Storie di corsa: correre è nuvola e realtà

paoloPAOLO: LA CORSA E’ NUVOLA E REALTA’
Alto e longilineo, un fisIco da runner, da uno che corre da quando ha sette anni, con qualche pausa di riflessione, ma uno che con la corsa ha un dialogo costante, di rispetto e passione.
Ha cominciato e ricominciato sempre per la compagnia, prima il padre, poi un amico. La corsa è condivisione, compagnia, amicizia, è la risposta alla domanda “con chi” più che “dove”.
La corsa è l’emozione del pre-gara, le “farfalline nello stomaco”, una sensazione descritta con delicatezza e ricercatezza, una droga leggera, la corsa è la prima gara che non si scorda mai, è la gara in cui dare molto di più che in allenamento, è il momento della verità, quello in cui si è soli con se stessi e ci si mette alla prova, la gara è dare il meglio e finire solo dieci metri dopo l’arrivo, per senso di completezza, per prolungare quel dialogo intenso con se stessi e dare il massimo (dove dare il massimo significa nemmeno rischiare di cedere un attimo prima del traguardo).
Uno che la corsa non è in solitaria, ma è gruppo, è squadra con cui essere altruista e leale.
Uno che gli obiettivi ci vogliono, sono importanti, perché correre con un obiettivo è una sfida con se stesso, è spingere il proprio fisico e la propria mente “quasi al limite delle sue possibilità”.
Puntiglioso, precisino, perfezionista, uno che se c’è da dire dice, se non è d’accordo discorda, se c’è da risentirsi è permaloso, uno che lo sai com’è, lo vedi, integro.
Razionale, che però si emoziona nel pre-gara e nelle maratone, specialmente New York.
New York. La Maratona.
Peccato per la sua città, Roma, che non ama la propria di maratona, infastidita com’è dal traffico bloccato, dagli atleti che passano e che sembrano concedersi il lusso di perdere tempo, invece il tempo se lo concedono a differenza di Roma, sempre preda dei suoi ritmi frenetici che la rendono vittima di se stessa.
New York è invece una città che si ferma e che guarda gli atleti passare, quasi inchinandosi. New York è la propria vita che fa parte di un film, è un film all’improvviso nella tua vita e tu ci passi in mezzo, correndo, su un asfalto più morbido, Reservoir, Greenwich, Chinatown, mentre il mondo è affascinato da tutti gli atleti e New York sembra guardare proprio Paolo.
Paolo che corre in qualunque parte del mondo, che conosce di mattino presto le città dove si trova per lavoro, le conosce davvero, le annusa, le attraversa mentre ancora un po’ dormono e un po’ si stanno svegliando.
Paolo che corre sempre, ma che ama di più l’autunno, si è riposati dopo le vacanze, la natura che si prepara al freddo è incantevole e accogliente, le foglie sotto le scarpe sono una stimolante e insieme rilassante colonna sonora, ma come non amare la primavera, in cui correre è risvegliarsi insieme alla natura, o l’estate che ti permette di correre in montagna e al mare, seppure il caldo a volte risulti fastidioso, e come non amare l’inverno, che sembra congelarti il naso, gli occhi e le mani, ma poi il tuo corpo correndo si scalda e lo senti ancora più vivo, e pure l’umore ha un’impennata se ti trovi d’un tratto, nel solito tratto, a correre con la neve, che bagna le scarpe e poi i piedi, ma che ha in serbo ricordi di sé, dell’infanzia.
A lui la parola, adesso, che io non vorrei rovinare questa prosa che a tratti sembra poesia:
“A me piace molto correre la domenica mattina sull’Appia Antica, specie in autunno e primavera, quando la temperatura è gradevole e i colori sono meravigliosi. Dopo qualche chilometro sei completamente immerso in una realtà differente, si allontanano i rumori, il grigio della città e viene fuori il silenzio, i colori della natura e i resti delle tombe romane. Allora correre, sentendo solo il rumore delle scarpe che accarezzano i sampietrini e assaporando un’aria finalmente respirabile, allontana lo stress, i pensieri e tutto il resto… ecco in questi momenti sembra di essere su una nuvola e guardare tutti i problemi dall’alto senza che realmente ti appartengano… almeno fin quando non si torna sulla terra… però tornando hai la sensazione di poterli affrontare con più energia e tranquillità”.

Ciò che completa

foto My therapy

foto My therapy

É inutile cercare chi ti completi: nessuno completa nessuno.
 Devi essere completo da solo per poter esser felice.
 (Erich Fromm)
Io però non sono d’accordo.
É pur vero che bisogna saper stare da soli, bastarsi per essere equilibrati, per relazionarsi con altre persone in modo significativo e produttivo; essere consapevoli di sé, di quello che si è e si vuole è fondamentale per pretendere dagli altri fiducia, rispetto, amore.
Mi viene in mente la foto su facebook di un grafico a torta coi motivi per cui una donna piange, un buon sessanta percento era etichettato con “??”. Mi capita qualche volta di piangere e sentirmi triste non si sa per quale motivo e mio marito che mi vorrebbe aiutare, non può.
Mio marito.
Lui è parte del mio completamento.
I miei 4 occhi chiari sono il tutto.
Sono completa, e quindi felice, grazie a loro tre.
Grazie alla mia famiglia, ai miei amici, al verde che ho intorno (e mi piacerebbe anche dire grazie al mio cane e al mio lavoro, che non ci sono più).
Sono completata dal mio contesto di vita, colori e acque, dai miei libri, dalla tastiera del mac e dal migliaio di penne e quaderni sparsi per casa, dalla musica, dai sogni impossibili, dai programmi fattibili.
Io sono tutto questo, impossibile pensare di potermi bastare e essere felice.
Mi so bastare e a volte mi manca una sacra solitudine in questo caos più o meno allegro, ma il mio bisogno di stare sola si soddisfa in breve, a un certo punto mi manca l’aria.