21 dicembre

So che ieri avevo preannunciato un altro ospite per l’avvento dei libri del primo giorno d’inverno, ma suoi problemi organizzativi non ne hanno permesso la partecipazione.

L’ospite di oggi è la mia risorsa più grande, nemmeno troppo segreta. L’ospite di oggi fa parte della mia casa (le mura, il cuore) da più di vent’anni, sbadato e sognatore, preciso calcolatore, cielo e nuvola, terra e radici, Andrea Terenzi, detto anche Andea Tereni, l’ho sposato dodici anni fa dopo undici anni di fidanzamento, per dirla in poche parole, più della metà della mia vita l’ho passata con lui.

Ieri sera, quando l’ospite di oggi si è ritirato, lui, con la sua solita gioia di mettersi in gioco ha detto “Te lo consiglio io un libro!“, tempo dieci minuti ed ecco il dlin della sua mail che arrivava, com’è che si dice in questi casi? Beato chi se lo sposa!

Ecco il suo consiglio, lo condivido, con orgoglio, con voi:

Suggerire un libro… sembra facile, ma per me non lo è. In un certo senso richiede una scelta, una selezione. Per me che non ho un libro preferito, ma ho un po’ di libri preferiti, questo è un esercizio assai complesso!
Mi passano in testa tanti autori e tanti titoli: Melville, Eco, Tolkien, Marquez, Einstein… ma alla fine eccolo, mi scorre davanti agli occhi e la scelta è fatta! Orwell – La fattoria degli animali. Lo ho letto tanti anni fa; pescato quasi per caso dalla libreria della casetta dei genitori di Giuly, l’ho divorato in poche ore.
In quel periodo, giovane e pieno di belle convinzioni, mi ero avvicinato alla politica, mi emozionavo sentendo discorsi intrisi di ideali e questo libro mi ha dato uno scossone. Leggendolo una voce dentro si è accesa dicendo: svegliati! Fatti delle domande! Osserva cambiando punto di vista!
La fattoria degli animali è un libro che fa crescere, per questo lo considero terapeutico. Non calpesta gli ideali, ma ci insegna a non fidarci dei finti rivoluzionari come il maiale Napoleon. Non spinge al disimpegno, ma allo stesso tempo ci sprona a fermarci per osservare i risultati del nostro lavoro, per non fare come il cavallo Gondrano che lavorava senza fermarsi ripetendo gli slogan della rivoluzione.
Un libro attuale nonostante la sua età, un libro che lascia un sapore amaro, ma molto utile da leggere in questo periodo in cui troppi hanno in tasca la soluzione di tutti i mali .
È facile pronunciare parole giuste che riempiono i cuori, difficile è rendere le parole realtà.
Andrea

I nostri bimbi oggi hanno trovato nel loro calendario dell’Avvento più che una parola una lettera, la A, e dato che ho riscritto da capo tutto il post, ho deciso di cambiare anche la storia da mettere nella casellina numero 21.

Una breve lettura terapeutica, il riassunto della mia storia con lui, una dichiarazione d’amore corredata di foto terapia, scattata dall’amico del cuore.

La storia si intitola “Eterno” la potete leggere cliccando il titolo azzurro, l’ho scritta io, fa parte di quel capolavoro incompreso che mettemmo insieme io e Luca Ortenzi, le sue foto, le mie parole.

Ci vediamo domani con il consiglio terapeutico, certo, della scrittrice Daniela Farnese!

Giuliana

Se volete acquistare La fattoria degli animali su Amazon, questo è il link:

Giornata della Fotografia

Il 19 agosto si festeggia in tutto il mondo la giornata della fotografia.

E’ vero che esiste la giornata mondiale di qualsiasi cosa, ma a me piace prendere spunto da questi festeggiamenti costruiti a tavolino per parlare di ciò che può rappresentare una terapia, di ciò che può portare consapevolezza e benessere a ciascuno.

Perché proprio oggi, 19 agosto, festeggiamo la fotografia e la Foto Terapia?

Il 19 agosto si celebra la nascita del dagherrotipo, il primo procedimento di sviluppo scoperto dai francesi Joseph Nicèphore Nièpce e Louis Daguerre nel 1837.

Nel 2010 un fotografo australiano, Korske Ara, ha lanciato l’idea di festeggiare la Giornata e ha creato un sito, www.worldphotoday.com, che è una sorta di archivio di immagini e memoria a cui ognuno può contribuire postando le proprie foto.

