Le otto montagne

Va bene che d’estate lavoro, va bene che, oltre il poco tempo per scrivere e per leggere, ho avuto, forse ancora un po’ ce l’ho, una sorta di blocco del lettore, però non ho giustificazioni per aver abbandonato My Therapy così, senza ritegno, per tutto questo tempo.

Ho letto Le otto montagne, di Paolo Cognetti, premio Strega 2017 apprezzato da critiche e controcritiche e mi sono fermata. Dopo Le otto montagne non ho trovato un libro all’altezza, che mi rapisse, che mi coinvolgesse, che mi distraesse dal periodo impegnativo che attraversavo.

Non so più neanche quanti ne ho iniziati di libri dopo Le otto montagne, ne ho finiti pochi, in ogni caso, io, proprio io, che andavo avanti a un libro ogni due o tre giorni.

Io amo i libri di montagna.

Non amo la fatica, ma amo la montagna e amo la fatica in montagna, perché mi pulisce, mi fa sentire viva all’altezza di qualsiasi obiettivo.

Le otto montagne, ovviamente, è un libro di montagna. E poi di amicizia. E poi del rapporto tra padre e figlio. E poi delle parole. Nessun amore romantico, solo la storia di Pietro e i suoi genitori e di Pietro e Bruno, semplice, lineare, senza tanti fronzoli, senza colpi di scena, piena di parole non dette, piena di emozioni agite, e un finale che ti lascia così (e sono ancora lì) in lacrime, con mille emozioni in mano e un sacco di parole che hai voglia se servono, anche se qualche volta non bastano.

Sinceramente, non credo si possa vivere senza leggere questo libro.

Giuliana

(e ho ricominciato a scrivere, era ora)

Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.

Ingredienti per una vita di formidabili passioni

Questo libro è una raccolta di brani che riassume la vita di formidabili passioni di Luis Sepúlveda: i suoi primi amori, la poesia, Neruda, Salvador Allende, l’etica e l’estetica, il suo (e mio!) amato Gabo, l’impegno politico che ha segnato la sua vita e ha dato senso al suo scrivere.
Certi racconti sono appassionanti e fanno emozionare: la storia degli operai nelle miniere di carbone delle Asturie, l’oscurità, il fumo, il pericolo, gli spazi stretti, la mancanza d’aria, la lotta, gli scioperi per conservare la nobiltà di un lavoro terribile.
E poi ancora, l’addio doloroso alla sua compagna cane dopo 14 anni di vita insieme, i racconti del terremoto in Cile del 2010, racconti terrificanti che fanno male alla mia gente di questa Italia centrale così duramente provata, ma parole che danno speranza perché la gente degli appennini mi sembra assomigliare ai cileni, solidi, solidali, tenaci e caparbi, ostinatamente impegnati nello sguardo in avanti.
La visita al campo di concentramento di Bergen Belsen, durante la quale ha letto poche parole impresse accanto ai forni crematori, “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia“, una frase che ha dato senso al suo essere scrittore: esserlo per dare voce a chi voce non ha, esserlo per unire etica e estetica.
L’avvicendarsi dei ricordi del suo “vecchio” ai momenti del presente in cui è lui stesso il “vecchio” di una numerosa famiglia, al “vecchio” spetta l’asado ed è una consapevolezza non nostalgica ma piena di tenerezza e orgoglio per tutto ciò che è stato.
E poi ancora, il Cile, la sua patria. Alla domanda “di che nazionalità sei?”, lui risponde sempre e comunque “io sono cileno” (anche se la dittatura gli tolse la cittadinanza, anche se vive in un altro posto).

Sono un cileno privo di documenti che lo accreditino come tale, ma non importa, ovunque mi trovi mi basta guardare verso sud per sentire sulla faccia l’aria australe, che nella mia memoria ostinata profuma sempre di solidarietà, di fratellanza e della volontà di costruire un paese migliore.

