Non dirmi che hai paura

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“Non dirmi che hai paura”, di Giuseppe Catozzella, vincitore del Premio Strega Giovani 2014 e finalista al Premio Strega 2014, è un libro che fa venir voglia di vivere, non di una vita “sopravvissuta” ma della vita vera, quella autentica, non di quella nascosta nella frenesia e nell’insoddisfazione cha fa capolino dagli smartphone, ma di quella con i piedi scalzi nella terra, di quella a contatto con il buono che c’è, l’amicizia, il vento, aabe, la libertà, di quella che lotta ogni giorno con la fame, la guerra, la paura, eppure sorride, eppure corre.
“Non dirmi che hai paura” è la storia vera della piccola Samia che, magra come uno spillo, correva in terra somala, finché, facendo lo slalom per la sopravvivenza tra estremisti e bombe, è arrivata a 17 anni alle Olimpiadi.
Aveva un sogno, correre e vincere, correre senza addosso il burqua, correre per la libertà.
Aveva un sogno, la libertà.
Forte e coraggiosa come una guerriera, finché le è concesso, lotta e insegue il suo sogno.
Quando poi non le è più concesso, perché viviamo in un mondo ingiusto, non le resta che rimanere nei nostri cuori e nelle nostre menti, attraverso la voce dolce che Catozzella le ha dato.

La storia di Samia fa venir voglia di correre.
Quel giorno, allo sparo dello starter, mi sono dimenticata di tutto. Non era mai successo, ma da allora non ha più smesso di succedere, ogni volta che ho vinto. La mia mente è riuscita a creare il vuoto e a fissarsi solo sulle cose positive. Il giorno del mio decimo compleanno ho sentito che la corsa mi liberava dai pensieri“.

La storia di Samia fa venir voglia di pace.
La cosa che preferivo in assoluto erano i teoremi di geometria. Era bellissimo sapere che esistevano leggi nascoste nei rettangoli dei cortili o nei buchi dei bagni… Se c’erano delle regole che lo spiegavano, l’universo non poteva essere così malvagio. Forse, un giorno, saremmo arrivati a scoprire le leggi che portavano gli uomini a fare la guerra, e quel giorno l’avremmo cancellata per sempre“.

La storia di Samia fa venir voglia di amicizia.
Conosci qualcuno da una vita e c’è sempre un momento esatto a partire dal quale, se per te è una persona importante, da li in poi sarà sorella o fratello“.

La storia di Samia fa venir voglia di libertà e di un sogno per cui valga la pena vivere. E morire.

Giuliana

 

Correre incontro alla vita

Del perché corriamo ( io & il mio condominio chiassoso)

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Ho desiderato correre per la prima volta da anoressica. Ma non sapevo di essere anoressica e non sapevo di non riuscire a
correre. Questa seconda faccenda è divenuta evidente dopo …3 MINUTI.
Già….avevo corso per 3 MINUTI…Io e i miei 40 kg avevamo realizzato il “volo del tacchino” di gucciniana memoria.
Ovvio che l’anoressia ti presenta il conto…ed il conto è portarti appresso questa sensazione mai del tutto sopita di essere un ospite indesiderato allo spettacolo della tua stessa esistenza. E poi…qualche dente in meno, anni di mestruo farmacologicamente indotto e qualche centinaio di lire investite in psicoterapia. Ci ho messo anni a realizzare perché in 3 minuti mi sentivo morta, senza forze, senza possibilità di correre e quasi manco di camminare. Ci ho messo anni a prendere da una parte me e il mio chiassoso condominio interiore e votare all’unanimità che “Basta sciopero della fame. Basta sciopero di qualsiasi fame”.
Quando ho iniziato a riprender peso, e a sostenere il peso di aver preso peso, la voglia di correre si è riaffacciata.
Sono stata anche io una di quelle con la prima tutaccia informe e con le scarpe da passeggiata della domenica. Sono stata anche quella dei giretti di pista : 1,2…3……………4………………cinquemosmettononglielafaccioarrivoaseisperiamononmivedanessunoinquestostatopietoso.
A sei ci sono arrivata col tempo. Col MIO tempo. Col mio tempo interiore forse più che col tempo che ci avrebbero impiegato le gambe, i muscoli, il corpo.
Mi sono arrotolata improbabili tutone perché crepavo di sudore e, alla fine, correvo come una appena scesa da cavallo, gambe larghe, per tutto il risvoltone che avevo sulle ginocchia.
Mi sono annusata le ascelle attraverso le t-shirt di cotone di Superman e del Che, non potendo credere di puzzare tanto.
E mi sono sentita stanchissima, sgarrupata, spettinata, inadeguata, fragile, ridicola e felice.
Felice.
Io, quando corro, mi sento sempre felice.
Ormai sono così, felice, da quattro anni.
Non sono migliorata molto….rimango una pippetta.
Ma sono una pippetta felice.
E quando corro (e spesso corro!) mi porto appresso tutto quello che sono stata: corro con la bambina derubata dei suoi primi anni.
Corro con la ragazzetta formosa che si reggeva le tette durante l’ora di ginnastica. Corro con la tipa dei 40kg che non sapeva più che fare. E corro con la stramba creatura che sono oggi.
Ecco perché corro: non più per scappare, ma per andare incontro alla vita con tutto/e quelle che sono!

