Non ora non qui

Non ora non qui è il primo libro che Erri De Luca ha pubblicato alla soglia dei quarant’anni (1989), dopo aver percorso innumerevoli strade di vita (operaio, muratore, volontario in Africa, autista …).

Non ora non qui è la storia (breve e intensa, come tutte le storie di Erri) di un uomo di sessant’anni che tiene in mano una vecchia fotografia che ritrae una donna intenta a guardare un bambino in un autobus in transito.

L’uomo riconosce nella donna sua madre che osserva lui stesso, bambino.

D’un tratto il bambino diventa l’uomo che guarda la foto, il quale inizia un dialogo sommesso e accorato con la donna, raccontandole emozioni e storie che hanno trasformato quel bambino nel sessantenne con la foto in mano.

Le emozioni vanno di pari passo alle vicende narrate, le parole usate per narrarle sono semplici, senza arzigogoli, profondissime e evocative.

Non ora non qui va letto per comprendere l’inestimabile valore della memoria, adatto per chi vuole una lettura breve ma coinvolgente, scorrevole ma mai superficiale.

Fa bene al cuore, Erri De Luca, perché evoca di continuo immagini e metafore che districano i pensieri e fanno sentire ancora più in contatto con le cose autentiche della vita:

la terra amata, il rispetto per l’altro, il perdono di se stessi e per il proprio passato, che va accettato pur con un po’ di nostalgia, il rispetto del silenzio, dei modi antichi, delicati e gentili, di toccare cose e persone.

 

Ho in corpo il peso di un ricordo

Splendido, come sempre, il mio amato Erri De Luca, senza tempo.

I lettori affezionati di My Therapy conoscono il mio debole (il mio forte!) per Erri, lo leggo piano, a sorsi, intervallandolo a altro, poi torno ai suoi libri, perché mi fa sentire a casa, in pieno contatto con la mia anima, non con la testa tra le nuvole, come mio solito, ma con i piedi ben piantati in una terra sempre amorevolmente descritta, con il cuore tra le persone sempre così empaticamente raccontate, con la testa tra le parole, sempre così precisamente vicine ai sentimenti.

Ho trovato alcune espressioni, quasi poetiche, che mi hanno in qualche modo riportato a me stessa, ve ne faccio partecipi.

Ero un bambino più assorto che quieto.

 

L’adolescenza era una delle stazioni della pazienza, aspettando di consistere in future completezze. Erano anni stretti e il mondo immenso.

 

Faceva ridere, non se ne risentiva. Per quale miracolo alcune creature non si addolorano delle risate versate sui loro sforzi, sui loro inciampi? Mancò a me sempre la sua grazia in questo.

 

Si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto, si cresce sentendo d’improvviso molta distanza da tutte le persone.

 

Oltre la calma ti spiaceva anche la mia distrazione: Mi facevo assorbire dalle assonanze. Molte cose finite sotto i miei sensi evocavano un altrove. Ero, lo sono ancora, spesso assente di un’assenza impenetrabile.

Non ora non qui ha avuto la capacità incredibile di raccontare cose di me stessa.

Se non è libroterapia questa, cos’è! 

Giuliana

Tu, mio

Tu, mio

In Tu, mio, Erri De Luca, 1998, tutto fa presupporre a una estate spensierata.

Un ragazzo di sedici anni, un’isola campana, le atmosfere e i profumi del mare, la famiglia, la libertà, la pesca da imparare, il cugino grande che lo fa stare nella compagnia dei grandi, una ragazza della stessa età che cerca quel ragazzo cittadino, che comunque presto si abitua a stare scalzo, a guardare in faccia il sole senza protezioni.

Poi arriva Caia.

Il ragazzo scopre che non è rumena come vuole far credere, ma ebrea. La guerra è finita da poco e lei evita di ricordarla specificando le sue origini e la sua storia. Cela il suo vero nome, che è Hàiele, ma il ragazzo lo scopre, i due si avvicinano, lui, grazie a lei, trova in sé dei gesti sconosciuti, una voce diversa, un affetto di padre che ha perduto la figlia, il ragazzo è un luogo di incontro, l’amore non nasce ma si rinnova, l’amore non è scontato, l’amore è anche quello che poi fa salire la rabbia per le ingiustizie.

Guagliò, che brutta carogna è a guerra“.

Le parole di Erri De Luca fanno bene, anche quelle pur delicate, ma terribili, come una memoria che si vuole cancellare, memoria di vicende del passato, di cui non siamo responsabili, un passato così orribile di cui però siamo complici se facciamo finta di niente, se vogliamo dimenticare, facendo gli stessi gesti disumani nei confronti delle persone di un’altra razza, di un’altra nazione, di un altro colore di pelle, di un’altra religione.

La memoria è terapia, guarisce il mondo dai mali del passato.

Tu, mio è libroterapia.

Giuliana

10 dicembre

I social network hanno dei pregi e molti difetti, conta spesso solo l’apparenza, ci si fraintende e si rischia di perdere di vista la sostanza delle cose, delle parole, delle situazioni, delle persone.
Eppure capita di trovare nel mucchio qualcuno che sembra parlare la tua stessa lingua di emozioni e sacralità di parole mai spese a caso.
In questo, chi segue My Therapy lo sa, il mio maestro preferito è Erri De Luca e con la scusa di Erri ho trovato un gruppo che è lì a spargere in giro i semi dei fiori che Erri pianta.
Nel bel mezzo di questo gruppo ho trovato Sonny Lau, che ci consiglia il libro terapeutico del 10 dicembre.
Nel mio intimo avevo la speranza, la quasi certezza che fosse un libro di Erri.
Ma voi lo immaginavate un Avvento dei Libri senza libri di Erri De Luca?
Eh, io no eh.

