Non ora non qui

Non ora non qui è il primo libro che Erri De Luca ha pubblicato alla soglia dei quarant’anni (1989), dopo aver percorso innumerevoli strade di vita (operaio, muratore, volontario in Africa, autista …).

Non ora non qui è la storia (breve e intensa, come tutte le storie di Erri) di un uomo di sessant’anni che tiene in mano una vecchia fotografia che ritrae una donna intenta a guardare un bambino in un autobus in transito.

L’uomo riconosce nella donna sua madre che osserva lui stesso, bambino.

D’un tratto il bambino diventa l’uomo che guarda la foto, il quale inizia un dialogo sommesso e accorato con la donna, raccontandole emozioni e storie che hanno trasformato quel bambino nel sessantenne con la foto in mano.

Le emozioni vanno di pari passo alle vicende narrate, le parole usate per narrarle sono semplici, senza arzigogoli, profondissime e evocative.

Non ora non qui va letto per comprendere l’inestimabile valore della memoria, adatto per chi vuole una lettura breve ma coinvolgente, scorrevole ma mai superficiale.

Fa bene al cuore, Erri De Luca, perché evoca di continuo immagini e metafore che districano i pensieri e fanno sentire ancora più in contatto con le cose autentiche della vita:

la terra amata, il rispetto per l’altro, il perdono di se stessi e per il proprio passato, che va accettato pur con un po’ di nostalgia, il rispetto del silenzio, dei modi antichi, delicati e gentili, di toccare cose e persone.

 

Ho in corpo il peso di un ricordo

Splendido, come sempre, il mio amato Erri De Luca, senza tempo.

I lettori affezionati di My Therapy conoscono il mio debole (il mio forte!) per Erri, lo leggo piano, a sorsi, intervallandolo a altro, poi torno ai suoi libri, perché mi fa sentire a casa, in pieno contatto con la mia anima, non con la testa tra le nuvole, come mio solito, ma con i piedi ben piantati in una terra sempre amorevolmente descritta, con il cuore tra le persone sempre così empaticamente raccontate, con la testa tra le parole, sempre così precisamente vicine ai sentimenti.

Ho trovato alcune espressioni, quasi poetiche, che mi hanno in qualche modo riportato a me stessa, ve ne faccio partecipi.

Ero un bambino più assorto che quieto.

 

L’adolescenza era una delle stazioni della pazienza, aspettando di consistere in future completezze. Erano anni stretti e il mondo immenso.

 

Faceva ridere, non se ne risentiva. Per quale miracolo alcune creature non si addolorano delle risate versate sui loro sforzi, sui loro inciampi? Mancò a me sempre la sua grazia in questo.

 

Si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto, si cresce sentendo d’improvviso molta distanza da tutte le persone.

 

Oltre la calma ti spiaceva anche la mia distrazione: Mi facevo assorbire dalle assonanze. Molte cose finite sotto i miei sensi evocavano un altrove. Ero, lo sono ancora, spesso assente di un’assenza impenetrabile.

Non ora non qui ha avuto la capacità incredibile di raccontare cose di me stessa.

Se non è libroterapia questa, cos’è! 

Giuliana

Paula

Paula è un libro che parla di dolore e serve a superare il dolore.

Paula è un libro che ho letto vent’anni fa, quasi alla sua uscita al pubblico.
Nonostante i vent’anni, é un libro che è rimasto vivido nei miei ricordi, un dolore letto e empaticamente vissuto che è ancora intatto.
Oggi che sono madre non potrei rileggerlo.

Paula è un libro autobiografico, scritto da Isabel Allende quando sua figlia, Paula, malata di porfiria, entrò nel coma che in un anno la condusse alla morte.
La scrittrice rimase tutto il tempo al fianco della figlia, piangendo, soffrendo e scrivendo della loro storia, del grande amore di una madre per sua figlia, dell’immenso dolore, che si può solo immaginare tanto è contro natura, di una madre che vede morire sua figlia.

Ricordo che alla fine, pur conoscendo il finale, piansi con dolore colmo di empatia, attraverso quelle parole così autentiche, semplici e profonde, terribili e bellissime, un racconto che inizia con la voglia di morire, con il buio di un tunnel che non sembra mai finire, con un dolore che, come una coltre, copre tutto il resto .

Il racconto è stato una terapia per la scrittrice.