Ilaria

Correre con il cane

biagiocorreTi ho cantato a squarciagola “ti porto via con me ribalteremo il mondo”.
Bene, diamoci da fare.
Le nottate sono preda dei dentini che faticano a spuntare, nelle giornate rimbalzo tra urla, capricci, abbai, pianti …
Di correre non c’è tempo, spazio, voglia, ehm ehm.
Dunque che si fa, si soccombe a questo stato d’animo misto di malinconia, insofferenza, frustrazione, stanchezza d’animo?
Non soccombiamo.
Smetti di bucarci tutti i vestiti e fai una cosa utile, piccolo cagnolino di pochi mesi dai muscoli forti e scattanti, esci a correre con me!
Lo so, sei un cucciolo di cane e non posso farti percorrere dieci chilometri (anche perché è lontanissima la mia forma fisica che li faceva correre a me, ora la forma è molliccia e rotonda, come lo stato d’animo).
Allora passeggiamo.
Uh bello!
Camminare è sempre stata una mia passione, poi è sopraggiunta la corsa e m’ha drogata.
Torno a camminare e, con la scusa di allenare il mio cane, faccio meno fatica.
Silenzio e fresco mattutino, i luoghi che amo, tu che smani per correre e allora dai, corriamo! Ti stanchi, sei piccolo, ma si vede che ti piace!
Un cane ci assale alle spalle, ti tiro su al volo col guinzaglio in tiro, sei in braccio, ma tu smani e allora dai, muovi le tue zampe lentigginose!
Portami via con te, forza.
Portami via dai miei pensieri negativi, dalle fatiche sembra mai ripagate, da quest’incertezza di futuro, da questa estate appena accennata, da questo sole poco pronunciato.
Fai il tuo lavoro di cane, piccolo terribile cucciolo che gioca a mordere i miei figli come fossero i fratelli, piccola tempesta che almeno non vuole essere il sostituto di nessuno, diverso come sei.
Fai il tuo lavoro di cane, strappami sorrisi e tirami giù dal letto!
Poi senti, adesso fa caldo e siamo apposto, ma ho trovato un’azienda che produce capi tecnici per cani sportivi, ti scaldano morbidamente e ti proteggono, ci sono giacche invernali, giacche ultimate, tute outdoor, tute in microfleece (e che diamine è), tute impermeabili con slogan “massima protezione contro lo sporco”, giacche impermeabili “per cani con manti lunghi e soffici”, poi c’è anche la giacca cooling se tante volte è caldo, e il porta bocconcini mini o junior, la cintura da running (per me o per te? Non ho capito!), la ciotola acqua travel o folded, e poi la mia preferita, la mantella twilight, che protegge dalla pioggia e fatta di un materiale che aumenta la visibilità del cane in condizioni di luce scarsa, non è finita, reggiti forte, le ghette di sicurezza, la bandana di alta visibilità, e tanta altra roba, non manca ovviamente l’abbinamento di colori con l’umano di riferimento e un fantastico guinzaglio per correre.
Insomma, in via indiretta mi ha strappato un sorriso.
Bravo Biagio, immaginarti con la tuta, le ghette e una bandana mi ha rischiarato la giornata!

I benefici psicologici della corsa

foto my therapy

foto my therapy

Ultimamente faccio un po’ di fatica.
C’è l’audiotrainer che ogni tanto mi chiede “perché stai correndo?”
Cazzo ne so, mi viene da rispondergli, in preda alla fatica per una distanza che sembra essere più lenta e lunga che mai.
Perché sto correndo?
Me lo chiedo ora, seduta comoda nel mio piccolo angolo asciutto mentre fuori diluvia.
Il motivo per cui ho iniziato da qualche parte già l’ho scritto.
E perché continuo?
Cosa mi ha drogato e stregato, non tanto fisicamente quanto psicologicamente?