È un racconto fatto di parole semplici, quasi un diario, una confessione, parole che incitano a “non dimenticare mai la poesia delle piccole cose“, parole utili a chi le legge per guardare oggettivamente e ironicamente alla realtà (è divertente il capitolo sui troll, quelli che dovrebbero cucirsi le labbra per pura “igiene sociale”, quelli che, come si dice dalle mie parti “aprono bocca e gli danno fiato”, senza pensare e sapere quello che dicono, quelli che oggi coi social hanno un potere incredibile ma farebbero bene a stare zitti per inquinare il meno possibile la vita sociale di tutti.

La sua vita di scrittore pare cominciare nel momento in cui gli giunse una consapevolezza:

L’amore per le parole mi si rivelò come un amore fedele, che non mi avrebbe mai tradito.

Nè l’amore per i figli lo tradirà e una domanda, sul finale della lettura, squarcia il velo della quotidianità e dei ritmi frenetici e inconsapevoli della vita:

Perché diavolo facevo il corrispondente in Angola, Mozambico, Capo Verde , El Salvador, se quello che più desideravo era stare con i miei figli?

Ingredienti per una vita di formidabili passioni è una bellissima lettura, ricca di grandi spunti di riflessione, è una lettura che fa bene perché ci spinge a domandarci, a essere critici anche con i nostri ricordi, per questo può risultare una lettura non facile, è come un ago sulle ferite aperte della nostra anima, ma, buone notizie, siamo ancora in tempo per avere la vita che vogliamo, una vita che non trascuri, anzi si basi proprio sulle formidabili passioni di ciascuno.

Giuliana

Altri libri terapeutici di Luis Sepúlveda:

Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza

Il vecchio che leggeva romanzi d’amore

Che rabbia!

che rabbia!
Roberto è un bambino che ha passato una bruttissima giornata.
E’ arrabbiatissimo e qualsiasi cosa accade lo fa arrabbiare ancora di più, il papà che gli chiede di togliersi le scarpe sporche, la cena a base di spinaci.
Roberto chiuso in camera, vede uscire fuori da sé una “cosa”, la Rabbia, che, non sapendo cosa fare, decide di mettere all’aria tutto ciò che è in camera di Roberto, ma quando la Rabbia si avvicina ai giocattoli tanto amati dal bambino, Roberto apre gli occhi d’un tratto e mette in una scatolina blu la Rabbia ridimensionata.

Questo libretto illustrato, scritto da Mireille D’Allancé, edito da Babalibri, anno 2000, è adatto ai bambini dai 3 ai 5 anni, la scrittura è semplice e gli adulti dovrebbero, oltre che accompagnare la lettura e la visione delle immagini, anche un po’ contestualizzare quel che accade al piccolo Roberto, che ha visto salire la Rabbia, l’ha esternata, ma non nel modo giusto, perché in quel modo ha distrutto mezza cameretta.

La rabbia va compresa, è bene vederla come un qualcosa che ci sale dentro e diventa grande ma che da noi si può staccare, possiamo allontanarla, possiamo chiuderla in una scatolina blu, non ci appartiene più, noi non siamo quella cosa rossa che fa del male emotivo a noi e ai nostri giocattoli.

E’ una lettura utile anche per gli adulti, per quelle volte che non ci accorgiamo delle emozioni disturbanti dei nostri bambini e pensiamo soltanto al pavimento pulito e agli spinaci per cena.

Certo, non è un libro esaustivo, perché non spiega che la rabbia è normale e che può essere anche costruttiva, però è un punto di partenza per parlare di emozioni.

Se volete conoscere più approfonditamente questa emozione e affrontarla, vi consiglio anche Spegni il fuoco della rabbia..

