Messaggio per un’aquila che si crede un pollo

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Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, di Anthony De Mello è un libro che parla di spiritualità, dove per spiritualità si intende il concetto di risveglio.
Viviamo la nostra realtà quotidiana superficialmente, come fossimo addormentati, sicuri e racchiusi all’interno delle nostre convinzioni che non vogliamo mai mettere in discussione.
Svegliarsi significa essere consapevoli, ovvero interrompere gesti, pensieri e sentimenti meccanici, significa comprendere che ci fa piacere sentirci dire che siamo ok, ma noi non siamo né giusti né sbagliati, siamo noi e basta e svegliarsi significa smettere di vivere in funzione delle aspettative degli altri, o in base ai giudizi che ci danno.
Svegliarsi, va bene, ma come?
Si comincia con l’autosservazione, cioè

“Guardare, osservare quel che accade dentro di noi e intorno a noi come se accadesse a qualcun altro”.

Conoscere i propri sentimenti negativi aiuta a contenerli ed essi vanno contenuti perché non sono utili, si rischia di identificarci con essi (è meglio dire “provo un po’ tristezza”, piuttosto che “sono triste”).
Noi non siamo i sentimenti che proviamo!
L’autosservazione, insieme alle pratiche di consapevolezza, possono far miracoli, pensate alla storia del leone che si imbatte in un branco di pecore:

“Con sua grande sorpresa trova un leone tra le pecore. Si trattava di un leone cresciuto nel gregge da quando era piccolo. Belava come una pecora, si muoveva come una pecora. Il leone si dirisse dritto verso di lui e quando il leone-pecora si trocò davanti il leone vero, si mise a tremare come un fuscello. IL leone gli disse: ‘Cosa fai in mezzo a queste pecore??, il leone- pecora gli rispose: ‘Sono una pecora?.
E l’altro ? Oh, no che non lo sei. Adesso vieni con me?. Portò il leone pecora fino a uno specchio d’acqua e disse: “Guarda!”.
Quando il leone-pecora vide il proprio riflesso nell’acqua emise un potente ruggito. In quel momento si trasformò, e non fu mai più lo stesso.”

Questo è il miracolo della comprensione di noi stessi.

E’ un libro utile perché ci sono consigli e piccoli esercizi che ci fanno comprendere che è necessario aprire gli occhi per essere felici, sbarazzarci delle etichette che gli altri ci mettono, che spesso ci mettiamo addirittura da soli.
Bisogna porci una domanda fondamentale: siamo disposti ad essere felici senza le cose che desideriamo?
Il nodo della felicità è tutto qui.
La felicità non è rinunciare ai desideri, la felicità si ottiene capendo che non sono le cose che ci rendono felici, la felicità è il presente, la felicità è sganciarsi dalle cose, la felicità si ottiene con lo sforzo estremo di aprire gli occhi e riconoscere l’aquila che è in noi, e cominciare a volare.

Allo stesso modo è importante osservare intorno a noi. Ma osservare cosa?

Il viso delle persone, la forma degli alberi, un uccello in volo, un mucchio di pietre, l’erba che cresce.

Forse così si può riuscire a superare i limiti che pensieri e parole ci hanno imposto, forse così riusciremo a capire che la realtà va oltre parole e concetti, così metteremo spiritualità nella nostra esistenza, e forse così potremo essere felici.

Un libro utile, insomma, l’ideale per cominciare bene l’anno nuovo.

Se volete leggere altri libri sulla spiritualità e sulla felicità, cliccate sulle parole azzurre.

Giuliana

“La vita è quella cosa che ci accade quando siamo impegnati a fare altri progetti”.

Cabaret mistico

cabaret mistico

Quando mi sono stancato di partorire opere che erano soltanto uno specchio del mio ego, ho abbandonato l’arte per due anni“.

Comincia così Cabaret mistico di Alejandro Jodorowsky, e già fa da terapia facendo riflettere sul proprio ego, sul proprio stare nel mondo e sul modo di relazionarsi agli altri; poche parole bastano per riflettere sull’essere e sull’apparire e sulla necessità di cambiare il mondo.

Non posso cambiare il mondo, però posso cominciare a farlo“.

Come si cambia il mondo?
Si parte ridimensionando il proprio ego, riuscendo a comprendere che non siamo il centro del mondo, si prosegue con la visione spirituale di noi stessi, degli uomini, di tutto ciò che appartiene a questo pianeta, infine si utilizza la “risata salvifica“, si cerca la saggezza nell’arte letteraria più umile, la barzelletta, in cui affonda l’inconscio collettivo, il senso critico, la filosofia naturale.

L’umorismo ci aiuta ad allargare il nostro punto di vista, a creare il nostro Dio interiore, quello che vive nel nostro inconscio e non nell’alto dei cieli, un Dio che è dentro di noi e che crea e distrugge le nostre cellule, che trasforma le nostre esperienze in Coscienza Sublime, che consola le nostre sofferenze, che ci insegna ad amare tutte le creature.