Sono più forte, emotivamente parlando.
Il mio corpo un po’ allenato alle distanze, rimanda alla mia mente che io so percorrerle certe distanze e la mia mente rimanda al mio corpo una sensazione magica di autostima, di self efficacy, di fiducia in me, di forza mentale per affrontare certe salite.
Il mio corpo ha dimostrato di potercela fare. Ce la faccio.

So concentrarmi, un po’ di più. Ho fatto sempre una gran fatica a pensare a quello che sto facendo, a non rimuginare coi pensieri, correre un po’ mi aiuta a lasciare il mondo di fuori, fuori. Questa, a dirla tutta, è una consapevolezza che mi ha dato lo yoga, la meditazione. Essere presente al mio gesto, svuotare la mente, sentire solo il mio respiro, o soltanto la ripetizione del mantra che mi sono scelta. Ce la posso fare. Ho notato che spesso se ne vanno i problemi e restano solo le soluzioni.

Sono più felice, per una questione anche solo fisiologica di endorfine prodotte dal mio cervello, sostanze chimiche con proprietà analgesiche e eccitanti che mi aiutano a sopportare il dolore e influiscono positivamente sul mio stato d’animo. Mi lamento meno da quando corro, sono stata meno malata da che corro, ho più larghi spazi di serenità.

So pianificare le distanze, anche in modo ossessivo e maniacale, ma poi ossessioni e manie le lascio andare, so che devo prima di tutto ascoltare il mio corpo, tirarlo se può, sforzarmi ancora un po’, fermarmi se le energie sono finite. Ce la posso fare a mescolare distanze e concretezza, teoria e pratica, pormi obiettivi realistici, pur sognando sempre, come mia indole.

Odio il tappeto con tutta me stessa, divento un criceto solo se ho qualche disturbo che mi impedisce di prendere freddo o di incontrare sassi non graditi da una caviglia che fa e pensa quel che vuole.
Gli alberi, le montagne, i sentieri, le case, il passaggio a livello, fiori, le acque, scalini, sassolini, prati, panorami da fermarsi a fotografare, ma che mi frega del tempo che perdo. La natura placa inquietudini e certe volte la pioggia fa abbassare la cresta, lava via il superfluo, resta solo l’essenziale, quello stesso che il buon Saint-Exupery diceva essere “invisibile agli occhi”.
(Devo scrivere un post sui luoghi che ho “perduto” non correndoli)

A volte, poi, quando i respiri sono frastagliati e ansiosi, quando la profondità non raggiunge il mio ventre, quando non riesco a respirare con la pancia, quando è tutto superficiale, i pensieri e il respiro, correre mi da una bella lezione su come devo prendere ossigeno e restituire anidride carbonica. Mi da regolarità e ritmo.
La vita è tanta roba, ma soprattutto ritmo.
(Devo scrivere un post sulla vita che è ritmo)

Infine.
Corro da sola, se ho voglia.
Corro in compagnia, ancora meglio.
Ho scoperto, io lupo solitario per attitudine e scelta, che correre in compagnia è divertente, che non devo essere preda dell’ansia da prestazione, che i miei amici mi aspettano se non ce la faccio, se è una gara non sono comunque sola, quindi casomai ci vediamo all’arrivo, che fermarsi a fotografarsi è legittimo, che il ritmo condiviso è più bello e più utile, che ci sentiamo più vicini nell’anima per questa fatica che abbiamo scelto di fare, che la nostra amicizia ne esce più forte, che iscrivendomi a una squadra conosco tanta gente nuova, tutti diversi, un miliardo di sfumature di tanti colori, mica solo rosse e grigie e non so che altro, ma tutti molto simili a me in questa scelta di un’ora da passare lontano da tutto, vicino a me stessa.