Se dovessi scegliere un libro che, veramente, ogni volta che rileggo cura la mia anima ma la mette anche a dura prova emozionale è “Non ora,non qui”.
E’ terapeutico perchè ogni volta mi insegna come si fa a ricordare, com’è bello e com’è anche necessariamente doloroso ricordare la propria terra, la propria famiglia, la propria infanzia.
Sonny Lau

Oggi i miei bimbi hanno trovato la parola BOCCA, un po’ di caramelle, uno stencil di Babbo Natale e un paragrafo tratto da “Il giorno prima della felicità“:

“Per forza vuoi trovare un santo.
Non ce ne stanno e nemmeno diavoli.
Ci sono le persone che fanno qualche mossa buona e una quantità di cattive.
Per farne una buona ogni momento è giusto, ma per farne una cattiva, ci vogliono le occasioni, le comodità.
La guerra è la migliore occasione per fare fetenzie. Dà il permesso. Per una buona mossa invece non ci vuole nessun permesso.”
Erri De Luca

A domani, con il consiglio terapeutico di Marta Mentasti!

Giuliana

L’ospite incallito

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Leggere Erri De Luca mi fa sentire a casa.

Quindi ogni tanto mi dedico alle sue parole, dedico a me stessa le sue parole che mi fanno sempre bene, mi fanno sentire a casa.

Con la silloge L’ospite incallito Erri mi porta proprio a casa, parla delle gole del Nera, del suo infarto mentre arrampicava, della ripartenza del suo cuore al sesto piano dell’ospedale di Terni, la mia città, casa mia.
Dedica una poesia a Stefano Zavka, il giovane ternano alpinista, morto sul K2 dopo averne conquistato la vetta e gli dedica parole commoventi, la solitudine, il gelo, la mancanza di ali, che servirebbero “lì dove finiscono i passi“.
Dedica più di una poesia all’amore, scrive d’amore senza nominarlo, perché la grazia sta nel mancare il bersaglio, dedica più di una poesia alle parole, alla proposta di modificare il verbo “innamorare” con “innaturare“.

Poi Chisciotte, l’Internazionale, il Che che sapeva “fare un fuoco senza spargere fumo“, le montagne, il bosco, i genitori, l’amicizia.

Tutto e di più con la solita delicatezza a toccare l’anima, con la solita precisione di parole sacre che sezionano i sentimenti, con la solita umiltà tipica dei giganti, che ti porta in alto, che fa sentire un po’ grande anche te che leggi, che ti fa provare davvero, nel cuore e nella testa, quell’attrazione celeste di cui scrive.

Da un verso di Marina Z
Esiste in natura un’attrazione opposta alla terrestre,
Marina l’ha scoperta e l’ha detta celeste.
Per la leggenda Newton si accorse della gravità
colto di precisione da una mela
e non gli venne in capo la forza di bellezza
che aveva spinto il frutto sopra l’albero,
scatti di linfa, clorofilla, luce.
Ci voleva Marina a nominarla.
L’attrazione celeste sbalza le catene montuose, suscita le maree,
spinge l’albero in su, il fuoco a sollevarsi,
una corrente d’aria a risalire una parete al sole.
Sta nell’alpinista e nei disegni di Leonardo,
nelle preghiere, nelle serenate, nell’astronomo,
nel moribondo, nel lievito, nel mosto,
nella gola del lupo, nelle ossa del piede,
nell’eruzione, nel gas dei palloncini,
in un grido di pena, nel lancio di un cappello.
L’attrazione celeste è il colpo fuorilegge
che manda in su il vestito di Marilyn
e fa ridere lei e scorrere saliva
in bocca all’uomo che la sta guardando.

Grazie Erri, con tutto il mio cuore 

Giuliana

La natura esposta

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Ho letto piano La natura esposta, di Erri De Luca, senza fretta, per gustarmelo, ho centellinato le parole, sorseggiato le frasi e le emozioni.

L’ho trovato un po’ più difficile degli altri, frasi un po’ meno balsamo e un po’ più intrico di pensieri e di sentimenti, che ho trovato meno immediati, più da sviscerare e da ragionare.

La storia è questa, bellissima e insolita: un uomo solitario e non più giovanissimo, vive tra le “montagne sapute a memoria” e aiuta i profughi spaesati a oltrepassare il confine, prende soldi, ma quando poi lascia le persone, li restituisce.
Gli capita di accompagnare uno scrittore che fa conoscere i suoi gesti di bontà al mondo intero, ma soprattutto alla sua vallata di montanari rudi.
È costretto a lasciare la montagna, sverna in una città di mare, Napoli, qui, data la sua malleabilità lavorativa, trova un impiego grazie a un parroco sudamericano, gli commissiona di riportare all’originale un Cristo crocifisso dei primi del ‘900, che era stato scolpito nudo, come davvero venivano svolte le crocifissioni, ma poi gli era stato applicato un drappo per coprire la nudità, la natura.
Lo scultore solitario ha il compito di esporre la natura.

Inizia il corpo a corpo dello scultore con il Cristo morente, la sua mano, prima dello scalpello, a toccare le costole, le ferite, il dolore di un corpo che muore e che ha fisiologiche ma inaspettate reazioni, “Qui c’è un’opera che si rivela solo alla carezza“.
Nel mezzo della storia, una donna senza nome, che non lascia traccia se non il ricordo di una donna passata.

È una storia che non lascia indifferenti, non leggera e non di quelle storie che servono a dimenticare.
Intensa, dolorosa come un Cristo che muore, terrena come un corpo contratto, solitaria come le montagne, fatta di gente che ti resta appiccicata, come la gente di Napoli.

È una storia utile alla solitudine, al silenzio, all’empatia e persino all’amicizia (il libraio Raimondo lo conoscono bene i fan di Erri) e al naturale, indispensabile, amore per i libri.