Dice Jodorowsky, “Questo essere intimo deve essere il nostro modello. Giorno dopo giorno ci inventiamo la nostra realtà, quindi possiamo anche inventarci la nostra divinità“.

Possiamo creare la nostra realtà, e la nostra divinità, ricercando la luce sacra nelle barzellette, sapendo che “se cambiamo i nostri pensieri, cambieremo il mondo“.

Tra una barzelletta e una storiella zen, ho trovato delle intuizioni che mi hanno fatto un gran bene; mi è capitato questo libro tra le mani proprio quando stavo facendo una riflessione con me stessa sul mio bisogno di approvazione altrui, sulle mie insicurezze, sulle maschere che metto per sentirmi più forte e per farmi dire brava.
Leggo Jodorowsky che dice:
Sovente, non sapendo chi siamo, per vivere con gli altri indossiamo una maschera che corrisponde a quello che essi credono che noi siamo“,
oppure
Uno non è obbligato a giustificarsi, può avere tutti i “difetti” che vuole. Non importa quello che gli altri pensano di lui, ma quello che lui pensa di se stesso“.

Impegnata com’ero a ascoltare il giudizio altrui, mi scordavo di ascoltare il mio.

Impegnata com’ero a lamentarmi, mi perdevo le positività della mia vita.
Se ci alimentiamo di pensieri negativi insozzeremo il mondo con pensieri negativi. Siamo ciò che mangiamo, mangiamo ciò che siamo. Se ci nutriamo di Coscienza, offriremo Coscienza al mondo” e, udite udite, la Coscienza si può raggiungere solo con la meditazione.

Impegnata com’ero a costruirmi per il futuro, mi perdevo il presente.
Quel che vogliamo essere, lo siamo già“.

Impegnata com’ero a raggiungere la perfezione, perdevo la grazia.
Ricercare l’eccellenza significa fare quel che si deve fare al meglio“.

Impegnata com’ero a fuggire la realtà con la letteratura e vivendo con la lettura le vite altrui, mi allontanavo da me stessa (insomma a volte va bene fuggire la realtà, è terapeutico, purché non ci si dimentichi di se stessi).

E’ un libro per chi ha bisogno di ridere, per chi si ammala piuttosto che ammettere di non ricevere abbastanza amore, è il libro che contiene la risposta giusta da dare ai genitori che si chiedono perché i bambini dicono tante bugie (“Per formarsi bene, il bambino deve ricevere un giusto sguardo da parte dei suoi genitori. Essi devono vederlo come lui è e non come vogliono che sia“), è un libro per chi è confuso e non sa che strada prendere (l’occhio interiore ci indica la verità), è un libro per chi ha sempre paura (“Quando non hai paura, sei quel che sei“) , è un libro che ci riporta a noi stessi, è un libro per chi cade e non ha la forza di rialzarsi (“La terra su cui cadiamo è la stessa che ci aiuta a risollevarci”).

E’ un libro che ci aiuta ad accettarci così come siamo.

Accettiamo con riconoscenza di essere quello che siamo. Niente da eliminare. Niente da aggiungere.”

Dunque, questa sono io, niente da eliminare, niente da aggiungere.

Giuliana

La vita che si ama. Storie di felicità

La vita che si ama. Storie di felicità

La vita che si ama. Storie di felicità è l’ultimo libro di Roberto Vecchioni (ricordate Il Libraio di Selinunte?), in cui il professore, cantante, scrittore si racconta in una autobiografia che ha più filosofia che storia, tesa com’è alla difficile descrizione della felicità.

Mentiva Epicuro. Non si è felici nell’imperturbabilità, ma nell’attraversamento di vento e tempesta” è il punto di vista di Roberto Vecchioni, che scrive questo libro così intimo, un inno alla felicità raccontato con una tenerezza disarmante, con una semplicità autentica, con grande passione e emozioni, elementi che hanno accompagnato l’intera vita del professore, cantante, scrittore.

Il consiglio più prezioso di questa lettura è il considerare il tempo non come qualcosa che fugge orizzontalmente accanto allo scorrere degli anni, ma come un tempo verticale, concentrato, tutto in un istante, nella bellezza di ogni singolo istante.

E poi il destino che non va considerato come duro, invincibile sprezzante, ma anzi come qualcosa che con coraggio si può vincere, cambiare, decidere, sempre in vista di quegli attimi di bellezza e di felicità.

La felicità è li, a portata di mano”.

Questo libro ci da la giusta spinta a cercarla dentro noi stessi, nel nostro modo di guardare alla vita, nel nostro approccio all’idea di tempo e destino.

