Campione del Mondo

enrico
Questa è la storia di un Campione del Mondo.
Me l’ha raccontata un caro amico, suo padre.
Io dov’ero con la testa quando accadeva tutto questo?
Possibile che in questo mondo bislacco l’unico sport che faccia clamore sia il calcio?
Sentite questa storia, la storia di un Campione del Mondo, delicata, senza clamore, ma con tutto il cuore del mondo.

Un’adolescenza passata a svegliarsi alle cinque del mattino per correre tanti chilometri, nella frescura estiva o attraverso un vento gelido, illuminato dalla luce dei fari dell’auto di tuo padre.
Poi a scuola, combattendo con un sonno bastardo, che voleva prendersi la rivincita sul tuo corpo in formazione eppure già tanto formato.
Dopo scuola il pranzo, dopo pranzo a remare, con tutti i muscoli in tiro per tenere il corpo in equilibrio su quella barca stretta.
L’acqua gelida che gela i fiumi di sudore non è piacevole nemmeno d’estate, perché puzza.
Eppure i remi la rompono con forza e delicatezza, per vincere senza farle male, l’acqua è un’amica, un’amante, un sogno e un sacrificio e quindi gocce gelate sul corpo non sono che un rinforzo e un premio.
Altro tipo di acqua è quella in terra sotto il vogatore di casa, è il tuo sudore dopo due ore di allenamento forsennato e motivato.
Se c’è un nemico in questa storia è la bilancia. Un peso limite non ha pace, deve dimagrire per rientrare nei leggeri e ingrassare per essere un pesante.
La tua scelta è stata mangiare poco e remare.
Come se soffrire non fosse abbastanza.
Soffrire ad ogni pesata pre gara, con la pipì lasciata per ultimo per giocarsi almeno quei trenta grammi di troppo.
Soffrire durante il servizio militare insieme a insalata, mele e bagni bollenti, sempre per rimanere nei limiti.
Soffrire e sacrificarsi, per un obiettivo.
Idroscalo di Milano.
Un doppio “senza crederci troppo”, solo per modo di dire, perché chi gareggia ci crede e combatte sempre.
L’albergo, comunque, non è prenotato, un po’ per scaramanzia un po’ per realismo pessimista: gli avversari sono montagne di muscoli e sudore, cosa possono contro questa specie di uomini-toro due ragazzetti di provincia ben allenati e muscolosi ma piccoletti e inesperti?
Eppure “il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni”.
Quindi siete li, pronti a partire, in acqua quattro.
Via!
Remi che tagliano l’acqua e il vento a turno, decisione e delicatezza. Forte, più forte. Urla e rumore di acqua frastornata, cielo in attesa, tuo padre che corre sulla riva in bicicletta e urla, lui ci crede, ti sta gridando che ci crede! Pedala e guarda indietro, pedala più forte e ti vede primo, ti grida e guarda indietro, finché la bici prende la discesa verso l’acqua e lui che non può fermarsi ci finisce dentro, ma è un’acqua dolce, dal sapore indimenticabile.
Incredulo e bagnato, con la bici storta e il cuore impazzito riprende a correre, deve arrivare al traguardo perché tu sei primo! Un clamore enorme dentro il cuore!
L’albergo continua a non essere prenotato, si va in semifinale.
I due ragazzetti di provincia hanno fatto il miglior tempo, persino.
Sono in acqua centrale.
Via!
Ancora acqua sul viso e remi che grattano i palmi delle mani sudate, schizzi e urla, chi non ci credeva ora ci crede, chi ci credeva ora stenta a credere ai suoi occhi appannati di felicità.
Ancora primi! Hai capito i ragazzetti inesperti!
Sul gradino più alto d’Italia senti il tuo inno e quasi una lacrima fa capolino guardando quella montagna al secondo posto che pure ti supera in altezza e ripensi a tuo nonno che andava sempre a vedere gli allenamenti della Nazionale Russa sul tuo lago, quando tu eri ancora più bambino, ci andava con gli occhi e il cuore pieno di orgoglio per il comunismo che si faceva uomo, non uomo qualunque, ma montagne altissime di muscoli che andavano a chili di gelato per volta.
Sul podio i pensieri si bloccano stupiti al momento della premiazione: una bellissima donna vestita di rosso ti premia.
Emozionata e commossa, come sia finita li non ci interessa, in questa storia poco pubblicizzata. Mi piace l’idea di vederti sorpreso mentre vieni premiato Campione d’Italia da tua madre!
I tuoi parenti a casa vedono tutto in diretta, in estasi.
Il tuo paese più tardi festeggerà.
Ha festeggiato?
Ti ha accolto con uno striscione del tipo “Bentornato a casa Campione d’Italia”?
Un po’ più tardi?
Se si, un po’ troppo più tardi.