Ho detto “grazie Erri”?
Si, un milione di volte.
Lo ridico, Grazie Erri <3

Giuliana

“...esistono libri che fanno provare un amore più intenso di quello conosciuto, un coraggio più scatenato di quello sperimentato. Deve essere l’effetto che fa l’arte: supera l’esperienza personale, fa raggiungere al corpo, ai nervi, al sangue, traguardi sconosciuti. Davanti a questo moribondo nudo si sono commosse le mie viscere. Mi sento un vuoto in petto, una confusione di tenerezza, uno spasmo di compassione. Ho messo la mano sui suoi piedi, per riscaldarli.

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In nome della madre

Erri-De-Luca-In-nome-della-madre-download-extra-big-1680-853 “Il nome del padre inaugura il segno della croce. In nome della madre si inaugura la vita.”

Questa è solo la premessa del bellissimo libro di Erri De Luca, “In nome della madre” che è, a mio parere, il più bello, il più commovente, un libro che parla di una madre che da sola ha sfidato il mondo.

Così è la notte, una folla di madri illuminate, che si chiamano stelle.

La storia è la nascita di Gesù, raccontata dal punto di vista di Maria, in un modo enormemente coinvolgente, manco l’autore avesse partorito egli stesso; Erri da prova di un’empatia rara e contagiosa, traducendo in poesia quel che la sua mamma gli raccontò rispetto ai nove mesi di gravidanza e al parto.

C’è da dire che questo libro non l’ho letto, ma l’ho ascoltato dalla stessa voce di Erri, è stato il mio primo esperimento di audiolibro e sono stata folgorata.

Maria-Miriam è la donna piena di grazia, dove per grazia si intende qualcosa di incredibilmente umano:

“La grazia non è un’andatura attraente, non è il portamento elevato di certe nostre donne bene in mostra. È la forza sovrumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi.”

Maria-Miriàm non è ancora sugli altari, ma è una donna coi piedi a terra, non magica, non remissiva, ma decisa, orgogliosa, serena, coraggiosa.

E Giuseppe-Iosèf non è affatto un vecchio decrepito, nessun vangelo lo dice, egli è un ragazzo che per amore crede a Maria-Miriàm e non scaglia la prima pietra, un uomo tenero e coraggioso anch’egli che, pur caricando l’asina di bagagli e di una donna prossima al parto e conducendola a Betlemme da solo, ha tutte le caratteristiche di un uomo:

“Gli uomini sono buoni a fare qualche mestiere e a chiacchierare, ma sono persi davanti alla nascita e alla morte. Sono cose che non capiscono.”

Potrei star qui a citarvelo tutto questo bellissimo libro, ma vi consiglio di leggerlo, di ascoltarlo, non è una questione di religione, è una questione di amore.

Concludo con un’ultima citazione.

Maria-Miriam parla a suo figlio nel ventre, usando parole che ogni madre ha più o meno consciamente usato per il proprio bambino nella pancia, parole che ogni madre continua, più o meno consciamente a ripetersi guardando i propri figli andare per il mondo:

“Occupa tutto il mio spazio, non solo quello del grembo. Sta nei miei pensieri, nel mio respiro, odora il mondo attraverso il mio naso. Sta in tutte le fibre del mio corpo. Quando uscirà mi svuoterà, mi lascerà vuota come un guscio di noce. Vorrei che non nascesse mai.”

Grazie, Erri, grazie.

Giuliana

La faccia delle nuvole

la faccia delle nuvole
Ogni volta che nasce un bambino tutti si mettono a cercare le somiglianze.

Anche la notte in cui ci fu un “travaglio di stelle” che “cadevano a coriandoli” tutti cercavano le somiglianze del figlio di Ioséf-Giuseppe e Miriam-Maria.

La rilettura della natività da parte di Erri De Luca descrive Ioséf come un giovane uomo innamorato della sua Miriam, talmente innamorato da difenderla dal mondo per la gravidanza di cui lui non era responsabile, talmente innamorato da non scagliare la pietra addosso alla donna che non è mai stata adultera, secondo il suo amore.

Ioséf non vuole sentir parlare di queste presunte somiglianze, anche perché la somiglianza non fa mica l’appartenenza, e dice: “Nostro figlio non ha la faccia delle nuvole che cambiano forma e profilo secondo il vento“.

Quel neonato, il più piccolo clandestino e rifugiato di sempre, da adulto si farà chiamare “figlio di Adam”, figlio di Dio, perché “si deve risalire a quella prima paternità per convincere alla fraternità”.
Il figlio di Adam non faceva miracoli per magia, “i miracoli avevano bisogno di essere innescati da una scintilla di fede“.
Non dipende dal cielo, ma dai sorrisi in terra“.

Non trovate che quest’ultima frase sia piena di speranza e aumenti la fiducia nel mondo e nell’umanità?

Comunque Ieshu, il figlio di Adam, continua ad essere uno con la faccia delle nuvole, viene scambiato per colui che fa i miracoli, un messia sapiente.

Invece lui voleva solo la fratellanza, lui credeva che “puro e impuro è solo quello che esce dalla bocca, le parole che usiamo, quelle fanno una persona pura e impura“.
Lui stava con gli abbattuti di vento, le sue parole, in piedi sull’altura, scaldano il cuore “senza armarlo di ira e rivolta“, lui era “una persona fuori tempo, come succede ai profeti, agli inventori, agli esploratori. Era un riassunto di quelli e di quanto di meglio produce la specie dell’Adam. Forzava la frontiera del possibile e del presente“.

La faccia delle nuvole è il nuovo miracolo di Erri, dove per miracolo si intende una lettura breve, intensa, commovente e poetica, capace di regalare benessere nell’anima.

