Manteniamoci giovani. Vita e vino di Emidio Pepe

“I Pepe ridono, sorridono sempre. Un po’ perché questo mondo non ammette le debolezze della disperazione, un po’ perché sono felici veramente”.

Questa è la forza di una famiglia di vignaioli nata e diventata grande grazie a lui, Emidio Pepe, uno che ha imparato da bambino a conoscere da vicino il duro lavoro dei campi, uno forgiato dalla terra come testardo, ma dalla terra modellato come uomo di fiducia.

Emidio Pepe è un uomo che incita e dà fiducia, uno che avrebbe preferito che figlie e nipoti non andassero all’università perché

ti arricchisci di ogni persona con cui parli.

Emidio Pepe è un uomo che ha viaggiato quando i viaggi non andavano di moda e non erano nemmeno facili, ma è diventato quello che è, grazie al coraggio che ha avuto di andare incontro ad altre realtà, senza intermediari.

Fare il giramondo forma l’uomo.

Emidio Pepe ha dato vita ad una azienda familiare dal sapore internazionale, dalle colline immutabili di Torano Nuovo, Abruzzo, piantate a Montepulciano e Trebbiano, i vini Pepe hanno un respiro ampio, vedute lungimiranti, lunghezza di passo a misura di sognatori testardi.

Il libro Manteniamoci giovani. Vita e vino di Emidio Pepe, curato da Sandro Sangiorgi, edito da Porthos, è una bellissima lettura di terra, di vino, di poesia e di vita, una biografia di un uomo, di una azienda, di una famiglia, di un modo di vedere il vino, le piante, il futuro.

E’ una lettura indispensabile per chi si avvicina in punta di piedi al mondo del vino, per chi ci è dentro fino al collo, per chi non ne sa niente ma vuole imparare.

E’ una storia che stimola la necessità di aver chiari i propri obiettivi, la necessità di lavoro di mani, sudore di fronte, testardaggine di anima perché gli obiettivi non siano solo sogni ma una realtà conquistata.

 

“Ma tu lo sapevi già di fare uno dei migliori rossi del mondo?”

“Si, sono partito proprio con questa idea”.

Giuliana

Non ora non qui

Non ora non qui è il primo libro che Erri De Luca ha pubblicato alla soglia dei quarant’anni (1989), dopo aver percorso innumerevoli strade di vita (operaio, muratore, volontario in Africa, autista …).

Non ora non qui è la storia (breve e intensa, come tutte le storie di Erri) di un uomo di sessant’anni che tiene in mano una vecchia fotografia che ritrae una donna intenta a guardare un bambino in un autobus in transito.

L’uomo riconosce nella donna sua madre che osserva lui stesso, bambino.

D’un tratto il bambino diventa l’uomo che guarda la foto, il quale inizia un dialogo sommesso e accorato con la donna, raccontandole emozioni e storie che hanno trasformato quel bambino nel sessantenne con la foto in mano.

Le emozioni vanno di pari passo alle vicende narrate, le parole usate per narrarle sono semplici, senza arzigogoli, profondissime e evocative.

Non ora non qui va letto per comprendere l’inestimabile valore della memoria, adatto per chi vuole una lettura breve ma coinvolgente, scorrevole ma mai superficiale.

Fa bene al cuore, Erri De Luca, perché evoca di continuo immagini e metafore che districano i pensieri e fanno sentire ancora più in contatto con le cose autentiche della vita:

la terra amata, il rispetto per l’altro, il perdono di se stessi e per il proprio passato, che va accettato pur con un po’ di nostalgia, il rispetto del silenzio, dei modi antichi, delicati e gentili, di toccare cose e persone.

 

Ho in corpo il peso di un ricordo

Splendido, come sempre, il mio amato Erri De Luca, senza tempo.

I lettori affezionati di My Therapy conoscono il mio debole (il mio forte!) per Erri, lo leggo piano, a sorsi, intervallandolo a altro, poi torno ai suoi libri, perché mi fa sentire a casa, in pieno contatto con la mia anima, non con la testa tra le nuvole, come mio solito, ma con i piedi ben piantati in una terra sempre amorevolmente descritta, con il cuore tra le persone sempre così empaticamente raccontate, con la testa tra le parole, sempre così precisamente vicine ai sentimenti.

Ho trovato alcune espressioni, quasi poetiche, che mi hanno in qualche modo riportato a me stessa, ve ne faccio partecipi.

Ero un bambino più assorto che quieto.

 

L’adolescenza era una delle stazioni della pazienza, aspettando di consistere in future completezze. Erano anni stretti e il mondo immenso.

 

Faceva ridere, non se ne risentiva. Per quale miracolo alcune creature non si addolorano delle risate versate sui loro sforzi, sui loro inciampi? Mancò a me sempre la sua grazia in questo.

 

Si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto, si cresce sentendo d’improvviso molta distanza da tutte le persone.

 

Oltre la calma ti spiaceva anche la mia distrazione: Mi facevo assorbire dalle assonanze. Molte cose finite sotto i miei sensi evocavano un altrove. Ero, lo sono ancora, spesso assente di un’assenza impenetrabile.

Non ora non qui ha avuto la capacità incredibile di raccontare cose di me stessa.