Scrivendo, piangendo, ricordando l’amore mai risparmiato, si è intravista la luce, la vita che andava comunque vissuta; il dolore messo all’angolo del cuore, lì dove può essere conservato per sempre, non ha impedito di rialzarsi in piedi, di ricominciare a camminare per il mondo e attraverso la vita, che ha riservato ancora cose belle, cose positive, nonostante tutto.

Il libro va letto una volta nella vita.

Un libro difficile e doloroso, un libro sulla morte, sul dolore e un libro che nonostante tutto è un inno alla vita, un libro profondo, che serve a scavare nell’anima e nel potere dei ricordi, non è da tutti la disponibilità a soffrire per guarire, a riconsiderare il passato, la scrittrice l’ha fatto, non aveva altra scelta, scrivere è stata la sua arma contro il buio del tunnel, alla fine del quale ha capito che aveva perso la figlia, ma le restava l’amore.

Com’è semplice la vita, in fin dei conti… In quell’anno di supplizi avevo rinunciato a poco poco a tutto, prima mi ero separata dall’intelligenza di Paula, poi dalla sua vitalità e compagnia, infine doveva venire il momento del suo corpo. Avevo perso tutto e mia figlia se ne andava, ma in realtà mi restava l’essenziale: l’amore. In ultima istanza l’unica cosa ho è l’amore che le do.

La lettura di Paula ci fa sentire impotenti di fronte ai misteri della vita, ma potenti rispetto ai nostri sentimenti, siamo in grado di sopravvivere anche nelle tragedie più devastanti.

La sua lunga agonia mi aveva offerto una rara opportunità di riconsiderare il mio passato. Per un anno la mia vita si era fermata completamente, non c’era nulla da fare, solo aspettare e ricordare. Piano piano avevo imparato a vedere le trame della mia esistenza e ero posta le domande fondamentali: che cosa c’è sull’altro versante della vita? Ci sono solo tenebra, silenzio e solitudine? Che cosa rimane quando non ci sono più desideri, ricordi o speranza?

 

Giuliana Benessere a portata di libro

Torna alla Home per leggere altre recensioni terapeutiche!

 

La resistenza del maschio

La-resistenza-del-maschio
Un secolo fa, durante il mio primo anno di università, c’era alla stazione Tiburtina di Roma una libreria grandiosa. Lì trovai un libro che mi aprì una nuova visione di me stessa, Io sono quello che scrivo. La scrittura come atto terapeutico (Calderini, 1998), di Elisabetta Bucciarelli.

Ho ritrovato poi l’autrice sui social e ho potuto ben apprezzare la semplicità e la profondità,  la sobrietà e la determinazione, perciò senza dubbi ho scelto di leggere La resistenza del maschio, NNEditore, 2015.

Ed eccolo, un altro libro che ti apre, delicatamente ma spietatamente, una nuova visione sulla quotidianità delle esperienze, sulle sfaccettature dell’amore, che non è mai facile incasellare nelle diverse categorie.

Amore puro, amore disinteressato, amore per se stessi, amore per l’altro, amore senza sesso, amore nonostante il sesso, amore egoistico, amore per il passato, amore per o senza futuro.

C’è un Uomo, brillante e di successo, che però resiste alle pressanti richieste della Moglie di avere un figlio. L’Uomo incarna lo stereotipo del Maschio che si rassicura dalle misure di qualsiasi cosa, l’Uomo vive intensamente i suoi appuntamenti, ma, dal punto di vista emotivo, molto superficialmente. Finché un’emozione forte gli si para davanti sotto forma di una donna piantata con la sua auto contro un albero. Le pagine raccontano tutte le resistenze del Maschio nell’arco di un po’ di tempo.

Nel frattempo, in un solo lungo pomeriggio, tre donne si trovano in sala d’attesa per una visita dal dottore. Scopriremo nel racconto le coincidenze e le vicissitudini travagliate di tre storie d’amore, di tre cuori palpitanti di un romanticismo quasi assente, ma intriso di realtà, di quotidianità.

E’ uno di quei libri che lo apri e non sai che aspettarti e fai bene, perché è sorprendente e ti lascia così, piena di pensieri nuovi, appena iniziati, destinati a essere completati con fatica, piena di interrogativi che chissà se avranno mai una risposta. E’ un libro che ti lascia un po’ come la vita, è un libro ricco di vita.

E’ un racconto ricco di musica, che stimola emozioni, sensazioni, riflessioni, domande, io dove mi colloco in questo gruppo di persone? Chi dei personaggi sento più vicino? Chi invece mi risulta insopportabile? Perché?

