Lettera a mio figlio sulla felicità

Lettera a mio figlio sulla felicità

Lettera a mio figlio sulla felicità è proprio una lettera che l’autore, Sergio Bambarén, scrive a suo figlio Daniel, raccontando la sua vita, le sue scelte a volte difficili, contro l’apparente logica comune ma sempre in linea con i suoi sogni e il suo cuore.

L’autore comincia col ringraziare suo figlio, perché con la sola presenza gli ricorda il bambino che è in lui, che vive in lui (che vive in ognuno di noi!) qualunque sia la sua età, perché “essere giovani è una condizione mentale“. L’immaginazione, la forza delle emozioni, l’amore profondo per la vita sono elementi che caratterizzano il nostro bambino interiore e, secondo l’autore, salvaguardarli è il primo passo per la felicità.

“La felicità non si trova una volta tagliato il traguardo, ma proprio sulla strada che stai percorrendo, lungo il sentiero per raggiungere i sogni che hai deciso di inseguire”.

Semplice, chiaro, ma io personalmente me ne dimentico sempre, bisognerebbe usare come un mantra il concetto che “non c’è momento migliore per essere felici di adesso, qui e ora” (anche se mi viene da rispondere che certe anime sono intrise di malinconia e sensibilità e fanno tanta più fatica di altre a vivere felicemente il momento presente).

L’autore suggerisce altri piccoli passi per raggiungere in questo famoso momento presente la felicità.

Vivere la vita assecondando la voce del cuore, costruendo il proprio sentiero invece di seguire quello tracciato da altri, “soltanto chi cammina al ritmo della propria musica è davvero libero”, interrompendo una visione statica della vita per dedicarsi alle piccole grandi meraviglie della Natura, scegliendo di infrangere le regole invece di sottostare alle paure della propria mente, lottando sempre, perché “l’unica battaglia che sei destinato a perdere è quella che non vuoi combattere“.

Non bisogna mai dare ascolto a chi dice che non si può fare qualcosa, “la realtà è solo una condizione mentale”, ce l’hanno già insegnato Richard Bach con Illusioni e col nostro amico gabbiano Jonathan Livingston, Paulo Coelho con il Manuale del Guerriero della Luce e Hermann Hesse con Siddharta.

Ma attenzione! Non bisogna mai dimenticare che “per conquistare un obiettivo in maniera dignitosa esiste un unico metodo: lavorare, lavorare e ancora lavorare“.

Il libro è ricco di spunti e consigli di felicità, scritto in modo immediato, si legge in un pomeriggio, è una utile lettura per chi sente che c’è molto di più di una una quotidiana routine che non lascia scampo alle voci del cuore.

Con questa lettura terapeutica voglio anche io lasciare un messaggio di felicità ai miei figli: anche nei momenti in cui l’anima reclama un radicamento certo o protesta per eccessive complicazioni emozionali, semplificate la vostra vita, se un giorno vi doveste trovare imprigionati in una vita ricca ma senza sogni, abbandonate tutto e andate in cerca dell’oceano, come l’autore, oppure di un bosco.

Giuliana

La ricetta dei sogni

Lettera a mio figlio sulla Felicità
Sergio Bambarén
Sperling & Kupfer Editori
2010

Il primo giorno di scuola

foto My Therapy

foto My Therapy


Quali sono tutte le cose che dovevo fare dal momento che sarebbero tornati a scuola?
Dov’è tutta la gioia, leggerezza, tranquillità e solitudine desiderata che mi aspettavo di ritrovare al momento del loro ingresso nelle mura sicure e formative dei rispettivi edifici?
Adesso che sono sola, ma quanto mi mancano?
Questo silenzio, a cui mi riabituerò, ora quant’è greve?
Quanta fatica ho fatto a trattenere le lacrime vedendo LEI così piccina, in quel grembiule così grande, sotto il peso di quello zaino gigantesco, seduta in prima fila accanto al suo compagno di classe di tutta la vita (cinque anni, per loro tutta la vita) … quanta fatica? Che mattinata ho passato crogiolandomi nelle mie insicurezze di genitore che vorrebbe un figlio autonomo, e d’improvviso si trova davanti un pulcino spaventato?
Meno male che poi, lasciando LUI nelle mani delle maestre già note, c’è stato sollievo nel vederlo solo un po’ perplesso ma poi sicuro di poter andare a giocare lontano da me, che tanto sarei tornata presto.
Meno male che poi, una volta scesa dallo scuola-bus, sul quale continuava a sembrare un uccellino bagnato, è tornata la mia bimba chiacchierona di sempre, con quegli occhi spalancati sul mondo, piena di idee e senza appetito, saltellava persino mentre si rintanava in camera sua a giocare metabolizzando un sacco di emozioni nuove.
Quindi i figli sono a scuola e io sembro scema, una mamma scema che s’è immaginata di crearsi un’indipendenza e un’autorevolezza, ma resta solo una mamma senza i cui figli è scema, abbastanza priva di senso.
Una mamma scema che non ha fatto altro che pensare a questo primo giorno di scuola, a come prepararli e renderli emotivamente pronti ad affrontare il distacco, ed ora si domanda se sia concretamente possibile rendere pronti i propri figli alle esperienze nuove, se è fattibile aiutarli ad essere più forti o se tutto quello che fanno e diventano è solo farina del loro sacco, frutto delle loro anime e delle loro menti.
Tutto quello che può almeno tentare di fare questa mamma scema è far respirare loro tutta la serenità possibile, anche quella che non possiedo, cercandola chissà dove, e trovandola chissà come.
Amori miei, non so perché è stato così veloce il tempo che da piccoli batuffoli sulle mie mani siete diventati aquilotti in grado di volare da soli, ma io, in ogni passaggio di tempo e di luoghi, sono qui, con tutto il mio cuore, accanto a voi.