“Il boato, il picco d’intensità, non è che uno sgraffio, e pare che bruci di sole, ma la felicità non è lì, sta nel silenzio che segue, nella lingua nota di quiete dove danzano punti di luce da afferrare e mettere insieme, a farne figure. E allora non basta che accada, dobbiamo anche farla accadere e saperla cogliere dove s’acquatta, nella tristezza come presagio di un altro orizzonte, e soprattutto nella gioia che non si appunta all’anima, ma scivola e scivola: e allora tirarla, fletterla come un elastico perché si allarghi, quella gioia, si estenda di qua e di là, perché non diventi, appena passata, solo un ricordo”.

Giuliana

La ricetta dei sogni

Caro Daniel,

oggi voglio farti un regalo: si tratta di una specie di Ricetta dei sogni per raggiungere la felicità, u piccolo vademecum per vivere la vita a cui siamo realmente destinati.

  • Fa sempre ciò che ti rende felice. Se per sentirti libero e assecondare il tuo cuore dovrai rinunciare alle tradizioni o alle credenze che ti sono state inculcate durante l’infanzia, non esitare.
  • Sii il migliore amico di te stesso. Sappi che i momenti di solitudine, lontano dalla confusione, ti permetteranno di scoprire chi sei davvero. Ovunque ami stare, che tu ti senta in pace con te stesso in mezzo agli altri o completamente solo, avrai conquistato qualcosa che riesce davvero a pochi: una vita vera, basata soltanto sui tuoi principi.
  • Abbandona il tuo “guscio di certezze “, esci dal coro: parti, va lontano. Abbatti tutte le pareti che hai innalzato attorno a te. Sii libero, lascia che il tuo spirito voli verso il tuo destino.
  • Ricorda sempre che gli unici tesori che potrai portare con te quando verrà il momento di abbandonare questo mondo, sono i ricordi dei tuoi sogni che hai realizzato, o che hai fatto del tuo meglio per realizzare. Alle spalle ti lascerai unicamente le cose buone o cattive che hai compiuto per trasformare la Terra in un luogo migliore o peggiore. Ogni oggetto materiale che possiedi, è soltanto in prestito per il tempo che trascorri qui. Non scordarlo mai.
  • Dimentica una volta per tutte, ciò che gli altri pensano o dicono. Si tratta della tua vita e finchè vivi e lasci vivere, non dovrai mai preoccuparti di quello che la gente dice di te. I pettegolezzi sono irrilevanti, danneggiano solo chi li diffonde.
  • L’unica persona con cui dovresti competere in questo mondo sei tu. Nessun altro. Cerca di diventare un individuo migliore, giorno dopo giorno.
  • Nel momento in cui sono riuscito a cancellare parole come odio, vendetta, risentimento, e rivalità, dalla mia memoria e dal mio cuore, mi sono sentito un uomo nuovo. Mi è costato anni comprendere che se qualcuno ti percuore sulla guancia, tu devi porgere anche l’altra. Essere umili significa raggiungere un livello di spiritualità che non avri mai immaginato fosse alla mia portata. Questo ha fatto la differenza.
  • Non dimenticare mai, che un perdente non è colui che non raggiunge i suoi obiettivi, ma colui che vi rinuncia in partenza.

Tratto da Lettera a mio figlio sulla felicità, Sergio Bambarén

Vento

Lettera a mio figlio sulla felicità

Lettera a mio figlio sulla felicità

Lettera a mio figlio sulla felicità è proprio una lettera che l’autore, Sergio Bambarén, scrive a suo figlio Daniel, raccontando la sua vita, le sue scelte a volte difficili, contro l’apparente logica comune ma sempre in linea con i suoi sogni e il suo cuore.

L’autore comincia col ringraziare suo figlio, perché con la sola presenza gli ricorda il bambino che è in lui, che vive in lui (che vive in ognuno di noi!) qualunque sia la sua età, perché “essere giovani è una condizione mentale“. L’immaginazione, la forza delle emozioni, l’amore profondo per la vita sono elementi che caratterizzano il nostro bambino interiore e, secondo l’autore, salvaguardarli è il primo passo per la felicità.

“La felicità non si trova una volta tagliato il traguardo, ma proprio sulla strada che stai percorrendo, lungo il sentiero per raggiungere i sogni che hai deciso di inseguire”.

Semplice, chiaro, ma io personalmente me ne dimentico sempre, bisognerebbe usare come un mantra il concetto che “non c’è momento migliore per essere felici di adesso, qui e ora” (anche se mi viene da rispondere che certe anime sono intrise di malinconia e sensibilità e fanno tanta più fatica di altre a vivere felicemente il momento presente).

L’autore suggerisce altri piccoli passi per raggiungere in questo famoso momento presente la felicità.

Vivere la vita assecondando la voce del cuore, costruendo il proprio sentiero invece di seguire quello tracciato da altri, “soltanto chi cammina al ritmo della propria musica è davvero libero”, interrompendo una visione statica della vita per dedicarsi alle piccole grandi meraviglie della Natura, scegliendo di infrangere le regole invece di sottostare alle paure della propria mente, lottando sempre, perché “l’unica battaglia che sei destinato a perdere è quella che non vuoi combattere“.