Considero la fotografia terapeutica, sia come immagine che come gesto, e condivido le parole di Korske Ara:

La fotografia è ovunque e in ogni momento, eppure spesso non riusciamo a capire la portata e la potenza delle immagini che scattiamo ogni giorno.
La fotografia è un’invenzione che ha cambiato radicalmente il modo in cui vediamo quello che ci circonda: possiamo visitare posti lontani senza muoverci, condividere e (ri)vivere emozioni e momenti importanti anche a distanza. Prima tutto questo non era possibile.

A me personalmente piace molto fotografare, ma non sono capace, in compenso ho collaborato con due fotografi per dei progetti, uno dei quali è sparso per My Therapy ma andrà ricomposto, dell’altro, in cerca di sponsor, vi parlo nel link che segue:

L’anima mia, viaggio in quattro stagioni nei volti dei visitatori della Cascata delle Marmore.

Buone Foto!

Giuliana

giornata della fotografia

Il mondo delle anime perse


Mi alzo dal letto auspicando vanamente la leggerezza e la relatività dei punti di vista. Mi reco al lavoro canticchiando il matto coerentemente con l’auspicio dell’alba.
Io lavoro coi matti ma matte sono minimo le mie domande ricorrenti.
Sono normale io che mi occupo dei corpi di donne e uomini senza nemmeno chiederne il nome?
Sono io sano di mente che vesto e forzo arti nei vestiti senza nemmeno ascoltarne le voci? O cercare di capirne i pensieri?
Sono giusto io che giudico l’assenza di una capacità di intendere e volere e somministro pastiglie e menzogne e ricatti?

Arrivo di mattino presto nelle loro celle vissute da case, leggo scritte grandi sui loro muri, la depressione e la rabbia, dubito che le scritte siano reali mentre con certezza conosco il dolore che è scritto nelle menti confuse.
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Vedo ombre e sento le voci dei fantasmi, sfuggo spiragli di sole e rifuggo la luce negli specchi.
Il mio lavoro è lavare quest’uomo senza capirlo.
Senza capire le sue paure e il mio lavoro.

Sogno un limpido silenzio per queste voci senza realtà, sogno una terra promessa per questi vagabondi del mondo, corpi senza Paese, sogno una sola verità per queste menti trafitte dalla fantasia.

 

 

 

 

Spingo sedie su ruote ormai rimaste vuote, slaccio cinture e libero da contenzioni uomini e donne che, abituati ai legacci, capiscono ancor meno, e io ancor meno di loro.
Oltrepasso cumuli di macerie, porte divelte e vetri in frantumi e infine mi siedo, costernato, sull’ombra di una sedia vecchia e veglio un’anima perduta finché di quest’anima e di questo letto sfatto non resterà che una rete di ferro arrugginito, macchie sui muri, mattoni per terra, termosifoni rubati, ragnatele, luce sulle mattonelle lucide, soffitto scrostato e i pezzi delle mie domande quotidiane.
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Io sono quello normale? O questi fantasmi che mi camminano accanto?
Sono normale io a preoccuparmi di anime vuote, o vuota è l’anima mia e l’unica realtà è la loro e non la mia?

 

 

 

Esco dunque dal luogo inquieto del mio lavoro e corro via, con la sensazione di un mostro grande che mi assale alle spalle e ombre di nuvole macabre sul cuore.

 

 

 

 

Io non so dire quello che sento, solo ho paura dell’ombra delle nuvole, solo mi appare mostruoso il muoversi irregolare delle foglie, solo mi risuona orribile il rumore del vento e lo scricchiolio dei passi giornalieri eppure sempre sconosciuti.
Non cercare di capire me, che sono matto da tanti anni, da tutta la vita, da quando, da bambino volli scoprire dentro quel corpo che c’era, se conteneva la stessa travagliata anima mia, se c’era quello stesso buco che sentivo io e che nessuno ha più, mai più, riempito.
Queste sbarre mi proteggono e mi limitano. Ne ho timore e le amo, danno un confine al mio esser matto da legare.
Scappo via lungo il corridoio inseguendo un sogno, una farfalla, l’ape su un fiore, una goccia nell’arcobaleno, l’amore.
Poi mi rinchiudono e mi legano contro un muro a riflettere su scritte grandi di cose umane, ma il mio dolore e la mia confusione e l’incapacità di dirli non sono di questo mondo.
L’anima mia è piena ma non so leggerla, la mia realtà è vera e tu non sai capirla, questo mostro che ho dentro è autentico ma non so parlartene.
La mia vita è questa e non conosco la morte per desiderarla.
Resterò qui, anche senza il mio corpo, perché altra casa non ho.

