Co-sleeping

foto My Therapy

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Io sono d’accordo, mi piace svegliarmi e sentirmeli addosso, il loro respiro sul mio viso, un braccetto che mi trovo all’improvviso sotto la schiena e divento contorsionista per non spezzarglielo, un piede piantato tra un polmone e un rene, un calcio improvviso, una testata in velocità.
No, a parte gli scherzi, mi piace averli addosso, ma mi duole che nessuno abbia ancora brevettato un letto a quattro piazze, anche tre, via.
D’altra parte la mia regina adesso è in preda alle paure dei suoi quasi cinque anni, è terrorizzata al solo pensiero di stare sola e se dorme con noi è più tranquilla e se non dorme con noi tanto poi scende dal suo letto e viene nel nostro e quindi dorme con noi, anche quando non dorme con noi.
Poi quando avrà quindici anni lei non vorrà più dormire con noi e allora godiamocela adesso.
D’altra parte il mio principe-urlo si sveglia dalle diciassette alle diciotto volte a notte per quel suo carattere irascibile, lo fa arrabbiare qualunque cosa, un lenzuolo che tira, un piede incastrato, il ciuccio scomparso … Averlo vicino è comodo per evitare di fare dodici tredici chilometri a notte.
Poi quando avrà quindici anni … ah no, lui è maschio, lui forse non ce lo schioderemo facilmente,  o forse invece lui si accorgerà che nel suo letto avrà meno intoppi e si incavolerà di meno e allora non lo avremo più in mezzo come il prezzemolo.
A parte le comodità e la sensazione stupenda di essere “una famiglia unita”, di far circolare a più non posso amore notturno, a parte questo, dietro al co sleeping c’è una teoria secondo la quale i bimbi crescono più sicuri di sé.
C’è sempre il caro Bowlby, John Bowlby nell’ombra e mica tanto ombra.
C’è anche quella ricerca che studiai all’università che turbò l’animalista che è in me per la crudeltà della deprivazione materna, i cui effetti Harlow voleva verificare. Nei lontanissimi anni sessanta, il signor Harlow appunto prese dei cuccioli di scimmie macaco e tolse loro la mamma, li confinò in gabbie e diede loro due mamme fantoccio, una di freddo metallo fornita di biberon con latte, una di morbida pezza senza latte. ‘Sto genio che altro non era, vide che i cuccioli andavano dalla “mamma” di metallo solo per mangiare, il resto del tempo se ne stavano accovacciati nella “mamma” di pezza, che pure non li coccolava e non li accarezzava e non forniva loro conforto e sicurezza. I macachi crescevano male, diventarono persino aggressivi contro i propri figli, incapaci di prendersi cura, di adattarsi.
Mi appare ancor più crudele il senso di questa ricerca, oggi che ho due bambini.
Mi appare persino ovvio che il loro sonno sia frammentato e quindi poco ristoratore, quando dormono da soli, non servono mica fior fior di ricerche che lo dimostrano.
Mi sembra così ovvio che appena mi sdraio accanto a loro, loro si tranquillizzino come sotto effetto di droga.
Tutto ovvio, tutto scontato.
Mi giunge alla mente una domanda.
Dov’era finita la psicologa che è in me, quella che rimase inevitabilmente folgorata dalla teoria dell’attaccamento, quando ho letto e applicato il metodo Estivill?
Dunque devo rinunciare ad un letto condiviso solo da me e il mio compagno? E casomai per quanto tempo?
Quando sono confusa e leggo e mi informo e studio o ripasso teorie che affermano tutto e il contrario di tutto, da che parte mi devo schierare?
Davvero deve bastarmi l’istinto che mi chiede di dormire tutti insieme allegramente, oppure quel pizzico di ragione che mi resta che mi ricorda che è importante la privacy, l’indipendenza, l’autonomia conquistata anche affrontando da soli certe paure da soli (tanto più che soli non sono, li ho fatti apposta due figli, perché nessuno dei due debba sentirsi mai solo)?

Una base solida

foto My Therapy

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Il caro vecchio John Bowlby parlava di mamma come “base sicura” dalla quale il bambino può partire per esplorare il mondo con la sicurezza di poter tornare e di saper bene dove tornare.
Ecco, non ricordo bene però se il caro compagno di mille studi dava anche indicazioni su COME diventare “basi sicure”, quali sono gli argomenti su cui riflettere.

Una casa accogliente, dicevo in un altro post, pulita, sgombra, colorata, vissuta, non da giornale di design, per dire. Il cosiddetto “nido”.

Una relazione forte, stabile, sincera con il compagno di una vita che non a caso è anche il loro padre.

Il cibo, la cui ricerca per fortuna possiamo dare per scontata, ma la “condivisione” non è scontata per niente, non è scontato il mangiare serenamente a tavola “parlandoci addosso” nel senso più dolce e intimo dell’espressione.

L’accudimento, che è il contrario della trascuratezza della quale ho conosciuto vari gradi in certi bambini e per questo rifuggo anche il più basso, sia pure perdonabile. Anche perché quanto mi piace lavarli, tagliare le unghie togliendo da sotto i colori, asciugarle i capelli, vestirli semplici, comodi, ma ricercati!

L’attenzione costante e silenziosa che non si pericolino anche solo in giro per casa, lei non tanto che è più prudente, ma lui è un arrampichino di prima classe, si arrampicava in alto già quando ancora aveva paura a camminare da solo.

Esserci, poi, la presenza. La teoria della qualità più importante della quantità io la sostengo, ma certe mie esperienze lavorative e di vita in generale hanno fatto si che io passassi, e passo ancora, molto tempo coi miei figli, così è quasi più difficile, perché nei tempi lunghi bisogna farci rientrare un sacco di cose, la cura del “nido” appunto, la preparazione dei “cibi”, l’attenzione ai vestiti e così via, ho più volte rischiato, e rischio, di dedicarmi più alle cose che a loro due. Ma il rischio lo corro, anche il rischio di perdere la pazienza e arrabbiarmi, perché il tempo passato con loro è tempo sublime, è tempo di condivisione e coccole loro sanno sempre che io ci sono, fisicamente intanto. Poi magari un giorno riuscirò a convincerli che ci sono anche con l’anima e col cuore.
Condivisione e coccole, dicevo. Per quanto i miei figli mi assomiglino in quanto a selvaticità (nessuno dei tre è “appiccicoso” come papà), è un tempo di pace quello delle coccole, da richiedere sempre. Da condividere, sempre. Così come ci piace condividere il tempo dei concerti, del cinema, delle gite fuori porta, dei musei, della spesa alla coop, dello shopping sfrenato che forse loro due un po’ odiano. Io non sono più capace a fare le cose, nemmeno quasi a divertirmi senza di loro (fermo restando che senza dei momenti solo per me diventerei la peggiore delle madri).
Insomma, un sacco di belle cose per essere una “base sicura”.
Empatia, trasmettere emozioni e valori positivi, saper accogliere quelli negativi, accettazione.
Nella pratica è tutto un po’ più difficile che nella teoria.
Certo è che la mission della mia vita è non essere la peggiore delle madri, e questa è la mia base solida.