Non bisogna mai dare ascolto a chi dice che non si può fare qualcosa, “la realtà è solo una condizione mentale”, ce l’hanno già insegnato Richard Bach con Illusioni e col nostro amico gabbiano Jonathan Livingston, Paulo Coelho con il Manuale del Guerriero della Luce e Hermann Hesse con Siddharta.

Ma attenzione! Non bisogna mai dimenticare che “per conquistare un obiettivo in maniera dignitosa esiste un unico metodo: lavorare, lavorare e ancora lavorare“.

Il libro è ricco di spunti e consigli di felicità, scritto in modo immediato, si legge in un pomeriggio, è una utile lettura per chi sente che c’è molto di più di una una quotidiana routine che non lascia scampo alle voci del cuore.

Con questa lettura terapeutica voglio anche io lasciare un messaggio di felicità ai miei figli: anche nei momenti in cui l’anima reclama un radicamento certo o protesta per eccessive complicazioni emozionali, semplificate la vostra vita, se un giorno vi doveste trovare imprigionati in una vita ricca ma senza sogni, abbandonate tutto e andate in cerca dell’oceano, come l’autore, oppure di un bosco.

Giuliana

La ricetta dei sogni

Lettera a mio figlio sulla Felicità
Sergio Bambarén
Sperling & Kupfer Editori
2010

Il portafortuna della felicità

Il portafortuna della felicità

Con “Il portafortuna della felicità” si entra in una galleria con tanti piccoli quadri non appesi alle pareti ma raccontati con le parole gentili, essenziali ma precise dell’autore di La prima sorsata di birra, Philippe Delerm.
Le parole sono un dono, come la gentilezza, come la quotidianità, come la capacità di apprezzare le piccole cose, le più semplici, quelle che diamo per scontate.
Ad esempio il disordine della propria casa.
La mia casa è vanesia, vuole farci amare i suoi difetti. Rimedio con le parole alla disorganizzazione, siamo felici insieme. Io le lascio la sua anima vecchiotta e umbratile e lei mi concede in cambio uno scenario trascurato … atmosfera calda, tempo sospeso, felicità, dolcezza lieve“.

O la dolcezza e la cura di un giardino o di un’opera su cui lavorare. “E’la prima tappa della felicità avere qualcosa da spingere, da piantare, da cogliere, da lavorare, da inventare, da amare“.

La felicità, secondo Delerm, risiede dunque nella semplicità e se pure lo sforzo per apprezzarla ci appare complesso, forse vale la pena farlo, percorrere una strada senza fine cercando l’equilibrio come un funambolo, in bilico tra cielo e vuoto.

E’ delicata la felicità. Non sei un funambolo e avanzi passo a passo, non sai niente dei giorni, cammini sul filo, non vedi lontano. Se guardi in basso hai le vertigini, non guardare. In basso tutti gli uccelli raggelano e tutti gli uomini si proteggono. Tu cammini in alto ma è difficile, la felicità. Rischi a ogni passo, avanzi docile. In ogni rischio c’è felicità. Vai verso te stesso e il filo non ha fine“.

E’ un libro pieno di storie come questa (Il gatto Yogurt e la felicità), la cui lettura, se non altro, aggiungerà il coraggio di scovare la felicità nel tran tran di ogni giorno, con consapevolezza e attenzione al presente.

Giuliana

Il gatto Yogurt e la felicità

Il gatto Yogurt e la Felicità

Il gatto mi fa capire che stasera è di suo gusto la lana del mio maglione nuovo. Si sdraia con la testa nascosta nella piega del mio gomito e si stira, si sistema, si rannicchia a brevi intervalli: il meglio per lui non è nemico del bene! Nel rifarsi ogni volta un posto languido in questo mare orlato di lana, deve provare sempre più piacere poiché fa le fusa sempre più forte e la sua musica accompagna la mia scrittura. La sua sagoma si ritaglia in basso sul quaderno, gli piace anche la carta e questo insieme di carta e lana è di suo completo gradimento. Come si possa trovare la voluttà nella lana e nella carta, cerco di immaginarlo ma non ci riesco, non riesco neppure a scrivere d’altro che di Yogurt, si chiama così, lo yogurt gli piace quasi quanto i maglioni di lana. Una collina rossa si profila all’orizzonte della mia pagina serale.
Non è il primo, Yogurt, a trovarvi rifugio.
Per i neonati, per i bambini, per il gatto, per te quando dopo l’amore ti rannicchi nell’incavo del mio braccio, semplicemente per il bene tranquillo di esserci, sono un materasso, uno spazio per giocare, per addormentarsi, uno spazio accogliente, senza reazioni ostili, senza pericoli. Non è niente, ma è dolcissimo essere il grande, colui che ama e protegge, e accoglie la vita nell’incavo, nella tenerezza di una spalla.
Da piccolo mi addormentavo sulle ginocchia di mia sorella, della mamma. Avevo il mio posto nel mondo e adesso che a mia volta sono il sostegno, il nido e il velluto, so che un giorno le mie parole somiglieranno alla calma del mio corpo nel parlare nel parlare di Yogurt o della felicità, nello stringere a me la pace del mondo.