PS: Dopo tre anni da questo articolo mi chiedo: perché non corro più?
La risposta è dentro di me (e però è sbagliata :-)) ed è anche scritta qui: LIbroterapia

Giuliana

Storie di corsa: correre è solo correre

foto Gio

foto Gio

VALTER E GIOVANNA: CORRERE E’ SOLO CORRERE (E UN CUCCIOLO D’UOMO)

LUI:
Una decina d’anni correndo, dopo nuoto, spinning, fitboxe, step.
Nessun motivo in particolare “Muovermi mi faceva sentire bene”.
Poi, per caso, una leggera corsetta ad alternare una fisioterapia.
Fino al momento in montagna, la corsa in solitaria, la natura, i posti legati all’infanzia, “Tutto il resto fuori”.
“Solo io contro me stesso, allenamenti e gare in solitaria, in perfetto equilibrio anima e corpo, leggero come una piuma, veloce come un razzo… I miei amici mi chiamano beep beep, il mio trainer mi fa notare che se poco poco avessi iniziato a correre da adolescente magari adesso sarei qualcuno! Il prossimo obiettivo 10K in 34 minuti, avere un obiettivo dà una ragione di correre e d’essere, avere qualcuno che ti incita all’obiettivo è il succo fresco del frutto della vita.
E un altro succo ho sperimentato, correndo.
Questo cucciolo d’uomo che stringo tra le braccia è il frutto di un amore grande sbocciato correndo.
Alla corsa, quindi, devo molto, alla fine quasi tutto!
La corsa è fine a se stessa.
O meglio, ti aiuta a stare bene ma si vive anche senza.
O meglio, quando fa parte del tuo equilibrio allora fa parte anche della tua vita.
O meglio, se della tua vita diventa il tuo primo pensiero allora la corsa ti ha portato fuori strada.
Ma si può stare in equilibrio anche senza la corsa.
In fondo correre è solo correre, quando corro mi sento in pace, il mio corpo è leggero, la mia mente è in relax, e quando non corre pensa in continuazione, si lambicca dietro a sentieri impervi, stressanti, anche inutili”.

LEI:
“Corro da quasi dieci anni e adesso prendo io in braccio questo cucciolo d’uomo.
Ho sempre fatto tanto sport, poi per caso, ho scelto una palestra, la stessa di lui, in cui ho conosciuto gente che mi ha avvicinato alla corsa in modo tecnico.
Prima correvo solo col corpo, poi ho cominciato con consapevolezza, con la mia mente.
Correre mi ha dato appartenenza alla nuova città, l’ennesima in cui andavo a vivere per lavoro.
Correre, per la me stessa di adesso, è solo correre…nel senso che è un modo per tenersi in allenamento, fare sport, dedicarsi a se stessi, scaricare un po’ di tensione e riflettere.
Diventa stile di vita se è la corsa a comandare, lei ti porta dipendenza e non puoi più fare senza.
La mia mente mentre corro si libera dalla routine, se non corre non stacca mai la spina.
Si, è la mente che corre, è la mente che vuole il piacere di una bella corsa, senza arrivare all’allenamento duro e lungo della maratona. Mezze maratone quante ne vuoi, il mio piacere arriva fin li.
La corsa è un piacere, dunque, e amore, come questo cucciolo d’uomo che tengo stretto a me.