Roma

foto Luca Ortenzi

foto Luca Ortenzi


Roma è quello che è.
Soltanto una città, in fondo, ma dal passato molto presente e col futuro chiuso in una scatola di scarpe.
L’odore di mare sottovento e il cielo rumoroso degli aereoplani controvento, l’abitante orgoglioso che la rende simpatica e accogliente, l’immigrato orgoglioso che la rende dalla storia multiculturale.
Roma è quello che è, ci arrivi per un giorno e già ti rende cittadino del mondo.
Semplicità ricca di storia e contraddizioni, immaginazione pura e realtà cruda, uomini in doppiopetto e scarpe da ginnastica tipo iu es ei, ma odori forti di cipolla e ragù e peperoni al mattino romani de roma.
Distanze amplificate e tempi accorciati, mille scelte possibili, eterne o romantiche. Città a misura di donna in carriera, oppure a misura d’uomo quando il lavoro è a tre minuti da casa, magari in centro, altrimenti nemmeno a misura di scooter o di marziano o di piccione.
Giovani incappucciati dai pantaloni calati modello iu es ei, giovani con gli occhi concentrati e i pensieri persi dietro una lezione da ripetere più o meno a memoria, motorini a zig zag tra secoli di storia intatta, scritte stupende e sbiadite sui muri, fontane silenziose in mezzo alla confusione romanesca, tipica “caciara” di uomini, traffico, cielo e vita.
Monumenti che ti guardano, ti chiedono monete, ti invitano a tornare, come se da solo non capissi che una volta sola non è comunque abbastanza, traffico che ti pietrifica e ti soffoca, come se da solo non capissi che due volte sono probabilmente troppe.
Semafori e nomadi ai semafori, cinema e negozi, libri e cartelli pubblicitari, qui la globalizzazione non ha attecchito, perché Roma è uno spazio di mondo scollegato dal mondo, a capo del mondo, un metamondo dove anche mangiare è diverso perchè ha sapore di latte di lupo.
Roma è quello che è, tanto distante dalla natura che odi il traffico e le puzze e i tram affollati e i parcheggi pieni e le pozzanghere tra i sanpietrini e pensi di andartene in un posto più a misura tua, d’uomo e di bambino, un posto che non ti toglie così tanto, ma quando ti chiedono “hai mai pensato di andartene? Ti accorgi che no, non ci hai mai pensato davvero, perché qualunque posto che non ti toglie tanto non ti da altrettanto, e se un po’ Roma la odi non puoi fare a meno di amarla e di non voler essere in nessun altro posto che lì.

Foto Terapia

weheartit.com

weheartit.com


L’arte di mettere a nudo le emozioni con le foto, ho scritto come presentazione di questa sottosezione.
Guardando foto di paesaggi o volti si possono inventare storie sull’onda delle proprie emozioni, venendone meravigliosamente a conoscenza, accettandole, persino.

Poi scopro Cristina Nunez.
Artista della fotografia che fa della fotografia di se stessi un’autoterapia, uno strumento efficacissimo per mettere letteralmente a nudo le proprie emozioni, mettere a fuoco i propri difetti, farli diventare una grandiosa opera d’arte, incrementare la propria autostima, convinta che “le emozioni estreme si possono convertire in arte”, che “esprimere le emozioni in un mondo come questo è un’avventura”, dalla quale però non si può prescindere perché la propria vita possa essere vissuta autenticamente, senza bluff con se stessi.

In questo VIDEO ci sono i self – portrait dei ragazzi di terzo e quarto liceo che hanno partecipato al workshop “Sono Io!”, un viaggio verso la propria interiorità.

Un’opera d’arte!

Monumento alla Memoria

foto L.Ortenzi

foto L.Ortenzi

Gente a semicerchio davanti a un monumento alla memoria.
Un silenzio educato fa da sfondo ad una tromba che insegue le note del Silenzio, un Sole beffardo gioca a nascondersi dietro al vento.
Una bimba attenta segue il lento scivolare di un telo verde e forse non capisce quella storia – narrata sottovoce – di partigiani e libertà.
Lo rifarei mille volte, bimba, quel che ho fatto sessantasei anni fa, che mi costò la vita in quel punto preciso oltre il tuo sguardo, in quell’angolo nascosto dal negozio di souvenir.
Lascia che io ti gridi il racconto della mia morte, bimba. Lascia che io lo gridi perché, sai, per vincere, abbiamo vinto, che ne sia valsa la pena, certo che si, che tutto sia stato dimenticato, gran parte purtroppo è vero. Lascia che io ti gridi quella mia vita che cadde in un agguato del nemico. Un nemico vigliacco che se la prese facilmente col vecchio canuto che ero, impossibilitato alla montagna e alle armi.
Mi uccise un colpo secco di un fucile improvviso e, quando caddi a terra, l’ultima cosa che vidi fu la luce dalle finestre di casa mia, che mi apparve sfocata, sullo sfondo di una parola scritta in nero sui muri di quell’ideale da guardare con il cannocchiale, per avvicinare il sogno di libertà, per cui lottare, vivere, morire.