Un altro capitolo di questa storia del Campione del Mondo racconta di quando vai in Grecia d’estate e sei in gara senza cappello, senza bere e senza aver mangiato, sempre per colpa dei numeri sulla bilancia.
Il sole, il caldo, la fatica ti stendono indietro sulla barca mentre il tuo compagno rema e grida il tuo nome. Arrivi al molo privo di sensi, con l’unico movimento della tua bocca tremante.
Qualcuno pensa che tu sia morto.
E’ solo un altro sacrificio che si aggiunge alla lista.

Poi finalmente arriva la Germania.
Avversari sempre più enormi e comunque crederci, credere di potercela fare, sempre!
Che bella lezione di forza d’animo e di sport!
Finisce così, che grazie al pensiero dei giganti russi o grazie soltanto alla tua forza del corpo e della mente, tu sei, insieme ai tuoi compagni di barca, Campioni del Mondo!
Cosa c’è di più clamore e onore e significato di questo, per un padre che non riesce ad avvicinare il figlio?
Ma caspita, il figlio è campione del mondo, possibile che non possa venirti vicino, anche solo per farti le foto, avvicinarti, toccarti, abbracciarti fino a stritolarti?
Passa da un lato, lo bloccano.
Fa il giro dall’altro lato ma ancora lo bloccano.
Mentre tu stai per essere premiato, lui si guarda intorno e vede solo un modo: sdraiarsi carponi sotto le scalinate.
Scivola via come un soldato sotto a quei gradini bassi che ogni tanto gli incastravano la testa, impacciato com’era con le mani occupate da una bottiglia di spumante, la macchinetta fotografica, la bandiera italiana. Respira terriccio e guarda i sassi, poi alza la testa, è fuori dalla trappola delle scalinate, guarda in su e c’è il podio davanti, lì c’è suo figlio con le braccia al cielo e gli occhi lucidi e una medaglia d’oro al collo.
Non credo siano stati davvero solo lucidi, gli occhi di tuo padre, piuttosto bagnati di tutta l’acqua che hai tagliato in tutti gli anni di canottaggio.

L’anno dopo sei a remare sulla Senna, tuo padre ha portato a sorpresa le due nonne, che ancora devono abbassare la testa dopo aver cercato con gli occhi, senza successo, la punta della tour Eiffel.
Mentre tu ti prepari alla gara lui fa colazione con la tua famiglia in un bar parigino. Mentre assapora lentamente la squisitezza di un croissant sfoglia un giornale locale.
D’un tratto, la foto di te che remi sul tuo lago e sotto il titolo “Le Champion du Monde, Enrico Cresta”.
Io non la conosco l’emozione di tuo padre in quel momento.
Conosco la mia, adesso.