Tratto da “Il portafortuna della felicità” Philippe Delerm, Frassinelli

Quaderno d’esercizi di allenamento alla Felicità

Qualunque cosa sia la felicità, essa non si trova, ma si costruisce e si coltiva.

Esiste, a tal proposito, il “Quaderno d’esercizi di allenamento alla Felicità”, di Yves-Alexandre Thalman, edizioni Vallardi.

E’ un libro a forma di quaderno, o un quaderno a forma di libro, dipende dalle prospettive, ci sono indicazioni di esercizi e spazio per compilarli.
Sono degli esercizi per focalizzarsi sulla Felicità, capire in che punto del viaggio siamo (perché si è detto qui che la felicità non è una meta, ma un viaggio, ricordate?).
Ci sono anche dei test per capire quanto riteniamo di poter davvero costruire la felicità, con determinazione e consapevolezza, oppure quanto ci lasciamo andare al destino, vittime inconsapevoli di un locus of control esterno.

Oltre agli esercizi, ai test, ci sono delle vere e proprie pillole di una Teoria della Felicità, utile per tentare una definizione di Felicità, appunto.

Estrapolo da questo libretto-quaderno 10 consigli, 10 step da compiere ogni giorno per amare davvero la nostra vita e condurla dove vogliamo noi:
(e l’undicesimo lo aggiungo io)

1) dedicarsi sinceramente alle relazioni e ai rapporti sociali
2) essere attivi, nella professione e nel tempo libero
3) accettare e amare quello che si ha
4) non soccombere all’abitudine e non dar niente per scontato
5) pensare positivo (Be happy già ce lo diceva!)
6) essere grati ed esprimere gratitudine
7) perdonare
8) essere generosi
9) assaporare i piccoli piaceri della vita (come ci suggerisce Delerm in La prima sorsata di birra)
10) prendersi cura del proprio corpo
11) prendersi cura della propria mente e della propria anima (leggendo, per esempio!).

quaderno

Via, cominciamo!

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La prima sorsata di birra

la prima sorsata di birra

La felicità non è una meta, è un viaggio.
Questo libro, La prima sorsata di birra, di Philippe Delerm, ci insegna a gustare certi istanti del viaggio che da soli danno significato al viaggio stesso. Attimi che da soli possono dare la felicità.
La prima sorsata di birra è un libro composto di brevi racconti focalizzati ognuno su piccoli eventi che ci danno un piacere istantaneo, ma anche un piacere evocato di storie del passato.
Persino un coltello, tipo un opinel numero 6, può dare la felicità: ci fa sentire ancora bambini, quei bambini tanto affascinati dai coltelli, e nello stesso tempo ci fa essere gli adulti che siamo adesso, in questo istante, col coltello in tasca da toccare, poi tirarlo fuori e guardarlo, con la “soddisfazione ingenua di aprirlo e richiuderlo“.
Un coltello.
Voi avete storie di coltelli?
Io si, una, mi concedo una digressione personale, non posso farne a meno.
Eravamo in gita al Vaticano, gita culturale e non religiosa, per amor di precisione.
Non era neanche passato tanto tempo dall’11 settembre, le misure antiterroristiche erano alte e i controlli ossessivi.
Era un freddo e grigio pomeriggio nei pressi del Natale, in piazza c’era un albero gigantesco e colorato.
Eravamo quattro amici in piazza San Pietro, quei quattro che di solito si riunivano per raggiungere la cima di qualche montagna (con annessi sbuffi e lamenti miei, ovvio).
Quel giorno, vestiti grosso modo come per la montagna, eravamo in procinto di entrare a San Pietro.
D’un tratto, ad uno dei quattro viene in mente di avere in tasca un coltello. No, non un coltello qualsiasi. IL coltello.

Un oggetto caro, un simbolo d’amore, narrazione di un legame di felicità, utile sempre ma certo fuori luogo in quel frangente.

Che si fa?
Ricordo quel misto di incertezza, incredulità, gli occhi divertiti, i sorrisi, i passi incerti, le domande. Tutto in un attimo.
Il coraggio di andare dalle guardie a chiedere se si poteva entrare col coltello. Lo sguardo divertito ma implacabile del guardiano.
Essere arrivati fin qui e non entrare per un coltello?
E poi l’idea.
Nascondiamolo sotto l’albero di Natale, senza farci vedere, sennò ce lo prendono.
Furtivi, tre amici si aggiravano facendo i vaghi intorno all’albero, nascondendo il quarto che a sua volta nascondeva il tesoro prezioso.
A riguardare ora la scena con gli occhi della memoria, quei quattro parevano star per nascondere una bomba sotto l’albero, è invece era solo un oggetto, piccolo, freddo, apribile, vecchio, ma simbolo di felicità.