Eterno

foto Luca Ortenzi

foto Luca Ortenzi

Quel che ci raccontano è che il giorno che sei nato tu io cadevo dal passeggino, poche croste dimenticate nei pochi giorni dell’ospedale che ti facevi da neonato.
Quel che io immagino è che quando tu iniziavi la vita nella tua famiglia, io alla mia famiglia cominciavo a sorridere, con convinzione inconscia che difficoltà ci sarebbero state ma la gioia e la fortuna le avrebbero compensate.
Quel che ci raccontano è che tu crescevi timido e riservato e che ogni tanto ci incontravamo e almeno io non sono sicura che insieme giocavamo bene, non fosse stato per quell’amico comune, appassionato a te, nato con me, che fotografa mentre io scrivo.
Quel che ricordo io del nostro primo giorno di scuola è che piangevi e volevi tornare a casa, mentre io ero felice di quella condivisione del tempo in forma evoluta, facevo già le prove di empatia cercando di capire i motivi della tua disperazione in quel luogo accogliente e allegro.
Quel che constatiamo è che il tempo si è divertito, rendendo te sempre più solare e allegro in compagnia e facendo di me un lupo solitario restio alla compagnia.
Quel che ricordiamo è che eravamo amici, ma non troppo, che ci incontravamo, ma non spesso.
Quel che ci torna in mente come del tutto naturale è che l’anno di nascita ci tenne uniti, come le feste di compleanno, i capodanni, i giorni d’estate in piscina, i pomeriggi di primavera sul prato, l’epoca di un embrione di comitiva aggiunsero pezzetti di conoscenza e affetto, sia pure diversi fossero i binari su cui i nostri treni viaggiavano spediti.
Quel che ci torna in mente con emozione è la quercia che stava silenziosamente a guardare.
Quel che non sospettavamo è che le nostre anime in formazione nascoste dietro la tua maglia a righe e la mia fucsia, erano quasi pronte a cominciare.
Quel che pensavamo non era che stava nascendo un amore, ma solo un bocciolo di fiore che sa incantare al suo massimo splendore, ma non sa resistere al tempo tiranno.
Quel che non consideriamo esistito è quel tempo lontani, un tempo che in realtà ci ha avvicinato.
Quel che ci unisce per sempre è lo sguardo verde smeraldo profondo di una bimba sensibile e riservata, è lo sguardo azzurro di un bimbo allegro e socievole.
È la gioia che loro pretendono da noi, è l’impegno delle nostre notti in bianco, è lo sguardo silenzioso, nascosto dietro ad un sorriso, è il risveglio delle mattine sullo stesso letto, è il dolce chiamare mamma e papà, è il determinato voler esserci al loro richiamo, è il loro riso tra le onde, le difficoltà che dovranno affrontare e i mezzi che noi daremo loro non solo per non affondare, ma per credere di volare, è la difficoltà di restare noi stessi, in quattro.
Sono i due anelli della catena che ha congelato il ricordo di una quercia e che rende eterno l’amore.

Giuliana

Pioggia

foto Luca Ortenzi

foto Luca Ortenzi

È piuttosto ingiusto che il Sole a maggio debba essere considerato un miraggio.
Ne ho diritto io, l’erba, la terra, i frutteti, il mare, il mio corpo dalle unghie fino alla punta dei capelli, dalla pelle fino agli organi interni.
E invece pioggia.
E tutto diventa acqua e grigio e pozzanghere e fango e freddo e umido e basta!
E se non è pioggia c’è nuvola, e con le nuvole il vento.
Un vento senza primavera, un tempo che chiude in casa pure i sassi e gli insetti sotto ai sassi, la natura in letargo di contorno a uomini stanchi e annoiati sotto gli ombrelli.
Gemme che tardano a sbocciare, acque marroni che nella stagione di un anno fa erano azzurro-cielo, erba che diventa muschio, il fotografo che sporca le scarpe nel pantano, l’odore forte di erba bagnata che pervade l’aria e si insinua nel cervello e nelle mie ossa che scarseggiano di vitamina D ed il Sole dov’è? Del Sole chi ne ha notizie? Che stagioni sono queste senza più le mezze equilibrate? Di chi altro è colpa o solo del buco dell’ozono? O solo di un vulcano?
Ho bisogno del Sole e non più solo di questo ciaf ciaf sotto i miei piedi! Ho bisogno della luce e non solo più soltanto di questi paesaggi lucidi e precisi, ho bisogno di eccessi, molta luce e molta ombra, molto caldo e un fresco molto atteso, molto silenzio con solo il rumore del Sole che brucia, una foto sovraesposta che cancella i colori di tutto, degli ombrelli soprattutto.
foto Luca Ortenzi