Giuliana

La prima gara

dal web

dal web

Ho solo pensato di dire “ma io che ci faccio qui”.
Era un contesto molto accogliente e mi sono sentita addirittura a mio agio, ero stata poco prima abbondantemente abbracciata da una compagna della squadra a cui mi sono iscritta pochi giorni fa, mi veniva ampiamente da ridere a guardare questa gente che fa sul serio e io e le mie due amiche sembravamo aver bussato a una palestra chiusa. Cercavo costantemente tra la gente il mio amico alto, quello che ha fatto si che oggi ero li vestita così e quello che avrebbe dovuto accompagnare questa novizia della corsa, incoraggiandola e impedendomi di andare ad asparagi. Ogni volta che lo cercavo lui c’era da qualche parte, quindi ero tranquilla, con la mia fatina Galadriel e Gigi e i luoghi che conosco e le mie care scarpe e le mie gambe, in movimento da poco più di un anno. Poi c’era mio marito in bici coi miei figli, e se ci sono loro tre in vado come un treno.
Il momento della partenza mi ha sorpreso mentre pulivo il moccolo a mio figlio, per dire.
Faceva un gran caldo.
Gigi ha sempre chiacchierato delle corse, della gente, dei panorami, sembravamo passeggiare se non fosse che io ansimavo e evitavo buche alla mia caviglia malandata e scoprivo con orrore ogni salita dietro una curva. Faceva bene attenzione a dirmi quando scendevamo sotto ai 5.30, il resto del tempo parlava d’altro, mentre io ansimavo.
Le gambe hanno tenuto fino ad un certo punto, poi è stata solo una questione di tigna.
Il caldo e le salite mi hanno impedito lo sprint che di solito mi viene voglia di fare alla fine, di solito me ne resta ancora un po’, oggi l’avevo finita da un pezzo la benzina.
All’arrivo ho intravisto i miei figli e ho rubato la loro acqua, con poca lucidità.
Poi è stato bello.
La gente stanca e sudata, molti solo sudati e per niente stanchi, il lago di Piediluco sullo sfondo, tutti sorridenti, io compresa, e non perché Gigi mi ha detto “all’arrivo sorridi”, l’arrivo era già molto dietro di me, era il tempo di sorrisi spontanei.
Poi subito tutto alla normalità, la sfiga di mio marito che ha bucato la stessa ruota due volte, il lamento del piccoletto che subito mi voleva venire in braccio, che io manco sapevo se le avevo più le braccia e soprattutto se le mie gambe avrebbero tenuto il peso di entrambi, il “ti posso dire una cosa?” di mia figlia, che solo un po’ intimidita da tutta quella gente sparsa, aveva comunque molto da raccontarmi.
Una bella fatica, a dirla tutta, ma acqua e tè, che non sono mai stati così buoni, hanno rimesso quasi tutto a posto. Si, va bene, le mie gambe mi hanno giurato vendetta e gridano di fermarmi, ma io ho appena salito le scale di casa correndo, quindi alle mi gambe non diteglielo, ma potrei prenderci gusto.

E’ solo l’inizio

foto dal web

foto dal web

Era un scricciolo verdino e pieno di bolle sul viso, in una culla dietro a un vetro, cucciolo d’uomo che già aveva rischiato di morire, con una mamma ancora sofferente e un papà grande capo apache.
Oggi è più alto di me.
La sua adolescenza se la gestisce in modo atipico.
La sera va a letto presto, massimo alle dieci.
Non si concede certi lussi culinari, né alcolici, fa un sacco di sacrifici perché è cresciuto affogando il muso in certi piatti di pasta che facevano spavento, a lui piace mangiare, fa sacrifici enormi perciò.
Lui è un atleta.
Lui, poi, è un esteta. Non è che si può uscire in allenamento vestito così, come capita. E no. Fa parte dell’essere un professionista nell’anima questa sua attenzione alle appendici della bicicletta, così accuratamente gestita, composta, coccolata, pulita, conservata.
Quasi come, amandola, anche lei lo amerà e lui farà meno fatica, in gara.
Lui è un ciclista.
Soffre in salita, soffre il caldo, ma quel giorno che è tornato a casa con una coppa gigantesca, più grande di lui, ricordo bene i suoi occhi cosa dicevano: non finisce qui, questo è solo l’inizio.
Tra un po’ inizia il campionato.
La sua famiglia è tentata dal seguirlo in ogni dove, rischiando di caricarlo troppo d’aspettative (perché lui è un atleta, esteta, ciclista … che sa emozionarsi).
O restare a casa, aspettando notizie telefoniche, aspettando poi i suoi racconti puntuali, al ritorno (perché lui è uno che racconta ogni chilometro, ogni cambio di pendenza, ogni curva più stretta, ogni cartello stradale, ogni filo di vento sorpassato).
Io, che posso dirgli io, qui, io che non sono mai stata una sportiva, io che al massimo running therapy lottando con la fatica immane, io che non sopporto la fatica, solo per quel po’ di benessere psicofisico del dopo-fatica.
Che posso dirgli.
Niente.
Gli dedico un pezzo della homepage, a lui e alla sua nuova squadra.
In bocca al lupo, Giammarco, sii anche tu mytherapy.