Giuliana

che-rabbia-interno

Intelligenza emotiva

intelligenza emotiva

Ecco un altro libro che, insieme a Il libro dei chakra, avrei voluto leggere all’università, avrei dovuto non fermarmi alle intelligenze multiple di Gardner, avrei dovuto non farmi bastare i libri che mi imponevano.
Sto recuperando, comunque, così mi sono regalata “Intelligenza Emotiva” di Daniel Goleman, che è un testo molto intenso, centrato sull’importanza di un’educazione non soltanto affettiva, quanto profondamente emotiva.

Intelligenza emotiva” non vuol dire far prevalere le emozioni sull’intelletto, ma vuol dire esaminare con l’intelletto le proprie emozioni e reagire alle questioni della vita con le emozioni adeguate, anche perché “coloro che non riescono a esercitare un certo controllo sulla propria vita emotiva combattono battaglie interiori che finiscono per sabotare il loro lavoro e i loro pensieri“.
Dunque si parte dal socratico ammonimento “Conosci te stesso“, si parte dal conoscere i propri sentimenti nel momento stesso in cui si presentano, si parte da se stessi, dunque, dalla costruzione della padronanza di sé, quella che i greci chiamavano “sophrosyne” (“cura e intelligenza nel condurre la propria vita; misura, equilibrio e saggezza“) o che i romani chiamavano “temperanza” (“capacità di frenare gli eccessi emozionali“).

Dunque l’intelligenza emotiva è capacità di contestualizzare gli impulsi, leggere i sentimenti più intimi di un’altra persona, gestire senza scosse le relazioni con gli altri, è la capacità di motivare se stessi e di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni, di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione, di modulare i nostri stati d’animo per evitare che la sofferenza ci impedisca di pensare, è la capacità di sperare.

Intelligenza emotiva è avere un rapporto equilibrato tra emozioni negative e positive perché è questo che determina il senso di benessere psicologico.
Il benessere psicologico non è eliminare le emozioni negative, ma è bilanciamento, è controllo dell’intensità dei sentimenti, non repressione, ma saggia supervisione, è l’eliminazione del rumore di fondo emozionale (un po’ come l’incessante mormorio di fondo dei pensieri) a beneficio dell’individuazione del preciso stato d’animo del momento e della sua gestione.

In che modo è possibile realizzare tutto ciò?

Nel libro ci sono molte indicazioni su come gestire rabbia, depressione, tristezza, su come aumentare la fiducia in sé e la speranza per raggiungere quel “flusso” della vita in cui ci sentiamo davvero in equilibrio.

Il messaggio fondamentale che ne ricaviamo da questa lettura è che “il temperamento, cioè gli stati d’animo che caratterizzano la vita emotiva, non è destino“.

Possiamo lavorare su noi stessi e sulle nostre emozioni.

Giuliana

Libri magici

I libri sono magici.

Ogni libro ha un’anima fatta di parole scritte da altri che comunque parlano anche a noi, di noi, dal momento che siamo pronti e disposti a leggerle col cuore.
Ogni libro ci fa uscire dai nostri quotidiani problemi per farci vivere nuove vite in nuovi scenari.
Ciò miracolosamente calma le nostre ansie rimaste fuori dalle pagine magiche.
Il libro interrompe il chiacchiericcio della nostra mente, quella narrazione del passato e progettazione del futuro che ci distoglie dal vivere la nostra vita presente.
Il libro ci scaraventa in noi stessi, e se sappiamo immedesimarci nella storia e nei personaggi, non sarà mai abbastanza per farci perdere la lucidità di provare le nostre emozioni.
Si chiama empatia.
Una magia che ci fa vivere altre vite pur rimanendo noi stessi.
Una magia che ci fa sperimentare soluzioni nuove a problemi vecchi con gli strumenti che noi stessi abbiamo in dotazione.
Voi avete un libro che considerate magico?
Io si.
Tutta la magia di un mondo così diverso dal mio ma che mi pare di aver vissuto mille volte grazie a quei personaggi così emotivamente descritti, per me è racchiusa tra le pagine di “Cent’anni di Solitudine“.
Grazie Gabo, autore di libri magici, ovunque tu sia.