Proprio la risposta a queste domande aiuta la comprensione di se stessi e, si sa, conoscere aiuta a guarire, a stare meglio.

Un romanzo terapeutico dunque, che si legge in un lampo, non si riesce a staccarsi dalle pagine fino all’ultima resistenza del Maschio, che, volenti o nolenti, non riuscirete a dimenticare.

Ricordatevi di partecipare al “gioco” di My Therapy per #FuturoInfinito: un like di consapevolezza e una mail e potreste addirittura vincere dei libri.

Giuliana

Cent’anni di solitudine

centanni-di-solitudine Mi faccio coraggio e dedico un post a quello che per anni è stato in assoluto il mio libro preferito, e forse lo è ancora, Cent’anni di Solitudine, del mio adorato Gabriel Garcia Marquez, che per anni è stato il mio scrittore preferito, e forse lo è ancora (la sua delicatezza nel raccontare la realtà travestita di magia mi fa sempre bene al cuore).

Ho letto molto di lui e non ho mai scritto niente, ma è come violare una cosa sacra, ho certamente la sensazione di non rendergli giustizia, di non rendere bene ciò che quelle parole mi fanno provare.

Ho regalato Cent’anni di solitudine per anni a molte persone, persino in lingua originale, ma non ho mai speso una parola sul motivo per cui vale la pena leggere quest’opera monumentale, questa magia che ti incatena come le perle di una collana.

Ebbene, il freddo di fuori e il tepore del fuoco di dentro mi concedono il silenzio giusto, l’ispirazione giusta.

Proviamo.

In genere non faccio riassunti dei libri che leggo, consiglio libri terapeutici proprio per la terapia insita in essi, o meglio, per la terapia che certi libri determinano in me.

Fare il riassunto di Cent’anni di Solitudine, poi, sarebbe impossibile.

La storia è il susseguirsi delle vicende di sei generazioni della famiglia Buendìa, i due capostipiti arrivano vicino a un fiume caraibico, fondano una città, Macondo, la vedono crescere, la popolano di gente folle e strampalata, poi realizzano la profezia dello zingaro che viene da lontano, che torna sempre, anche dopo morto.

I morti tornano, certo, perché a Macondo non c’è un vero e proprio confine tra mondo dei vivi e quello dei morti, la realtà è ricca di magia e superstizione, la quotidianità è mescolata alle credenze e ai riti, lo spazio e il tempo non sembrano contare e si finisce per credere alle vicende di questi cento anni di atmosfere esotiche, di malinconie e solitudini, di chiaroveggenze, di vendette, di incomprensioni profonde.

Si finisce per credere che proprio l’incapacità di comprendersi reciprocamente è la causa di tutta questa solitudine, si muore, tutto finisce per pura mancanza di empatia.

Ma noi che leggiamo la storia stiamo dentro, ipnotizzati, rapiti, con il cuore in mano, con in bocca mille domande da porre ai personaggi, vorremmo incoraggiarli, incitarli a scegliere la strada giusta e questo esercizio ci fa bene, ci rende empatici nella lettura e nella vita, ci scuote dall’apatia, ci provoca emozioni forti.

È un libro magnifico, che fa esercitare l’immaginazione, certo, non è da leggere la sera prima di dormire, perché è un libro che richiede concentrazione, è un libro che si snoda in un racconto lento, serve pazienza, ma, con un tempo ad esso dedicato, non ritagli, non a tempo perso, ma un tempo solo per queste parole, ecco, con un tempo ad esso dedicato, la storia contiene il miracolo di farci sorprendere, perché lo straordinario sta nelle cose normali e laddove le cose sembrano normali mostrano invece un corso straordinario.

Lo si può leggere muniti di carta e penna, intenti a costruire l’albero genealogico dei Buendìa per tentare di venire a capo di tutti quegli Aureliani e Josè Arcadi che si susseguono, oppure lo si può leggere solo per la lettura, per lasciarsi trasportare da un tempo magico, un tempo che gira in tondo, un tempo intriso di malinconia e solitudine senza scampo, un tempo scandito da memoria e destino, profezie e magie, morte e amore, passione e dolore sommesso, disagio, disadattamento alla realtà.
Viene da pensare che a volte sia meglio alzarsi in volo come Remedios la Bella, o rinchiudersi nelle proprie ossessioni come Rebeca, o fondere oro e costruire pesciolini, per poi fonderli di nuovo, come il colonnello Aureliano, che di 32 guerre intraprese, le perse tutte, di 17 figli ne perse 16, tutto per arrivare a comprendere che la salvezza è probabilmente insita nella semplicità.