E’ bello quando un libro parla di noi. Quando ci fa recuperare storie del passato pronte per essere dimenticate. E di esse ci fa gioire. Adesso di allora, ma anche adesso di adesso, col ricordo fresco in mano, adesso.

Tutti i brani di La prima sorsata di birra raccontano delle verità intrinseche alla nostra vita:
– esiste solo il presente
– dobbiamo essere grati al nostro passato, che ci ha fatto arrivare fin qui come siamo
– ma esiste solo il presente e abbiamo questo compito, viverlo e gioirlo, consapevoli della bellezza di ogni attimo.

Metto subito in atto l’insegnamento e mi godo il presente.
Scrivo questo pezzo con una penna rossa su un foglio a quadretti, seduta sotto il sole di un mattino di marzo, da sola. E’ un attimo di felicità.
Una delle prossime sere dovrò trasformare queste parole attraverso dei click in un articolo di wordpress, ma adesso quel che conta è solo la penna che scivola tranquilla e silenziosa tra i quadretti.

Stasera le mie parole sono diventate un pezzo di sito, nel frattempo io sorrido ancora a ripensare al coltello, i miei bimbi vedono La sirenetta con una concentrazione che pare non l’abbiano vista mai, mio marito costruisce opere d’arte da GoPro, il mio cane russa a pancia in su.
Ogni tanto sfoglio La prima sorsata di birra.
E pure questo è un attimo di felicità.

Giuliana

Ho incontrato la vita in un filo d’erba

ho incontrato la vita in un filo d'erba

Esce fuori dalla libreria di casa un libretto così vecchio che ha ancora stampato il prezzo in lire (6900 per l’esattezza).
“Ho incontrato la vita in un filo d’erba”, di Romano Battaglia, è un piccolo breviario per una vita felice, una raccolta di frasi da leggere un po’ al giorno, un altro libro da tenere in giro per casa alla faccia del disordine (una casa con tanti libri sparsi è una casa felice, mica disordinata!), un concreto aiuto di libroterapia da consultare al primo malessere, al sorgere di qualunque emozione non ben identificata, ma con evidenti tratti negativi.
Lo prendete, lo aprite a caso e se vi sentite scoraggiati da tanto lavoro e poco risultato, troverete scritto:
I miti, le leggende, i sogni, anche se molti non ci credono, appartengono alla realtà“, oppure
Il grano non t’insegna soltanto a lavorare per il pane quotidiano, ma soprattutto a credere“.
Ecco dunque che le vostre vite popolate di leggende e fate, d’improvviso hanno un senso compiuto, anche se tutto vi sembra irrisolto.
Vi capita di essere tristi e di trovare il vostro cammino preferito con i cancelli aperti, la passeggiata all’ombra di certe buone piante vi ristora e vi restituisce il significato di questo giorno di sole.
Oppure, aprite a caso il libro “Ho incontrato la vita in un filo d’erba” e trovate scritto:
Quando sei triste canta così: cammino con la bellezza davanti a me, cammino con la bellezza dentro di me e le mie parole sono bellissime“.

Certo, parlare di felicità alla mia insicura e addolorata città è difficile, adesso.
Eppure chi se ne è andato in modo così crudele ci ha insegnato, con le sue ultime parole in questa vita, che c’è una risposta a chi cerca il senso della vita: l’amore.

Se ti chiedono qual è la cosa più importante nella vita, tu rispondi prima, dopo, sempre: l’amore“.
Amare o avere amato. Non ci sono altre vie da scoprire nel cammino misterioso della vita“.

Infine, adesso, in questo scoramento notturno, esce dal libro una frase per me, solo per me:

Semina, semina: l’importante è seminare, poco, molto, tutto il grano della speranza. Ma semina anche il grano della fantasia, perché ogni chicco arricchirà un piccolo angolo sperduto della terra“.

Dunque, buon lavoro.
Buona Giornata della Felicità.

La misura della felicità

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“La misura della felicità”, Gabrielle Zevin, ecco un altro libro che parla di libri, un po’ come Una piccola libreria a Parigi.
Una scrittura veloce e senza fronzoli mi ha permesso di leggerlo in fretta, di amare i personaggi, le loro storie, i loro difetti, i loro amori e, non lo nascondo, mi ha concesso di sperimentare la mia solita empatia.
Ho singhiozzato a tratti.
Poi sono tornata nella storia, così come i personaggi hanno continuato a vivere, così come la libreria ha continuato ad esistere.
E’ la vita.
Si nasce, si cresce, si vive a tentoni e si muore e chi resta continua a vivere a tentoni, calibrando le proprie azioni in base alla propria misura della felicità.
In questa vita, nessun uomo è un’isola, nessun uomo si deve fermare come un’isola, si va, si viene, si torna.
Meglio se con un libro in mano, meglio se parlando con persone che parlano di libri, che leggono libri. Che a forza di leggere libri gli vien voglia di scriverne, di libri.
Purché di libri si parli.
Purché si scelga un libro come terapia.