Giuliana

Libri magici per l’autorealizzazione
Libri magici per la meraviglia
Libri magici per l’empatia
Libri magici per la fiducia
Libri magici per l’introspezione
Libri magici per la magia

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Stelle terapia

pocoyo

Ecco un breve promemoria per affrontare il lunedì, tempo di cose belle per dare energia alla settimana che inizia. Ecco una piccola storia di “Stelle terapia”.
Quanti cartoni vedete, al giorno?
Io un po’, non tanti, ma abbastanza per notare la differenza con quelli che vedevo da piccola, più semplici di grafica e contenuti, ma con delle storie d’amore, sentimenti che mi facevano perfino commuovere.
Oggi ci sono i cartoni animati con i quali i bambini imparano a riconoscere i numeri, a contare addirittura, imparano a conoscere gli animali, le piante, la geografia, come se si dovessero far crescere tutti geni saputelli, ma ignoranti di emozioni.
Nessuna storia che insegna loro semplicemente a SOGNARE.
O ad ascoltare le stelle, a non rubare le stelle, a lasciar andare quanto di prezioso abbiamo, che però non ci appartiene.
Uno ne ho trovato.
Guardate questo. Ci insegna a non rubare le stelle.
Ne sono innamorata!

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Monumento alla Memoria

foto L.Ortenzi

foto L.Ortenzi

Gente a semicerchio davanti a un monumento alla memoria.
Un silenzio educato fa da sfondo ad una tromba che insegue le note del Silenzio, un Sole beffardo gioca a nascondersi dietro al vento.
Una bimba attenta segue il lento scivolare di un telo verde e forse non capisce quella storia – narrata sottovoce – di partigiani e libertà.
Lo rifarei mille volte, bimba, quel che ho fatto sessantasei anni fa, che mi costò la vita in quel punto preciso oltre il tuo sguardo, in quell’angolo nascosto dal negozio di souvenir.
Lascia che io ti gridi il racconto della mia morte, bimba. Lascia che io lo gridi perché, sai, per vincere, abbiamo vinto, che ne sia valsa la pena, certo che si, che tutto sia stato dimenticato, gran parte purtroppo è vero. Lascia che io ti gridi quella mia vita che cadde in un agguato del nemico. Un nemico vigliacco che se la prese facilmente col vecchio canuto che ero, impossibilitato alla montagna e alle armi.
Mi uccise un colpo secco di un fucile improvviso e, quando caddi a terra, l’ultima cosa che vidi fu la luce dalle finestre di casa mia, che mi apparve sfocata, sullo sfondo di una parola scritta in nero sui muri di quell’ideale da guardare con il cannocchiale, per avvicinare il sogno di libertà, per cui lottare, vivere, morire.

Fame emotiva

dal sito tagli.me

dal sito tagli.me


Quando sono completamente felice, non mangio.
Quando sono malinconica, affogo nella nutella, o come oggi che mi sento un pò sfortunata, mangio il brownie avanzato.
Quando l’insoddisfazione prende il sopravvento mi dedico irrimediabilmente al salato, pane puro, crosta di parmigiano per sfogare l’ansia bloccata nelle mascelle.
Insomma non mangio quasi mai per fame.
Mangio per placare le tempeste dell’anima.
Mangio per riempirmi la bocca e non parlare (non si parla con la bocca piena!).
Mangio per non pensare, perché le sostanze dei cibi incidono fisiologicamente sugli ormoni che fanno variare il mio umore, e il cambiamento un po’ mi allevia, senza che io mi metta a pensare.
La cosiddetta “fame emotiva”
Improvvisa, incontrollabile, selettiva (“ho voglia di cioccolata, di cibo “cattivo”, grasso, spazzatura, che se si mangia un frutto il disagio non cambia e la “fame” non si placa).
Ingurgitare cose a velocità supersoniche e non sentire la sazietà.
E poi sentirsi in colpa.
La saggezza vuole che ci si fermi.
Fermati!
Pensa!
Prendi un foglio di carta o i tasti di un pc e scrivi come ti senti!
Domandati, cosa non va in questo preciso istante?
Che nome ha questo disagio che provi adesso?
Bevi un bicchiere d’acqua, magari avevi solo sete.
Sete di leggere le emozioni e fame di capirle, in fondo è tutto qui.

