uno spazio di ascolto profondo. Uno spazio. “una stanza tutta per sé”, dove potete liberamente essere voi stessi, senza paure, dove non sarete soli, sarà con voi un ascoltatore competente che partirà dall’inevitabile punto di partenza: l’accettazione incondizionata.
Shamata vi fornirà gli strumenti teorici perché, dopo aver compreso e accettato la persona che abita il vostro corpo, saprete farlo con chi vi chiederà aiuto, nei modi più diversi, più o meno efficaci.
Non senza sacrifici si raggiunge il benessere, tuttavia.
Shamata vi chiederà di sacrificare alcune parti di voi stessi, il passato che ha ferito, un futuro troppo atteso, sarete chiamati a vivere il vostro presente, col vostro corpo, la mente e il vostro respiro, con la buona notizia che le ferite, sebbene restino sotto forma di cicatrice, possono essere “sovrascritte” con eventi migliori, con tatuaggi colorati, con segni di sole.
Siamo a Terni, a due passi dalla Cascata delle Marmore.
La possiamo intendere come una metafora di ciò che faremo con Shamata.
Un fiume quieto che d’un tratto diventa fragore.
Un fragore che non dimenticherete mai, perché come disse Byron “scuote l’abisso” persino quello che ognuno ha dentro di sé.
L’abisso non vi farà più paura, perché in fondo c’è un altro fiume tranquillo, più ricco e consapevole.

Giuliana Pitti

Morirò da solo

foto Luca Ortenzi

foto Luca Ortenzi

Morirò da solo, su una panchina, in una gelida notte tra dicembre e gennaio, oppure sotto un’improvvisa, inaspettata nevicata di marzo.
E di questo, non sono solo contento, ma sono assolutamente soddisfatto.
Scelta mia.
Mi lavavano e mi facevano la barba tutte le mattine e gridavo noooooo la mia barbaaaaaa nooooo non toccate il mio visoooooooo e mi legavano le mani con un asciugamano dietro una sedia “per il mio bene”, altrimenti mi avrebbero tagliato con la lametta e io gridavo noooooooooo e tra loro si dicevano “è matto, non lo vedi?”. Mi infilavano a forza sotto la doccia tutte le mattine e mi vestivano di stracci di recupero, di altra gente già arrivata all’inferno, puzzavo di sapone sintetico e di asciugamani mal asciugati. Bevevo l’acqua tiepida di rubinetto e mi era concesso mezzo bicchiere di vino e quando me lo versavano io gridavo noooooooooo il vino nooooooo e loro capivano che ne volevo di più e non capivano sonoooooo astemiooooooooo e mi puzza il bicchiereeeeeeee. Dormivo con un vecchio scorreggione che russava e interrompeva a tratti i miei sonni leggeri che ogni tanto moriva e ogni tanto ritornava, un po’ diverso e un po’ uguale.
Morirò da solo ma guardatemi ora.
Ho le rughe dei sorrisi e la barba morbida da toccare, dietro cui vivere, ho i miei vestiti e il vento mi lava via la polvere di ogni giorno, bevo l’acqua fresca delle sorgenti e l’odore che porto con me è il mio, dormo in compagnia delle stelle che non fanno che brillare senza rumore.
Morirò in compagnia di me stesso, delle mie mani e delle mie rughe, morirò contento in compagnia soltanto della mia vita almeno vissuta.

Giuliana

La mia distanza dalle stelle

la mia distanza dalle stelle

Non posso recensire questo libro, La mia distanza dalle stelle, mio, uscito nel 2010, pubblicato a pagamento (ahimè, la pubblicazione a pagamento è un errore di cui ci si pente, sempre).

Il titolo La mia distanza dalle stelle mi è saltato addosso durante un concerto di Cristiano De Andrè in cui cantava Amico Fragile di Fabrizio.

Il breve libro è il racconto di un quindicenne nobile soprattutto d’animo, uno che ama scrivere, che nonostante tutto ama la sua famiglia, i suoi amici, uno che ama, insomma e non si vergogna a confessarlo nelle sue parole.

Terapeutico perché? Per una volta dovrebbero dirlo i lettori, io posso dire che terapeutico è stato scriverlo, perché è stato il mio primo vero tentativo di costruire una storia, di dare un senso ai personaggi grazie ai miei valori, alle mie esperienze, alle mie visioni di passato, presente, futuro. Terapeutico perché ci sono finita dentro, anima e corpo, e ne sono riemersa migliore.

Ho pagato per pubblicarlo, è vero, me ne vergogno, ma non mi vergogno di averlo scritto, anzi la storia di Niko Baldini è preziosa, leggera, profonda.

Vi lascio le parole della quarta di copertina, non mie.

<A volte ci si sente estranei anche a se stessi. A volte è come se dentro di noi convivessero (in maniera non sempre pacifica) due persone diverse: chi “dovremmo” essere per assecondare le regole della nostra famiglia, e chi “vorremmo” essere per buttarci con incosciente curiosità alla scoperta del mondo. È questa antitesi irrisolvibile che spinge Ludovicomaria Baldi Sempini, un ventenne con nobili discendenze, splendida educazione e ottimo portafoglio, a mettere a nudo le proprie “memorie”. Il risultato è un flusso di coscienza, uno scorrere di pensieri racchiusi in un linguaggio fresco e ironico, che cela delusioni, debolezze e rabbia. Uno sfogo, insomma, perché spesso esplicitare i propri sentimenti rende più semplice comprendere che sono le persone di cui ci circondiamo, che amandoci e proteggendoci, o facendoci soffrire e allontanandoci, ci rendono quello che siamo e ci spingono, in fondo, a essere delle persone migliori.>

Giuliana

PS: Il libro non si trova più in commercio, ne ho ancora io qualche copia, se vi incuriosisce e vorreste scoprire se davvero è terapeutico, contattatemi qui: info@mytherapy.it