 

I pesci non chiudono gli occhi

I pesci non chiudono gli occhi

I ricordi di un bambino di 10 anni affiorano tra le pagine di I pesci non chiudono gli occhi, che è piccolo, poetico, profondo, uno delle opere più belle di Erri De Luca.
Quell’estate, nel mare di Ischia, Erri legge i suoi libri, va a pesca, conosce una ragazzina che legge anche lei i libri in spiaggia, scopre il senso del verbo “mantenere“, tenere per mano, subisce le prese in giro di tre ragazzotti che scherniscono i due lettori, viene picchiato da loro fino ad essere ricoverato in ospedale, ma lui riteneva necessaria questa rottura del corpo perché pensava che solo allora potesse diventare il corpo di un adulto, poi viene vendicato dalla strategica ragazzina del Nord, da cui sarà poi baciato. Lui lo farà ad occhi aperti, come i pesci che non chiudono mai gli occhi.
Tra tenerezza e poesia la storia parla anche di giustizia, non è questione di tempo, è questione di diritto e di rispetto e di giustizia appunto che va sancita, non aspettata.
Ovviamente si parla anche di libri.

Nell’infanzia ai piedi dei libri, gli occhi non conoscevano le lacrime.

Attraverso i libri di mio padre imparavo a conoscere gli adulti dall’interno.

I libri mi riempivano il cranio e mi allargano la fronte. Leggerli somigliava a prendere il largo con la barca, il naso era la prua, le righe onde.

Le storie di mamma facevano passare i dolori. Mi scordavo pure che esistevo, quando raccontava. Ero un sacchetto vuoto riempito dal fiato delle storie.

Sono la più forte contraddizione delle sbarre, i libri. Al prigioniero steso sulla branda spalancano il soffitto.

Si amavano quei due. Si regalavano libri.

Grazie, Erri.

Giuliana

In alto a sinistra

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Anche “In alto a sinistra”, come tutti i libri di Erri De Luca nessuno escluso, ha il sapore delle confessioni intime dal significato universale, anche qui ci sono parole come poesie scritte da un “visionario” che sa fare paragoni da lasciare incantati:

Da adulto ho trovato negli occhi delle donne quella capacità di sfondamento del campo davanti, che fa di un uomo un ingombro di orizzonte”.

Un albero è vivo come un popolo più che come un individuo, abbatterlo dovrebbe essere compito solo del fulmine”.

Dove sono finiti i tuoi occhi che da soli portavano carezze?

Il “visionario” racconta storie indimenticabili, come quella del violino del nonno che regalava un “la” ritrovato in molti momenti della sua vita, come la storia degli alpinisti che sciavano sembrando uno “scroscio di virgole sopra un foglio vuoto”, “Il fotogramma negativo di una notte di stelle cadenti”, come la storia del padre che gli ha lasciato nient’altro che i libri (Erri già lo aveva raccontato in Sulla traccia di Nives).

I libri.

Le pagine che cerco hanno questo effetto: un paio di occhiali giusti sul naso di un bambino che fino a quel momento non aveva mai saputo di essere miope”.

I libri che, raccontati da suo padre, “Conoscevano le mie pene, i bisogni, gli scontenti. In ognuno di loro c’era una frase, una lettera che era stata scritta solo per me. Sono stati la vita seconda, che insegna a correggere il passato, a dargli una presenza di spirito che allora non ebbe, a dargli un’altra possibilità. I libri insegnano ai ricordi, li fanno camminare … è stato bello per me girare la pagina letta e portare lo sguardo in alto a sinistra, dove la storia continuava”.

Ecco cos’è In alto a sinistra, il posto del cuore e di una storia che continua a pagina girata.

Che vi devo dire, Erri mi lascia sempre emozionata e meravigliata, i suoi libri sono, più di tutto, la mia terapia.

Giuliana

PS:
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Da questa parte del mare

da questa parte del mare
Da questa parte del mare, di Gianmaria Testa, Einaudi, 2016, è un libro che fa commuovere, a partire dalla prefazione scritta da Erri De Luca.
Ci sono tanti racconti quante le canzoni dell’omonimo album di Testa.

Sono racconti da leggere a gocce come le lacrime e, tra una lacrima e l’altra, tra un sospiro e una intensa commozione, ascoltiamo storie disperate a cui non ci rassegniamo a non dare speranza.

Sono racconti in tono sommesso ma di gigantesca emozione, dolci e malinconiche poesie, un po’ come “le righe che vanno troppo spesso a capo” di Solo andata, più volte citato.

Un po’ come in Solo andata, le migrazioni diventano poesia e non solo oggetto di dibattito televisivo.

La poesia di uomini, donne, bambini che cercano speranza e dignità, o semplicemente una vita in terre straniere, la poesia della ricerca della pace nonostante il dolore dell’abbandono di casa propria, della solitudine, della paura.

La poesia di chi ha il dono di così grande empatia e scrive:

… mi sono chiesto infinite volte come sarei stato io se avessi dovuto gestire un’emergenza così definitiva da impormi la decisione di lasciare i miei luoghi, la mia gente, i colori e gli odori che mi accompagnano anche nei sogni.

La poesia della semplicità e dell’autenticità di chi lascia comunque le porte aperte, perché

é proprio di questo che c’è bisogno: di poche parole e di una porta sempre aperta.

Immenso.

Giuliana

 

Sulla traccia di Nives

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Il mio adorato Erri De Luca segue La traccia che Nives Meroi lascia sulla neve delle più alte montagne del mondo.

Con Il turno di notte lo fanno le stelle si parla di montagna e alpinismo, un alpinismo che nel caso di Nives non è individuale ma di coppia, la coppia formata da lei e il compagno Romano.