Conservo ancora un quaderno con trascritte le citazioni da Cent’anni di solitudine.
Sono le frasi che hanno impresso un aroma e un umore alla mia vita di anima solitaria, belle parole che a rileggerle oggi, dopo tanti anni, mi fanno proprio bene al cuore, quindi si, vi consiglio di leggerlo e rileggerlo tante volte, di scrivervi le parole che più di tutto vi hanno toccato l’anima, perché parlano della vostra anima, parlano di voi.

Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

 

Fece allora un ultimo sforzo per cercare nel suo cuore il luogo dove gli si erano putrefatti gli affetti, e non poté trovarlo.

 

Era arrivato alla fine di ogni speranza, più in là della gloria e della nostalgia della gloria.

 

Il colonnello Aureliano Buendía comprese a malapena che il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine.

 

Il colonnello Aureliano Buendìa grattò per parecchie ore, cercando di romperla, la dura crosta della sua solitudine.

“Cosa ti aspettavi?” sospirò Ursula. “Il tempo passa.” “Così è,” ammise Aureliano, “ma non tanto.”

 

Non gli era mai venuto in mente fino allora di pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente.

 

Giuliana

 

La natura esposta

la-natura-esposta

Ho letto piano La natura esposta, di Erri De Luca, senza fretta, per gustarmelo, ho centellinato le parole, sorseggiato le frasi e le emozioni.

L’ho trovato un po’ più difficile degli altri, frasi un po’ meno balsamo e un po’ più intrico di pensieri e di sentimenti, che ho trovato meno immediati, più da sviscerare e da ragionare.

La storia è questa, bellissima e insolita: un uomo solitario e non più giovanissimo, vive tra le “montagne sapute a memoria” e aiuta i profughi spaesati a oltrepassare il confine, prende soldi, ma quando poi lascia le persone, li restituisce.
Gli capita di accompagnare uno scrittore che fa conoscere i suoi gesti di bontà al mondo intero, ma soprattutto alla sua vallata di montanari rudi.
È costretto a lasciare la montagna, sverna in una città di mare, Napoli, qui, data la sua malleabilità lavorativa, trova un impiego grazie a un parroco sudamericano, gli commissiona di riportare all’originale un Cristo crocifisso dei primi del ‘900, che era stato scolpito nudo, come davvero venivano svolte le crocifissioni, ma poi gli era stato applicato un drappo per coprire la nudità, la natura.
Lo scultore solitario ha il compito di esporre la natura.

Inizia il corpo a corpo dello scultore con il Cristo morente, la sua mano, prima dello scalpello, a toccare le costole, le ferite, il dolore di un corpo che muore e che ha fisiologiche ma inaspettate reazioni, “Qui c’è un’opera che si rivela solo alla carezza“.
Nel mezzo della storia, una donna senza nome, che non lascia traccia se non il ricordo di una donna passata.

È una storia che non lascia indifferenti, non leggera e non di quelle storie che servono a dimenticare.
Intensa, dolorosa come un Cristo che muore, terrena come un corpo contratto, solitaria come le montagne, fatta di gente che ti resta appiccicata, come la gente di Napoli.

È una storia utile alla solitudine, al silenzio, all’empatia e persino all’amicizia (il libraio Raimondo lo conoscono bene i fan di Erri) e al naturale, indispensabile, amore per i libri.

Ho detto “grazie Erri”?
Si, un milione di volte.
Lo ridico, Grazie Erri <3

Giuliana

“...esistono libri che fanno provare un amore più intenso di quello conosciuto, un coraggio più scatenato di quello sperimentato. Deve essere l’effetto che fa l’arte: supera l’esperienza personale, fa raggiungere al corpo, ai nervi, al sangue, traguardi sconosciuti. Davanti a questo moribondo nudo si sono commosse le mie viscere. Mi sento un vuoto in petto, una confusione di tenerezza, uno spasmo di compassione. Ho messo la mano sui suoi piedi, per riscaldarli.

Newsletter di My Therapy
My Therapy su Facebook

In nome della madre

Erri-De-Luca-In-nome-della-madre-download-extra-big-1680-853 “Il nome del padre inaugura il segno della croce. In nome della madre si inaugura la vita.”

Questa è solo la premessa del bellissimo libro di Erri De Luca, “In nome della madre” che è, a mio parere, il più bello, il più commovente, un libro che parla di una madre che da sola ha sfidato il mondo.