Storie di corsa: la natura addosso

foto My Therapy

foto My Therapy

MICHELA: LA NATURA ADDOSSO

Posso subito dire che correre non mi piace o mi brucio da sola le possibilità di pubblicazione?
Comunque.
Avevo iniziato parecchio tempo fa, per ragioni completamente differenti rispetto a quelle di adesso, volevamo un figlio che non arrivava, questo mi stressava e correre o andare in bici (che preferisco) mi allentava il nervosismo e poi nella mia vastissima documentazione avevo letto che il movimento e la forma fisica aumentavano le probabilità di avere quel bambino tanto desiderato!
Finalmente poi il mio sole è arrivato e per ovvi motivi ho smesso di correre.
Da circa un anno ho ripreso, devo ammettere che la spinta più grande me l’ha data l’esempio di una amica che non era mai stata una grossa sportiva, ho notato in lei un immediato benessere fisico e psichico, insomma qualcosa che cercavo anche io dentro di me e non riuscivo a trovare….
Io ho sempre avuto bisogno di sentirmi la natura “addosso”, di sfidare le mie possibilità, di arrivare in vetta e godermela all’andata, con la fatica, e al ritorno, in relax, ma soprattutto nell’attimo dell’arrivo!
La corsa per me è più o meno la stessa cosa.
Per quel che mi riguarda correre è solo correre, anche se lo sport in genere dovrebbe essere uno stile di vita, per me soprattutto outdoor ma senza fossilizzarsi su un unico sport, bisognerebbe provare, cambiare, trovare quello che più ci piace anche in base alle necessità del periodo e perché no anche dell’età.
I tempi contano per potersi migliorare, per soddisfazione personale, per idealizzare e raggiungere una meta.
Quando corro e sento che il mio corpo risponde perfettamente a quello che dice la testa penso che un giorno l’Everest non solo lo raggiungo ma lo “scavalco”!
Certo, quando capitano le giornate che io definisco “no” il mio corpo è una larva e non posso fare altro che aspettare che passi… tempo al tempo.
Una cosa è certa quando il corpo va la mente vola e raggiunge posti inimmaginabili!
Per correre ogni stagione ha il suo lato positivo, la primavera è la più scontata, ma dico di non sottovalutare l’autunno che rilassa con i colori e il clima, non amo correre l’estate con il caldo anche se in realtà le giornate così lunghe ti permettono una vasta scelta di orari.
Dell’inverno che dire: ieri guardavo la neve e sentivo l’inverno nelle narici e sognavo… se poi devo mettere i piedi per terra mi trovo davanti il problema delle poche ore di luce.
“E con le stesse scarpe camminare per diverse strade o con diverse scarpe su una strada sola”.
Non mi stancherò mai di dire che le scarpe preferisco tenerle per tutta la vita, quando le trovi che ti piacciono, sono comode, la tua perfetta misura, insomma fatte proprio per il tuo piede, puoi percorrere tutte le strade del mondo e non avrai mai problemi.
Sono sicura che correre fa tornare bambini, perchè ti ricordi la gioia e la leggerezza di quando corri da piccolo, troppo bello, con Peter Pan che vola sopra a te (è la prima favola che ho comprato a mio figlio con la dedica di non dimenticare mai il Peter Pan che c’è dentro ognuno di noi).
Fermare il tempo è fondamentale!
Quando corro ho un “mantra” nella testa, “LO FACCIO PER ME E PER TUTTI QUELLI CHE MI AMANO, LO FACCIO PER IL MIO CUORE” e finché avrò la forza correrò per raggiungerlo!

Storie di corsa: correre è nuvola e realtà

paoloPAOLO: LA CORSA E’ NUVOLA E REALTA’
Alto e longilineo, un fisIco da runner, da uno che corre da quando ha sette anni, con qualche pausa di riflessione, ma uno che con la corsa ha un dialogo costante, di rispetto e passione.
Ha cominciato e ricominciato sempre per la compagnia, prima il padre, poi un amico. La corsa è condivisione, compagnia, amicizia, è la risposta alla domanda “con chi” più che “dove”.
La corsa è l’emozione del pre-gara, le “farfalline nello stomaco”, una sensazione descritta con delicatezza e ricercatezza, una droga leggera, la corsa è la prima gara che non si scorda mai, è la gara in cui dare molto di più che in allenamento, è il momento della verità, quello in cui si è soli con se stessi e ci si mette alla prova, la gara è dare il meglio e finire solo dieci metri dopo l’arrivo, per senso di completezza, per prolungare quel dialogo intenso con se stessi e dare il massimo (dove dare il massimo significa nemmeno rischiare di cedere un attimo prima del traguardo).
Uno che la corsa non è in solitaria, ma è gruppo, è squadra con cui essere altruista e leale.
Uno che gli obiettivi ci vogliono, sono importanti, perché correre con un obiettivo è una sfida con se stesso, è spingere il proprio fisico e la propria mente “quasi al limite delle sue possibilità”.
Puntiglioso, precisino, perfezionista, uno che se c’è da dire dice, se non è d’accordo discorda, se c’è da risentirsi è permaloso, uno che lo sai com’è, lo vedi, integro.
Razionale, che però si emoziona nel pre-gara e nelle maratone, specialmente New York.
New York. La Maratona.
Peccato per la sua città, Roma, che non ama la propria di maratona, infastidita com’è dal traffico bloccato, dagli atleti che passano e che sembrano concedersi il lusso di perdere tempo, invece il tempo se lo concedono a differenza di Roma, sempre preda dei suoi ritmi frenetici che la rendono vittima di se stessa.
New York è invece una città che si ferma e che guarda gli atleti passare, quasi inchinandosi. New York è la propria vita che fa parte di un film, è un film all’improvviso nella tua vita e tu ci passi in mezzo, correndo, su un asfalto più morbido, Reservoir, Greenwich, Chinatown, mentre il mondo è affascinato da tutti gli atleti e New York sembra guardare proprio Paolo.
Paolo che corre in qualunque parte del mondo, che conosce di mattino presto le città dove si trova per lavoro, le conosce davvero, le annusa, le attraversa mentre ancora un po’ dormono e un po’ si stanno svegliando.
Paolo che corre sempre, ma che ama di più l’autunno, si è riposati dopo le vacanze, la natura che si prepara al freddo è incantevole e accogliente, le foglie sotto le scarpe sono una stimolante e insieme rilassante colonna sonora, ma come non amare la primavera, in cui correre è risvegliarsi insieme alla natura, o l’estate che ti permette di correre in montagna e al mare, seppure il caldo a volte risulti fastidioso, e come non amare l’inverno, che sembra congelarti il naso, gli occhi e le mani, ma poi il tuo corpo correndo si scalda e lo senti ancora più vivo, e pure l’umore ha un’impennata se ti trovi d’un tratto, nel solito tratto, a correre con la neve, che bagna le scarpe e poi i piedi, ma che ha in serbo ricordi di sé, dell’infanzia.
A lui la parola, adesso, che io non vorrei rovinare questa prosa che a tratti sembra poesia:
“A me piace molto correre la domenica mattina sull’Appia Antica, specie in autunno e primavera, quando la temperatura è gradevole e i colori sono meravigliosi. Dopo qualche chilometro sei completamente immerso in una realtà differente, si allontanano i rumori, il grigio della città e viene fuori il silenzio, i colori della natura e i resti delle tombe romane. Allora correre, sentendo solo il rumore delle scarpe che accarezzano i sampietrini e assaporando un’aria finalmente respirabile, allontana lo stress, i pensieri e tutto il resto… ecco in questi momenti sembra di essere su una nuvola e guardare tutti i problemi dall’alto senza che realmente ti appartengano… almeno fin quando non si torna sulla terra… però tornando hai la sensazione di poterli affrontare con più energia e tranquillità”.