La loro cordata di due ha scalato tutti i quattordici Ottomila, senza l’uso di ossigeno supplementare né portatori d’alta quota e ha cambiato il nome del K2 in “K in 2”, la loro cordata di due è stato “Un laboratorio d’amore ad alta quota“.

Erri ha seguito Nives in una sua scalata e ne ha raccontato in questo libro; i due, chiusi in una tenda agitata dal vento d’alta quota di un campo base, si dedicano a profonde riflessioni sull’amore

che se non è amore, dev’essere qualcosa di altrettanto violento, scatenato, se non è amore ha la forza di una valanga

sulla montagna che insegna l’umiltà, sul significato del raggiungere la cima, che non è solo salire ma da essa anche riaccendere; sul corpo, dimenticato nella vita di tutti i giorni e altamente presente in allenamento e durante la scalata, venerato, conosciuto, rispettato; sulla capacità di usare non solo la vista ma anche, soprattutto l’olfatto

senza odore non so ricordare

sul viaggio

per me il viaggio comincia quando si va a piedi

sul sonno

è una polverina che si attacca agli occhi. Uno che racconta, con il fiato la sparge.

 

Sulla traccia di Nives è il solito libro di Erri, poetico, intenso, riflessivo, profondo, utile nel bisogno di contatto intimo con la Natura, nel bisogno e nella ricerca di Senso della vita, nel bisogno di mettere un Rallentatore ai ritmi frenetici delle vita.

 

Giuliana

Nocciolo d’oliva

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Erri De Luca è un assiduo lettore delle scritture sacre del Vecchio e Nuovo Testamento, le ha tradotte lui stesso dall’ebraico antico, ne ricava un vero beneficio, leggere le scritture sacre è una libroterapia per lo scrittore:

Leggo le storie sacre, ne ricevo l’immensità di un senso anche restando sulla superficie delle parole.

Egli resta in superficie perché afferma di aver incontrato due inciampi:

non sa pregare (Non so rivolgermi. Forse uno come me si accanisce nella scrittura proprio perché non sa rivolgersi nemmeno agli altri e riduce lo scambio a questo crampo della mano, al saliscendi di una penna che traccia lettere su un foglio)

non sa perdonare.

Così legge tutti i giorni le scritture sacre, ma non è un credente.

Ce ne parla in Nocciolo d’oliva, un libro piccolo, suddiviso in brevi capitoli, alcuni dei quali davvero commoventi.
Quando parla di Gesù e di Maria mi sembrava di sentire la canzone di De André, Tre madri: tutte le volte che la ascolto mi viene un groppo alla gola e mi si lucidano gli occhi, un po’ come quando leggo:

Chi si trova a essere resto di innumerevoli assenti assume e contiene le energie di quelle vite impedite. Fare miracoli allora è solo un piccolo risarcimento.

E’ riferito a Gesù, ma credo lo possiamo riferire anche a tutti i bambini che vivono con altre eredità.
Gesù, questa figura storica grandiosa che “non creò il sole, il fuoco, né luna né stelle già create, ma diede vista ai ciechi e questo è un modo di inventare luce“. Gesù che “non scrisse, non dettò, le sue parole facevano il viaggio delle api sopra ai petali aperti delle orecchie“, Gesù che “Nascesse oggi, sarebbe in una barca di immigrati, gettato a mare insieme alla madre in vista della costa di Puglia o di Calabria“.

Le sacre scritture danno importanza all’ascolto e alla parola.
Finché Elohìm (Dio) non pronunciò le parole “Sia luce”, la luce non venne, “la sua sola volontà muta non basta, ci vuole la sua parola a dare impulso alla creazione“.

Con la sua lettura delle sacre scritture, De Luca ci spiega che la donna non viene affatto dalla impropria parola “costola”, ma “viene dal fianco dell’Adam, ma starà a lui dinanzi”. Ci spiega il vero insegnamento di Dio, che “la specie umana è forte quanto più è varia e quanto più si mette alla prova“. Sottolinea che ridere è una forma di umiltà, “L’intristito, lo scienziato che non ride, non può scoprire né immaginare il mondo“.

Non mi delude nemmeno stavolta, Erri, pur addentrandosi in un argomento non dei miei preferiti, io come lui non posso definirmi esattamente una credente, eppure questo libro insegna il fascino delle sacre scritture, delle storie che ho ascoltato da bambina, che mi capita di sentire ancora oggi ogni tanto, che però ho vissuto con la riluttanza di chi vuole sentirsi spirituale senza dover per forza chiamare per nome Dio, o l’Universo.

E’ utile leggere le scritture con le lenti che ci fornisce Erri De Luca, filtri di luce, di profondità, di bellezza, di potenza delle parole.

Finché ogni giorno posso stare anche su un suo rigo di quelle scritture, riesco a non mollare la sorpresa di essere vivo.

Giuliana

Il contrario di uno

il contrario di uno

Questo libro, Il contrario di uno, Erri De Luca, è una vera e propria libroterapia a piccole dosi, 19 racconti più una poesia, che seguono tutti il filo della solitudine di un uomo che ha cercato tutta la vita di combaciarsi con un altra persona e nello stesso tempo ha difeso, anche suo malgrado, la solitudine.

Un libro piccolo e gentile, malinconico e romantico, pieno di incontri d’amore sfuggiti in un istante, in rispettoso silenzio durante le scalate in montagna o all’ingresso di un bosco, nel chiasso di una manifestazione ai tempi di lotte politiche, nella malinconia di girare le spalle alla città natale o nella solitudine di una città sconosciuta, sempre uno che ricerca il due, perché “il due che è il contrario di uno e della sua solitudine sufficiente“.