Così è la notte, una folla di madri illuminate, che si chiamano stelle.

La storia è la nascita di Gesù, raccontata dal punto di vista di Maria, in un modo enormemente coinvolgente, manco l’autore avesse partorito egli stesso; Erri da prova di un’empatia rara e contagiosa, traducendo in poesia quel che la sua mamma gli raccontò rispetto ai nove mesi di gravidanza e al parto.

C’è da dire che questo libro non l’ho letto, ma l’ho ascoltato dalla stessa voce di Erri, è stato il mio primo esperimento di audiolibro e sono stata folgorata.

Maria-Miriam è la donna piena di grazia, dove per grazia si intende qualcosa di incredibilmente umano:

“La grazia non è un’andatura attraente, non è il portamento elevato di certe nostre donne bene in mostra. È la forza sovrumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi.”

Maria-Miriàm non è ancora sugli altari, ma è una donna coi piedi a terra, non magica, non remissiva, ma decisa, orgogliosa, serena, coraggiosa.

E Giuseppe-Iosèf non è affatto un vecchio decrepito, nessun vangelo lo dice, egli è un ragazzo che per amore crede a Maria-Miriàm e non scaglia la prima pietra, un uomo tenero e coraggioso anch’egli che, pur caricando l’asina di bagagli e di una donna prossima al parto e conducendola a Betlemme da solo, ha tutte le caratteristiche di un uomo:

“Gli uomini sono buoni a fare qualche mestiere e a chiacchierare, ma sono persi davanti alla nascita e alla morte. Sono cose che non capiscono.”

Potrei star qui a citarvelo tutto questo bellissimo libro, ma vi consiglio di leggerlo, di ascoltarlo, non è una questione di religione, è una questione di amore.

Concludo con un’ultima citazione.

Maria-Miriam parla a suo figlio nel ventre, usando parole che ogni madre ha più o meno consciamente usato per il proprio bambino nella pancia, parole che ogni madre continua, più o meno consciamente a ripetersi guardando i propri figli andare per il mondo:

“Occupa tutto il mio spazio, non solo quello del grembo. Sta nei miei pensieri, nel mio respiro, odora il mondo attraverso il mio naso. Sta in tutte le fibre del mio corpo. Quando uscirà mi svuoterà, mi lascerà vuota come un guscio di noce. Vorrei che non nascesse mai.”

Grazie, Erri, grazie.

Giuliana

Entra nella mia vita

Entra nella mia vita
Entra nella mia vita (Clara Sanchez, 2012) è il racconto di Betty, una donna che non ha mai ritenuto vero il fatto che la bambina da lei partorita fosse davvero morta, come le avevano fatto credere.

Betty passerà tutta la vita a cercare sua figlia; a trovare Laura sarà Veronika, la figlia che Betty ebbe due anni dopo la presunta morte della primogenita.

Veronika.

Un personaggio indimenticabile, voce roca, “sotterranea“, capelli lunghi e neri, riccioli ribelli che sfiorano le esistenze altrui, un anello con un cobra e un carattere d’acciaio, un’anima ricca di amore, di odio, pazienza, coraggio, lealtà, orgoglio, tutti i migliori sentimenti e insieme i peggiori, che rendono la vita realmente vissuta, mai superficiale, questa vita “incomprensibile, abissale, dolorosa e allegra“.

E’ un romanzo da leggere per fuggire dalla realtà, ci si immedesima talmente che a volte la realtà ci sorprende all’improvviso.

E’ un romanzo che, come Veronika, ha in sé tutti i sentimenti del mondo, la suspense, la voglia di verità, il – pur parziale – lieto fine.

E’ un romanzo che trasmette energia e voglia di vivere.

L’argomento trattato è duro, ma il linguaggio e lo stile sono scorrevoli e coinvolgenti, rendono la lettura leggera e pure profonda, terapeutica nella misura in cui permette evasione dalla realtà e insieme coinvolgimento empatico.

Giuliana

Asperger

asperger
Asperger è un piccolo libro scritto da Ninetta Pierangeli nel 2015, edito da una casa editrice romana, Lepisma Edizioni (una casa editrice che fa nella home del suo sito riflessioni sulla lettura che fa bene e che cura le nevrosi, viva la libroterapia!).