foto Luca Ortenzi

Morirò da solo

foto Luca Ortenzi

foto Luca Ortenzi

Morirò da solo, su una panchina, in una gelida notte tra dicembre e gennaio, oppure sotto un’improvvisa, inaspettata nevicata di marzo.
E di questo, non sono solo contento, ma sono assolutamente soddisfatto.
Scelta mia.
Mi lavavano e mi facevano la barba tutte le mattine e gridavo noooooo la mia barbaaaaaa nooooo non toccate il mio visoooooooo e mi legavano le mani con un asciugamano dietro una sedia “per il mio bene”, altrimenti mi avrebbero tagliato con la lametta e io gridavo noooooooooo e tra loro si dicevano “è matto, non lo vedi?”. Mi infilavano a forza sotto la doccia tutte le mattine e mi vestivano di stracci di recupero, di altra gente già arrivata all’inferno, puzzavo di sapone sintetico e di asciugamani mal asciugati. Bevevo l’acqua tiepida di rubinetto e mi era concesso mezzo bicchiere di vino e quando me lo versavano io gridavo noooooooooo il vino nooooooo e loro capivano che ne volevo di più e non capivano sonoooooo astemiooooooooo e mi puzza il bicchiereeeeeeee. Dormivo con un vecchio scorreggione che russava e interrompeva a tratti i miei sonni leggeri che ogni tanto moriva e ogni tanto ritornava, un po’ diverso e un po’ uguale.
Morirò da solo ma guardatemi ora.
Ho le rughe dei sorrisi e la barba morbida da toccare, dietro cui vivere, ho i miei vestiti e il vento mi lava via la polvere di ogni giorno, bevo l’acqua fresca delle sorgenti e l’odore che porto con me è il mio, dormo in compagnia delle stelle che non fanno che brillare senza rumore.
Morirò in compagnia di me stesso, delle mie mani e delle mie rughe, morirò contento in compagnia soltanto della mia vita almeno vissuta.

Giuliana

Una foto

foto mytherapy

foto mytherapy

Ho trovato questa foto, usurata e sbiadita.
Sullo sfondo si legge “Biglietti”.
Della lotteria.
Era la festa dell’unità del 2003.
Dieci anni fa.
DIECI.
Io era scheletrica, si vedevano solo gli occhi infossati e il sorriso.
Ero seduta, come sempre, accanto al mio mentore, mio amico, mio mahatma di allora.
Oggi è Senatore.
Più in là il ragazzo di quel solito sorriso sincero, identico a quello che ho visto in Campidoglio, il giorno del suo matrimonio. Dieci anni dopo, lo stesso sorriso, un dono non da poco.
In basso, quello sempre abbronzato, sempre un sorriso appena accennato, di chi la sa lunga, ma non la dice a tutti.
Subito dietro il chirurgo che ha operato più volte mia madre, che mia madre venera, a cui ho chiesto come fosse andata l’operazione dandogli del Lei (non avevo questa foto a portata di mano).
Dietro, sorrisi di persone che incontro che nemmeno mi riconoscono, nonostante questa foto condivisa, e molto altro, condiviso.
Accanto a me, persone che non vedo più, forse, da allora, persone che incontro, persone che mi sono rimaste nel cuore, persone che stanno lottando contro le malattie, persone cui ho voluto un bene sincero, perché ho condiviso questa foto, appunto, con loro, e riunioni fino a tardi, e feste dell’unità, e risate e arrabbiature e amarezze, e tempo, un tempo molto prezioso del mio passato.
Non è facile per me recuperare i ricordi di un tempo e di uno spazio in cui avevo investito molto, ricavandone molte delusioni.
Resta solo questa foto.
E NO!
I sorrisi di alcuni di loro, per me.
La dolcezza e la delicatezza della madrina di mio figlio, per me.
La sincerità, la sobrietà e l’emozione malcelata del marito, per me.
Di politica non ce n’è più.
Di riunioni, nemmeno.
Di incontri qualcuno, nelle loro segrete stanze, lontane anni luce dai momenti autentici seduti al ristorante della festa.
Tutto finisce, prima o poi.
E NO!
Tutto no.
Un foto è una foto.
Conserva emozioni.