Storia di un uomo che voleva morire

Questa è la storia di un uomo che voleva morire.
Egli era depresso, e lo era consapevolmente e fortemente.
Era stanco e, in quanto depresso, appunto, incapace di trovare forze e energia per reagire, motivi per cui valesse la pena cercare sorrisi.
Niente, sentiva di non avere più niente, né da dare, né da pretendere.
Prese così l’estrema e fatale decisione: morire.
Questa vita avrebbe smesso di farlo cuocere a fuoco lento.
Non voleva dare nell’occhio, però.
Non voleva si dicesse “si è ucciso”, non voleva lasciare dietro di sé l’immagine interpretabile di un vigliacco.
Pensa pensa pensa (come winnie the pooh), trovò la soluzione: decise di farsi venire un infarto nel bel mezzo di un giro di corsa al parco sotto casa.
Lui sentiva di avere il cuore malato, il suo cuore non avrebbe retto.
Così, prese le scarpe peggiori che aveva, una tutaccia usata per i pomeriggi piovosi e noiosi sul divano, e scese al parco.
Cominciò a correre, piano piano, poi più forte, sempre più forte, fortissimo.
Sentiva l’infarto avvicinarsi.
Ma poiché cominciò a piovere e non gli andava di morire sotto l’acqua, decise di rimandare la sua morte al giorno dopo.
Il giorno dopo si svegliò e gli facevano male tutti i muscoli e pensò di soffrire per l’ultimo giorno così prese a correre, prima piano, poi sempre più forte, poi fortissimo.
Si accorse di aver fatto un giro in più del giorno prima, nello stesso tempo.
Di infarti, però, non c’erano notizie.
Il mattino dopo si diede malato al lavoro e andò a correre, tra l’altro i muscoli non gli facevano poi così male, anzi, restituivano al suo corpo una sensazione quasi piacevole di … benessere.
Dopo dieci giorni l’infarto non era ancora sopraggiunto, lui decise che era tempo di vestirsi in modo decoroso, come sempre aveva fatto, al di là del divano. Comprò scarpe buone e fosforescenti, pantaloni stretch e maglietta in tessuto tecnico, abbinata persino alle scarpe.
Dopo un mese aveva perso due chili e non si ricordava più del motivo per cui aveva iniziato a correre, anzi, si fece fare una completa visita in un centro di medicina dello sport, per sicurezza.
Al mattino pensava solo a scendere dal letto un’ora e mezzo prima dell’ufficio, perché senza correre sarebbe morto.

Qui finisce la storia di un uomo che voleva morire, e invece si mise a correre.

Giuliana

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