Cimitero

foto Luca Ortenzi

foto Luca Ortenzi


Mi siedo qui, in questo luogo che sembra un cimitero, su questo asfalto che si sgretola e guardo in su, verso la punta dei cipressi mossi dal vento. Il mio sguardo è fermato dalle nuvole plumbee e i miei pensieri sono al semaforo rosso di questo luogo spettrale.
Eppure c’è qualcosa di vivo, oltre i cipressi e oltre il cancello.
Le ombre di chi è andato senza più ritorno, i corvi saltellanti da una croce all’altra, il vento che fa muovere le nuvole, l’asfalto che si spezzetta sotto di me, la mia vita, il vento che d’un tratto interrompe la sua litania, fermandosi, i semafori dei pensieri e dei ricordi, le parole che tornano dal passato, i sogni che si mescolano col presente, un futuro sempre più incerto e scomodo, ma una voglia di comprenderlo per oltrepassarlo, nonostante quel cancello laggiù.
Vive sono le mie paure di un corpo che laggiù dovrà decomporsi, nella terra umida, nel buio di infinite notti solitarie e di inverni senza luce e senza altra speranza che un mazzetto di fiori fermato dal ghiaccio, come fotografato su uno sfondo grigio.
Viva è questa domanda, ma a che serve tutto, se tutto finisce oltre il cancello senza scampo? Viva è la mancanza di una risposta razionale, viva è la risposta che mi do, sorridendo alle voci dei miei amici che mi chiamano giù dalla discesa e alla faccia delle ombre scure create dalle nuvole nere.
C’è un’altra cosa viva.
Le ruote dello skate sotto di me, che fanno avanti e indietro e mi ricordano che questo luogo inquietante, oltre i pensieri, è solo una discesa da percorrere su ruote, giocando a chi arriva più lontano dal cancello senza cadere.

Morirò da solo

foto Luca Ortenzi

foto Luca Ortenzi

Morirò da solo, su una panchina, in una gelida notte tra dicembre e gennaio, oppure sotto un’improvvisa, inaspettata nevicata di marzo.
E di questo, non sono solo contento, ma sono assolutamente soddisfatto.
Scelta mia.
Mi lavavano e mi facevano la barba tutte le mattine e gridavo noooooo la mia barbaaaaaa nooooo non toccate il mio visoooooooo e mi legavano le mani con un asciugamano dietro una sedia “per il mio bene”, altrimenti mi avrebbero tagliato con la lametta e io gridavo noooooooooo e tra loro si dicevano “è matto, non lo vedi?”. Mi infilavano a forza sotto la doccia tutte le mattine e mi vestivano di stracci di recupero, di altra gente già arrivata all’inferno, puzzavo di sapone sintetico e di asciugamani mal asciugati. Bevevo l’acqua tiepida di rubinetto e mi era concesso mezzo bicchiere di vino e quando me lo versavano io gridavo noooooooooo il vino nooooooo e loro capivano che ne volevo di più e non capivano sonoooooo astemiooooooooo e mi puzza il bicchiereeeeeeee. Dormivo con un vecchio scorreggione che russava e interrompeva a tratti i miei sonni leggeri che ogni tanto moriva e ogni tanto ritornava, un po’ diverso e un po’ uguale.
Morirò da solo ma guardatemi ora.
Ho le rughe dei sorrisi e la barba morbida da toccare, dietro cui vivere, ho i miei vestiti e il vento mi lava via la polvere di ogni giorno, bevo l’acqua fresca delle sorgenti e l’odore che porto con me è il mio, dormo in compagnia delle stelle che non fanno che brillare senza rumore.
Morirò in compagnia di me stesso, delle mie mani e delle mie rughe, morirò contento in compagnia soltanto della mia vita almeno vissuta.