Il due sembra essere stato solo un incontro “casuale” nella vita del narratore, che incanta come al solito e, con un pizzico di nostalgia, invita a cercare intorno la parte che combacia col nostro corpo e la nostra anima, pur non lasciando trasparire troppi rimpianti per la sua vita di solitario, anche se non sappiamo di preciso dove finisce la realtà e comincia la fantasia, ma non ci interessa, durante la lettura siamo catturati da questo racconto a puntate che non è altro che una ricerca di senso.

Questo libro è un bel tesoro da avere in tasca e da leggere a tratti, a sobbalzi, quando l’anima chiede coraggio (Il pilastro Rozes)), nuove esperienze (Vino), poesia (La congiunzione e) e perché no, anche un po’ di solitudine (L’anello al muro).

Ovviamente poi nei libri ognuno ci trova un universo speciale. Voi cosa ritrovate di voi stessi ne Il contrario di uno?

Giuliana

Il turno di notte lo fanno le stelle

il turno di notte lo fanno le stelle
Un uomo e una donna si incontrano nel reparto di terapia intensiva, lui deve subire un trapianto di cuore, lei deve sostituire la valvola mitralica. Si promettono che, se andrà tutto bene, si ritroveranno sulle Dolomiti per fare una scalata insieme, per consacrare sulla montagna i loro cuori nuovi.
Il turno di notte lo fanno le stelle è una sceneggiatura di un cortometraggio, che è allegato al libro, scritta dal mio amato Erri De Luca.
Il titolo evoca un verso di un poeta di Sarajevo, conosciuto da Erri durante l’assedio del ’99, Izet Sarajlic:
Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti.
Dice Erri: Lontano da li’, dall’ urgenza di fraternita’ nell’oppressione, il turno di notte torna a essere di competenza delle stelle.
Tornando alla trama, i due dai cuori rinnovati si incontrano sei mesi dopo usciti dall’ospedale, lei incerta e con l’anima convalescente, che vede cicatrici e bisturi ovunque, lui con un sorriso radioso, che si rivolge di continuo al cuore di una ragazza morta per incidente d’auto che ora batte nel suo petto.
Scalano, provano i cuori sulla parete verticale, in un panorama mozzafiato, chiudono un cerchio, girano pagina, ricominciano, aspettano le stelle, grazie a un dono.
L’amore è questo: donare.
Più doni, più ti tornerà indietro, moltiplicato per mille, tutto l’amore che doni.

Buon San Valentino.

Giuliana

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Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo

Erri-De-Luca-solo-andata

La vita non è soltanto il lieto fine di una storia d’amore.
La vita è il mare da attraversare e da abbracciare, il mare che è acqua selvatica, di sotto è vuoto scatenato e precipizio.
La vita è una donna violentata che caccia dal suo corpo il figlio dell’assassino, la vita è un bambino che muore in grembo alla madre, in mezzo a un mare che avvolge in un rotolo di schiuma la foglia caduta dall’albero degli uomini.
La vita è un giorno di maggio del novantanove a Belgrado, il cielo pieno di bombe e l’unica contraerea, l’unico salvacondotto sono le pagine del libro di Hölderlin.
La vita è un viaggio in cui tener da conto le gocce d’acqua e, nel caso qualcuno dovesse rimanere senza casa, non c’è da mordersi le mani né da imprecare, perché a quel qualcuno bastano le storie e alle storie basta lui.
Con lapis e quaderno posso scrivere pure quando gela
l’inchiostro nella penna.
E’ stata la porzione a me assegnata,
eredità che non si può ricevere e lasciare.
Di questo sono fatto, di pagine sfogliate
e poi riposte.
La vita, tuttavia, per alcuni è un viaggio di sola andata.
Devi tornare a casa. Ne avessi una, restavo.

In queste righe che vanno troppo spesso a capo come le chiama l’autore, Erri De Luca, ma che a me sembrano pura poesia, di quella che smuove le segrete stanze dell’anima e fa tirar fuori la testa da sotto la sabbia, c’è tutta questa vita descritta con la solita semplicità di terra e insieme profondità di mare.
Non senza speranza.

L’umanità sarà poca, meticcia, zingara
e andrà a piedi. Avrà per bottino la vita
la più grande ricchezza da trasmettere ai figli.

Grazie erri, sempre.

Da leggere nel caso si abbia un intenso bisogno di poesia, di commozione, di uno stimolo per guardare in faccia la vita, appunto, anche a suon di musica (Solo andata, Erri De Luca, Alessandro Gassman”

Giuliana

Un libro può essere vento

Un libro può essere vento

Se proprio mi devo servire delle categorie, posso inserire Erri De Luca in quella di “scrittore preferito”.

Ieri Erri era a Terni, la mia – povera – città, per partecipare a un dibattito sugli inceneritori che qui sembrano l’attività prevalente, redditizia per alcuni, mortale per noi poveri comuni mortali.

“E’ sempre un piacere prendere il treno e venirti a sentire”, diceva una spettatrice, perché lui è semplice e morbido come il balsamo che rende le cose della vita senza nodi, comprensibili, eppure è pungente come il peperoncino, che rende frizzante un alimento altrimenti scialbo. Eppure è intenso come il profumo del bosco, rilassante e attraente.

Insomma si, il mio scrittore preferito, che riesce persino nel miracolo in cui non è riuscita la mia esperienza nella politica dei partiti o in quella delle associazioni, o l’esperienza di psicologa: farmi intervenire a un dibattito. Qualcuno mi avrà odiato: tutti che parlavano di pochezza e di monnezza, io ho riportato Erri a parlare di libri.

Nei miei momenti di sconforto torno su YouTube ad ascoltare Erri che legge “Il libro deve essere vento”, un suo pezzo sull’arte della scrittura e sul potere delle parole. Cita Dylan Thomas: “Le mani non versano lacrime” e aggiunge “Non possono, è vero, ma quelle giuste sono capaci di asciugarle“.