Nelle mie brevi riflessioni, qui a My Therapy, do per scontato che abbiate conoscenza dell’argomento del libro di cui vi parlo, che abbiate letto già da qualche parte la sinossi.
Vado subito al succo.
Mi perdonerete, se non siete d’accordo con questa scelta.
Potete cercare su google “sinossi la misura della felicità”, un po’ come faceva il nostro A.J. di questo libro che cercava su google persino come si cambiano i pannolini a una bambina di due anni.
Ne leggerete il riassunto e poi tornate qui, se avete voglia, per capire il motivo per cui “La misura della felicità” va letto.
Perché bisogna aprire le porte del proprio cuore, e lasciarle aperte.
Qualcuno verrà a lasciare qualcosa, nel momento in cui saremo pronti a prenderla.

“Cosa, in questa vita, è più personale dei libri?”.

“A.J. annuisce, ma non crede nelle azioni casuali. E’ un lettore, dunque crede nella struttura. Crede che esista una narrazione”.

“Tutto quello che ti serve sapere di una persona lo capisci dalla sua risposta alla domanda: Qual è il tuo libro preferito?”.

“Il tempo che passo a leggere è il tempo in cui imparo a scrivere meglio”.

“Talvolta i libri non ci trovano finché non è il momento giusto”.

“Le librerie attirano il giusto tipo di persone. E mi piace parlare di libri con persone a cui piace di parlare di libri. Mi piace la carta. Mi piace la sensazione della carta, e mi piace sentire il peso di un libro in tasca. Mi piace anche l’odore dei libri nuovi”.

“Un posto non è un bel posto senza una libreria”.

Giuliana

Siddharta

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Siddharta è il figlio del brahmino, bello, dal passo garbato e snello, studioso, stimato, amato da tutti, fortunato.
Eppure inquieto, con lo spirito assetato, scontento, non gli bastano i bramini, non bastano i samara, perfino Buddha non basta.
Siddharta vuole scendere dentro se stesso, non vuole dottrine, vuole trovare la verità solo attraverso se stesso.
Soffre e sperimenta, guarda il mondo con diffidenza, si trova da solo, cerca la sua patria in questo mondo, attraverso il suo corpo.
Fa esperienza anche dell’amore corporeo, del commercio, degli affari.
D’un tratto la rivelazione dell’Om gli fa capire la pochezza delle cose di mondo, quanto effimero sia il piacere dei sensi, gli agi della vita, la ricchezza dovuta al commercio, i cibi che gli fanno ingrassare il ventre.
Capisce qual è stata finora la sua malattia: il “non saper amare nulla e nessuno”.
Poi quando incontra l’amico di una vita gli rivela che “l’amore, o Govinda, mi sembra di tutte la cosa principale”.
Siddharta ci insegna a riappropriarci di noi stessi, a vedere il mondo attraverso i nostri occhi, a viverlo attraverso il nostro corpo, tutto come una unica entità, come un respiro solo, al suono dell’Om, della perfezione.
Ci insegna il valore dell’ascolto profondo, della meditazione, dell’attenzione al presente, per il raggiungimento della felicità e della pace interiore.
Nelle sue pagine tutto ci parla, perfino il fiume.
Un fiume che fa da spartiacque tra due vite di una stessa persona, un fiume che ride, che deride, che ascolta, parla e insegna.

Siddharta, 1922, è un romanzo di Hermann Hesse enormemente famoso, ma non è un libro facile.
Parla di noi stessi e della nostra natura profonda e divina e non lo capiamo se non siamo pronti a capirlo, a capire noi stessi.
Io non so se l’ho capito, a dirla tutta.
So che la prima volta che lo lessi, al liceo, una vita in trasformazione fa, non mi piacque nemmeno un po’.
Oggi, in questa nuova trasformazione di me stessa, lo trovo uno dei libri migliori che io abbia avuto tra le mani, uno di quei gioielli che faccio fatica a lasciare perché non ho trovato ancora un posto abbastanza speciale.
Siddharta è mio fratello, mio amico, mio compagno di irrequietezze e di ricerche.
Qualcosa ho trovato, viva il cielo: un altro spirito assetato.

Giuliana

Il piccolo libro della felicità

stilton

Il topo vestito di verde, de “Il piccolo libro della felicità”, alias Geronimo Stilton, direttore dell’Eco del Roditore (il giornale più famoso dell’isola dei Topi) ci racconta del compleanno del suo nipotino Benjamin.
C’erano gli amici e una luna brillante su un cielo stellato di velluto.
Geronimo dice al nipote: “Conserva nel tuo cuore questo ricordo. Gli attimi di felicità sono gioielli preziosi che con il passare del tempo, nel ricordo, acquistano ancora più valore”.
La felicità, dunque, è fatta di piccole cose, è bene che lo capiscano fin da subito i bambini.
E che la vita è un dono e che a fare l’elenco delle cose belle per cui ringraziare non si finisce mai!