Asperger è un libro piccolo e delicato, ambientato in un centro di riabilitazione per disturbi cognitivi, da voce ad alcuni protagonisti di tali disturbi cognitivi ed emotivi:

Claudio è il papà di Luca, bambino buono e intelligente, che però non parla. Claudio e Luca ci insegnano che basta l’amore forte di una mamma per sentirsi parte di questo mondo e sentirsi in diritto di parola;

Ezra è una giovane kossovara che ci insegna che il passato va elaborato, metabolizzato, digerito, accettato, altrimenti torna all’improvviso a sconvolgerci la vita;

Marco è un uomo che ha sintomi psicotici e ci insegna che le persone non sono come sembrano, vanno conosciute in profondità, con autenticità di sentimenti, senza giudizi;

Nina è la mamma di Filippo, insieme i due ci insegnano che l’amore non ha nessun limite, nessuno;

Antonio è un camionista consapevole di essere uno stalker, prende seriamente l’impegno di guarire da questa malattia e ci insegna, con un linguaggio diretto e colloquiale, che il supporto e la fiducia di una persona cara sono fondamentali nella riuscita dei percorsi terapeutici.

Il tema difficile, affrontato con semplicità, chiarezza e un pizzico di dolcezza rende questa lettura molto piacevole, un viaggio nelle altrui scombinate emozioni per prendere coscienza, per differenza, anche delle nostre private emozioni.

E’ una lettura molto utile per chi necessita di avere a che fare con le emozioni e esercitare l’empatia.

Giuliana

Da questa parte del mare

da questa parte del mare
Da questa parte del mare, di Gianmaria Testa, Einaudi, 2016, è un libro che fa commuovere, a partire dalla prefazione scritta da Erri De Luca.
Ci sono tanti racconti quante le canzoni dell’omonimo album di Testa.

Sono racconti da leggere a gocce come le lacrime e, tra una lacrima e l’altra, tra un sospiro e una intensa commozione, ascoltiamo storie disperate a cui non ci rassegniamo a non dare speranza.

Sono racconti in tono sommesso ma di gigantesca emozione, dolci e malinconiche poesie, un po’ come “le righe che vanno troppo spesso a capo” di Solo andata, più volte citato.

Un po’ come in Solo andata, le migrazioni diventano poesia e non solo oggetto di dibattito televisivo.

La poesia di uomini, donne, bambini che cercano speranza e dignità, o semplicemente una vita in terre straniere, la poesia della ricerca della pace nonostante il dolore dell’abbandono di casa propria, della solitudine, della paura.

La poesia di chi ha il dono di così grande empatia e scrive:

… mi sono chiesto infinite volte come sarei stato io se avessi dovuto gestire un’emergenza così definitiva da impormi la decisione di lasciare i miei luoghi, la mia gente, i colori e gli odori che mi accompagnano anche nei sogni.

La poesia della semplicità e dell’autenticità di chi lascia comunque le porte aperte, perché

é proprio di questo che c’è bisogno: di poche parole e di una porta sempre aperta.

Immenso.

Giuliana

 

Libri magici

I libri sono magici.

Ogni libro ha un’anima fatta di parole scritte da altri che comunque parlano anche a noi, di noi, dal momento che siamo pronti e disposti a leggerle col cuore.
Ogni libro ci fa uscire dai nostri quotidiani problemi per farci vivere nuove vite in nuovi scenari.
Ciò miracolosamente calma le nostre ansie rimaste fuori dalle pagine magiche.
Il libro interrompe il chiacchiericcio della nostra mente, quella narrazione del passato e progettazione del futuro che ci distoglie dal vivere la nostra vita presente.
Il libro ci scaraventa in noi stessi, e se sappiamo immedesimarci nella storia e nei personaggi, non sarà mai abbastanza per farci perdere la lucidità di provare le nostre emozioni.
Si chiama empatia.
Una magia che ci fa vivere altre vite pur rimanendo noi stessi.
Una magia che ci fa sperimentare soluzioni nuove a problemi vecchi con gli strumenti che noi stessi abbiamo in dotazione.
Voi avete un libro che considerate magico?
Io si.
Tutta la magia di un mondo così diverso dal mio ma che mi pare di aver vissuto mille volte grazie a quei personaggi così emotivamente descritti, per me è racchiusa tra le pagine di “Cent’anni di Solitudine“.
Grazie Gabo, autore di libri magici, ovunque tu sia.

Giuliana

Libri magici per l’autorealizzazione
Libri magici per la meraviglia
Libri magici per l’empatia
Libri magici per la fiducia
Libri magici per l’introspezione
Libri magici per la magia

Iscrivetevi alla newsletter per avere informazioni su sempre nuove recensioni terapeutiche!