Le parole e i libri sono capaci di asciugare le lacrime.

Possiamo e dobbiamo trovare le parole nel vocabolario, che è una ricchezza per tutti, non solo per chi scrive.

Aprilo invece per la sua bellezza, per il deposito di storie contenute in ogni vocabolo. Se ne leggi una pagina vedrai spuntare pensieri, storie, ricordi. Le parole di un dizionario sono conchiglie, sembrano vuote ma dentro ci puoi sentire il mare. Non frugare quel solenne elenco come il cercatore dentro una miniera, per estrarne una cosa sola, ma come uno che percorre un campo e legge il brulichìo delle specie viventi. Considera la tua pagina una sequenza di passi in montagna, dove è rischioso a morte il margine di errore. Le sillabe sono passi su piccoli appoggi, devi posarci il peso della frase, della voce.”

Dobbiamo, tutti, non solo chi scrive, difendere il significato vero, l’autenticità della parola, non la mistificazione che ne fa il “potere”, il falso che vuole darci a bere il “potere”. Dobbiamo bere invece acqua pura, come la letteratura.

La scrittura letteraria può offrire un riparo. Esiste un punto di riparo in cui non si sentono più le percosse. E’ la letteratura.
Non è opera sacra, non indica la direzione, è sporgenza sotto la quale proteggere la propria vita dalla grandine dei colpi, in una prigione, in una malattia, in un amore andato a male, in una sedia, dentro una perdita, un libro può essere vento. Non sono sacre le cose che scriverai, ma devi sapere che possono servire a qualcuno, tenergli compagnia dentro un affanno.
Non ha niente di sacro la letteratura, ma può avere una responsabilità civile.

Grazie, Erri.

Giuliana
Il libro deve essere vento, Erri De Luca

Erri De Luca

erri de luca

 

 

 

 

 

ERRI DE LUCA

Ho ascoltato Erri De Luca due volte dal vivo, in Salento (ne parlo nella recensione di La parola contraria) e nella mia città, dove non ho mancato di dirgli esattamente cosa penso, nel modo che mi è più congeniale (scrivendo, come sennò).
Dovendo trovare un modo di descrivere me che ascolto lui, mi viene in mente la parola “folgorazione“.
Le sue parole, precise, che vanno a scavare nel caos tirando fuori un autentico sentimento, il passato che si mescola al presente e al futuro, frasi che evocano, similitudini che toccano, completezza, un cerchio che si chiude, la pace di ritrovare se stessi, di essere se stessi, semplicità, liberazione dai orpelli inutili della vita e della lingua, quasi un fiore che sboccia, una poesia, una favola.
Folgorazione.
Annoio i lettori di My Therapy con questa mia mania di leggere e recensire a modo mio Erri De Luca, di cui non ho letto nemmeno tutto, ma centellino le parole per farle durare di più.
Non manco mai di ringraziarlo.
E’ la mia terapia più efficace.
Grazie, Erri.

Un libro può essere vento

Tu, mio
La natura esposta
L’ospite incallito
In nome della madre
La faccia delle nuvole
Sulla traccia di Nives
Nocciolo d’oliva
Il contrario di uno
Il più e il meno
Il peso della farfalla
Montedidio
Il giorno prima della felicità
La parola contraria
Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo
Il turno di notte lo fanno le stelle
In alto a sinistra

Giuliana

Il peso della farfalla

il peso della farfalla

Il peso della farfalla” è un libro da leggere a novembre, quando si sente “calare la saracinesca dell’inverno” e in montagna “si fiuta la neve prossima“.
Un libro da leggere quando ci si accorge di essere “tra un tempo scaduto e uno sconosciuto“.
Un libro che rende consapevoli del fatto che “in natura non esiste la tristezza” e persino il re dei camosci muore con fierezza, senza tristezza.
Il re dei camosci.
Forza, furia e grazia scatenata“.
Vento vestito di zampe e di corna, vento che sposta le nuvole e spazza le stelle” e scandisce il tempo presente, di cui l’uomo tendenzialmente non capisce niente.
L’uomo non sa stare nel presente“.
Il presente, a volerlo capire, è tutto nell’improvviso peso della farfalla.

Forse è questo il segreto dei libri di Erri De Luca, quella chiave poetica che mi apre porte nel cuore, l’attenzione al presente senza mai nominarlo, il presente, giusto in questo libro se ne parla esplicitamente, è il re dei camosci e l’uomo che muore sotto il suo peso che ci insegnano, tra le righe, il valore del presente.
Il peso della farfalla” è l’inno alla supremazia della natura, per quanto l’uomo si affanni non riuscirà mai ad essere all’altezza del re dei camosci.

Confermo quel che ho scritto in Il più e il meno, che sarà pure prosa ma a me sembra poesia.

Un albero solitario ha un recinto invisibile, largo quanto l’ombra da poggiare intorno. Prima di entrarci, tolgo i sandali. Mi stendo alla sua luce.

Vado spesso da solo, sono della specie del cirmolo e non dell’abete“.

La solitudine è un albume, la parte migliore dell’uomo. Per la scrittura è una proteina“.

L’eleganza dei movimenti per lui è una necessità. Non è mai goffo un albero, nemmeno quando crolla per il ferro del boscaiolo“.

Gli alberi di montagna scrivono in aria storie che si leggono stando sdraiati sotto“.

Grazie Erri, ancora.