Leggetelo ai vostri figli, compratelo per il compleanno dei vostri nipotini, regalatelo anche agli adulti che vi sembrano tormentati: l’effetto sorriso-leggerezza-felicità è immediato e garantito.

Magie

magie

MAGIE

Notti insonni una di seguito all’altra, capricci, difficoltà quotidiane, disordine. Ecco, d’improvviso due occhi grandi come il cielo, accanto a due occhi grandi come il mare, ti guardano, ti sorridono e senti che la vita è tutta lì, nei figli nati da te e pronti a partire da te, per ritornare sempre.
Magia!

Avete mai provato, con una grande arrabbiatura nel corpo, a infilarvi un paio di scarpe buone e cominciare a correre? Ecco, lentamente il fiato rotto rompe il filo delle emozioni negative e il ritmo dei vostri piedi si riconcilia con il ritmo della natura e delle cose buone.
Magia!

Al vostro ritorno a casa dopo una giornata piena di tutto ma non abbastanza piena di voi stessi, siete stati accolti dall’entusiasmo del vostro animaletto? Improvvisamente ritrovate l’essenza di voi stessi, perché lui non vi fa sentire in colpa per averlo lasciato solo, vi saluta senza remore, non lascia spazio per il superfluo, vi rimette all’istante in contatto con voi stessi, con l’amore.
Magia!

Avete pianto disperatamente durante le visione di un film? Vi siete sentiti completamente parte di una storia non vostra? Ecco, lentamente, fotogramma dopo fotogramma vi sentite più ricchi grazie alla visione di una storia bella o difficile che comunque non potrete scordare.
Magia!

Cliccando su un file di internet a caso, solo guidati da minima curiosità, avete scoperto delle foto che vi hanno riempito il cuore di bellezza e quindi di gioia? Ecco, lentamente una foto spazza via la polvere e restituisce brillantezza ai vostri respiri.
Magia! Foto Shumilova

Quanto è ricco il vostro cuore al ritorno di un viaggio? Quant’è bello sentirsi a casa, dentro al proprio cuore ma anche proprio dentro casa vostra, il vostro nido, la vostra cuccia, il cuscino su cui piangere, lo specchio da illuminare di sorrisi, un pavimento su cui ballare, una cucina in cui mangiare non solo per fare, ma gustare, annusare, sperimentare, soddisfare.

Fingete di essere stati astemi per un po’, poi tuffatevi dentro un calice di vino odoroso di frutti rossi, sottobosco, spezie che vi pizzicano il naso, d’istinto chiudete gli occhi e vi pare di sentire con la mani il legno di una botte che ha conservato a lungo quel vino. Poi scrivetene pure. Diario da un corso di sommelier.

Ecco, lentamente dentro My therapy si raccontano magie per ritrovare l’equilibrio ed essere più felici.
Non solo libri.

Se volete scrivere di una delle vostre magie, cominciate da qui info@mytherapy.it.

Giuliana

Ciò che completa

foto My therapy

foto My therapy

É inutile cercare chi ti completi: nessuno completa nessuno.
 Devi essere completo da solo per poter esser felice.
 (Erich Fromm)
Io però non sono d’accordo.
É pur vero che bisogna saper stare da soli, bastarsi per essere equilibrati, per relazionarsi con altre persone in modo significativo e produttivo; essere consapevoli di sé, di quello che si è e si vuole è fondamentale per pretendere dagli altri fiducia, rispetto, amore.
Mi viene in mente la foto su facebook di un grafico a torta coi motivi per cui una donna piange, un buon sessanta percento era etichettato con “??”. Mi capita qualche volta di piangere e sentirmi triste non si sa per quale motivo e mio marito che mi vorrebbe aiutare, non può.
Mio marito.
Lui è parte del mio completamento.
I miei 4 occhi chiari sono il tutto.
Sono completa, e quindi felice, grazie a loro tre.
Grazie alla mia famiglia, ai miei amici, al verde che ho intorno (e mi piacerebbe anche dire grazie al mio cane e al mio lavoro, che non ci sono più).
Sono completata dal mio contesto di vita, colori e acque, dai miei libri, dalla tastiera del mac e dal migliaio di penne e quaderni sparsi per casa, dalla musica, dai sogni impossibili, dai programmi fattibili.
Io sono tutto questo, impossibile pensare di potermi bastare e essere felice.
Mi so bastare e a volte mi manca una sacra solitudine in questo caos più o meno allegro, ma il mio bisogno di stare sola si soddisfa in breve, a un certo punto mi manca l’aria.