Giuliana

Cane e uomo

foto Luca Ortenzi

foto Luca Ortenzi

Adesso me ne torno verso casa.
Una passeggiata è solo una passeggiata, uno scampolo di tempo senza pretese, ma è uno scampolo di tempo fermo, mentre lo spazio si muove. È intenso questo muoversi sulla terra morbida insieme al mio compagno fedele, muoversi allo stesso ritmo e con uguale curvatura di schiena e di gambe. È respirare aria buona e solitaria, è essere soli essendo in due, è insieme la perfezione di essere in tre, io, lui e questa natura buona, accogliente seppure fredda che mi gela la punta del naso. Il mio compagno mi osserva da lontano e sorride dentro, senza farsi vedere. C’è un sole che, nonostante il gelo, scalda e questa differenza di temperatura ti fa sentire vivo. Molto più del normale tran tran quotidiano di sonno, cibo, passeggiata al parco sotto casa, pochi dialoghi sospesi con poche altre creature. Siamo appena usciti dal bosco e questo pezzo di strada tra il bosco e la realtà è come un limbo tra paradiso e purgatorio, che già una macchina prima di noi ha attraversato, che già gli alberi freddi da lontano hanno guardato.
Adesso è l’ora di tornare verso casa, la città ci sta aspettando.
C’è anche un granello di gioia nel lasciare un luogo amato, perché quando poi, domani o la prossima volta, lo si ritrova l’amore aumenta e la gioia invade il corpo ancor più di quanto è stato nel mio passato. Adesso torniamo a casa ed io finirò legato al palo fuori dal bar, mentre lui si prende l’orzo macchiato. Resto al palo in attenzione, ma con la fiducia cieca che – se mai un uomo abbandona il suo cane – questo non è il mio caso, perché il mio compagno tornerà col biscottino e omaggeremo insieme i nostri spazi senza tempo sui prati di neve, passeggiate senza pretese fatte di grande rispetto per noi e per il bosco, la strada, il freddo, il camminare uguale e l’invecchiare insieme.

Scrivere fa bene

Devo mettere in questo foglio una storia.
Pensieri, immagini, emozioni che non si toccano e che spesso non so descrivere devono essere tradotti in un linguaggio, in modo da comunicarli e rendere altri partecipi.
Non agisco più solo le mie emozioni, ma mi fermo, ci rifletto, le prendo in mano, le ordino sulla mia scrivania, le organizzo in modo da tradurle poi su carta per temi o per data o per contenuto.
Attraverso la grammatica e le sue regole do forma e spazio e contenitore a pensieri e emozioni.
Un’emozione gigantesca trova un luogo sicuro dove potersi sfogare senza far danni e va a finire che se la trovo scritta in una pagina me ne distacco un po’, la leggo meglio, ne divento consapevole e va a finire che se l’emozione, o il comportamento ad essa legato, è negativo oltre a staccarmene un po’ l’abbandono, addirittura.
Scrivere fa bene, dunque.
Poi c’è chi raccomanda di non farne uso smodato e solitario, perché occorre l’esperto terapeuta che “contiene” l’elaborazione cognitiva di quanto su carta appena espresso.
Io vi dico invece, scrivete smodatamente e soli (difficile arrivare al nocciolo di sé in compagnia).
D’altro canto alcune tra le più belle scritture di tutti i tempi sono conseguenti a un dolore, a un conflitto interno e sono sicura che certi signori autori si sono sentiti meglio, ad opera finita.

Scrivete, dunque!

Scrivere è Benessere