Giuliana

 

Il più e il meno

il-piu-e-il-meno
Quando ho ascoltato Erri De Luca dal vivo in Salento, l’ho sentito parlare della sua prosa come lontana dal concetto di poesia, per lui le poesie sono soltanto “righe che vanno troppo spesso a capo”.
Lui dice di scrivere prosa.
Tuttavia, io credo, anzi sento, che nella sua prosa ci sono dei versi, ops, delle frasi, che toccano il cuore, la parte più profonda dell’anima, il più intimo Sé, usando poche parole, metafore, immagini così nitide che quasi sembrano una poesia.
Dopo aver recensito Montedidio, Il giorno prima della felicità, La parola contraria, è abbastanza chiaro: ho un debole per Erri De Luca.
Che poi, che frase è “ho un debole”, piuttosto posso dire che i suoi libri mi danno una gran forza, la forza delle parole che hanno un peso e un valore e non vanno pronunciate a casaccio, che vanno rispettate e che devono portare rispetto, che una volta dette non possono essere ritirate. Le parole che sono “il più prezioso arnese degli oppressi“.
Quindi “ho un forte” per Erri De Luca.
In “Il più e il meno” De Luca ripercorre il più della sua vita, tra Napoli e i lavori da manovale in giro per il mondo, le lotte, l’indipendenza di pensiero, i suoi genitori, i libri, le parole.
Sono ricordi struggenti di una vita vissuta senza risparmiarsi mai, senza nascondersi, col volto in alto verso il cielo, perché se si guarda in basso non si vedono le stelle e nemmeno si nota se tante volte dovesse capitare un angelo a guidarci.
Il meno che resta da vivere ha questo sapore di autenticità, di lotta contro le ingiustizie, di arrampicata su una parete, con le mani che aggrappano e tirano su il corpo, che la fatica non è inutile perché lassù, in vetta, c’è la vertigine del vuoto, non il vuoto sotto ma quello che si apre sul cielo.

Quel giorno in Salento esitavo a dirgli il mio nome da scrivere sul libro poco sopra la sua firma.
Lo guardavo negli occhi e gli volevo dire grazie. Gli avrei voluto dire un sacco di cose, ma un grazie potente sarebbe bastato.
Non ho mai letto nessuno, né sentito parlare di questa potenza che hanno i libri nella costruzione di una vita migliore.
Mi vengono le lacrime agli occhi tutte le volte che parla di libri, e per questo un grazie al volo, poi, gliel’ho detto.
Oggi un grazie che vola lo dice anche My Therapy.

Grazie, Erri.

Giuliana

Montedidio

montedidio

 

Un ragazzo scrive le vicende della sua vita su un rotolo di carta regalatogli da un tipografo, un rotolo che “gira e già vedo scritte le cose passate, che subito si arrotolano”.

Piccoli paragrafi diventano poi la storia del suo divenire adulto, senza nemmeno passare per l‘adolescenza, perché ad alcuni questo capita, purtroppo, e questo è un insegnamento: l’adolescenza è un periodo della vita duro, difficile, ma va goduto appieno, quando se ne ha la possibilità.

Siamo a Napoli, quartiere Montedidio, un’epoca di ristrettezze che impedisce di guardare oltre, in alto.

Eppure qualcuno ci riesce, lo scarparo Rafaniello che fa le scarpe ai “puverielli” e che nasconde nella sua gobba un gran bel paio d’ali, che presto lo porteranno a casa, uno che “canta in una lingua straniera, quando spazzo il suo angolo mi fa un sorriso e si muovono le rughe e le lentiggini, pare il mare quando ci piove sopra”, lui si, sa guardare in alto.

E anche la sua amica Maria guarda oltre, riesce a scovare l’amore vero, quello che salva due ragazzi dalla desolazione e dalla solitudine, e ci riesce anche se già ha provato sulla sua pelle uno schifo spacciato per amore ma a cui lei sa ribellarsi, coraggiosa com’è.

L’amore che tra l’altro il nostro scrittore conosce già dalle parole di suo padre riferendosi alla moglie: “se lei se ne va io resto una maniglia senza porta”.

Noi leggiamo le parole che piano piano si arrotolano e ci pare di stare con lui, con questo piccolo uomo cresciuto troppo in fretta, mentre scrive alla luce del lampione di strada e ci pare di sentire anche a noi “il rumore della matita sopra la carta che fa il riassunto del chiasso del giorno”.

Sentiamo palpitare il “bumeran” sotto la sua giacca, sentiamo il legno caldo, lo sentiamo fremere, sentiamo i muscoli che diventano forti a forza di provare a lanciarlo e poi finalmente lo sentiamo libero, nel cielo, lanciato, sentiamo il suo volo e quello di Rafaniello che finalmente ha due ali nuove e si lancia verso casa e sentiamo il tonfo del padrone di casa che vola a terra con le sue bassezze, noi siamo in alto, noi stiamo volando, siamo adulti se non ci lasciamo irretire, se non rinunciamo a volare, se ci facciamo compagnia, se cantiamo perché come dice Rafaniello “i pensieri devono sfogare, devono trovare un buco per uscire” o se invece di cantare scriviamo per trovare il nostro buco.

Poche pagine ricche di una storia drammatica, intensa, come tutti i passaggi all’età adulta, ma raccontata con così tanta delicatezza che ci commuoviamo come Rafaniello che “teneva le lacrime dentro gli occhi tondi, ma non uscivano, si affacciavano e tornavano indietro”.

Una storia, Montedidio, così dolce che riesce a farci cambiare idea persino sul concetto di mancanza e assenza.

“Quando ti viene una nostalgia, non è mancanza, è presenza, è una visita, arrivano persone, paesi, da lontano e ti tengono un poco di compagnia”
“Allora don Rafaniè, le volte che mi viene il pensiero di una mancanza la devo chiamare presenza?”
“Giusto, così a ogni mancanza dai il benvenuto, le fai un’accoglienza”.
“Così quando sarete volato io non devo sentire la mancanza vostra?”
“No, quando ti viene da pensare a me io sono presente”.

Giuliana