Se non è libroterapia questa, cos’è! 

Giuliana

5 dicembre

Avevo un cane speciale, sensibile e delicata nelle relazioni, tanto che feci alcuni studi sulle attività e terapie assistite con gli animali e subito dopo feci degli esperimenti, dei giochi più che altro, momenti di gioco e relax, pura emozione soprattutto con chi aveva le emozioni sepolte sotto una crosta di rughe, gli anziani di una residenza protetta in cui lavoravo come psicologa.

Gli studi mi portarono a conoscere una fisiatra, Chiara e uno zooantropologo, Nicola e di conseguenza conobbi anche l’Istituto di Formazione Zooantropologica (www.siua.it) fondata dall’etologo Roberto Marchesini, che grazie a Nicola potei conoscere in un congresso a Bellinzona.

La zooantropologia è “la disciplina che si occupa della relazione tra l’essere umano e le altre specie“, considerando valore la diversità specie specifica e l’approccio rispettoso per le diversità di ciascuna specie.

Poi il mio cane speciale se ne andò e ne arrivò un altro, grazie a Silvia.
Un pelosissimo e candido batuffolo che ha sovvertito tutte le mie convinzioni sui cani, ha scombinato casa, famiglia e relazioni e siccome io avevo fortissimamente voluto un compagno di vita per i miei bambini, ma il candido animale tutto sembrava tranne che aver voglia di bambini, ho deciso di affidarmi a mani esperte, a competenze approfondite che mi aiutassero a capire il piccolo cane pazzerello e a gestire meglio le relazioni.

Dopo diversi tentativi non molto fruttuosi ecco che trovo lei, Barbara Corrai, Educatore cinofilo Siua della mia città, Terni. Per me “Siua” era una garanzia, così senza esitare Barbara cominciò a far parte delle nostre relazioni umano-canine un pò scombinate.

barbara-corrai

 

Ebbene, il piccolo peloso Biagio cominciò ad essere decifrato, una vota capito è stato facile rispettare le sue necessità, la voglia di spazio, il bisogno di conferme, l’essere un pò restio alla manipolazione fisica e così via.

 

 

Tornando al nostro Avvento dei Libri, oggi ci lasciamo consigliare un libro proprio da Barbara Corrai.

Ricordi di animali, di Roberto Marchesini.

Un romanzo biografico del Fondatore della approccio cognitivo-zooantropologico in pedagogia cinofila. Bello avvincente e terapeutico perché ci racconta come il rapporto con gli animali possa aiutarci a vivere meglio, poi in contatto con noi stessi e quindi più felici!

Barbara

Oggi i miei bimbi hanno trovato nella casellina numero 5, oltre i cioccolatini, la parola SECONDO e due poesie di Lord Byron, quella che dedicò alla Cascata delle Marmore e quella che dedicò al suo cane.

Lord Byron, la Cascata e un Cane.

Cominciare la giornata con parole così belle e commoventi fa tornare a guardare il mondo dalla giusta angolazione.

PS: se volete seguire l’Avvento dei Libri sappiate che My Therapy is a Book è presente sui vari social, seguiteci e avrete tante belle idee per i regali di Natale.

A domani con il consiglio terapeutico di Roberta Isceri!

Giuliana

Le parole del vino

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Le parole del vino, Fabio Rizzari, Giunti, 2015

 

Amo le parole.

Amo Carver quando scrive:

Le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste.

Di recente, assai di recente, mi sono appassionata anche al mondo del vino, mio malgrado, malgrado il mio esser stata astemia per quasi tutta la vita.

Gran stupidi siamo stati ad esser rimasti astemi fino a adesso! scrisse Paolo Monelli in Il ghiottone errante, ve lo ricordate?.

Mi sono appassionata, mio malgrado, perché uno degli amici più cari che ho ha costruito, insieme a uno degli amici più cari che ha, un grandioso progetto, al quale ha aderito, tra gli altri anche l’uomo più prezioso che ho.

Insomma, per farla breve, io che di vino non ci ho mai capito niente, mi trovo a frequentare il terzo livello di un corso per diventare sommelier.

Il corso mi ha fatto cambiare idea su parecchie idee, luoghi comuni, pregiudizi.
Pensavo che i gesti dei degustatori fossero da snob.
Pensavo che fosse ridicolo quel cercare – e persino trovare – nei calici gli odori più disparati, più assurdi anche, dall’idrocarburo, al vento nelle passeggiate al porto, alla confettura di petali di rose armene, alla ferrite effusiva.

Finché, tra mille frustrazioni, un giorno dentro a un calice ci ho sentito anche io il vento del mare misto al sale dell’acqua e ai fumi delle barche del porto (per le rose armene, ci sto ancora lavorando ).

Nei miei assalti senza pudore alle librerie della mia città, ecco che trovo questo libro, Le parole del vino, che unisce nel titolo la mia passione per le parole e questa nascente amicizia col vino.

Inutile dire che non esito un momento e lo compro. Lo leggo, tra un Harry Potter e l’altro, divertendomi tantissimo per l’ironia dell’autore, Fabio Rizzari (anagramma del suo vero nome basco, Faro Izbaziri), giornalista, musicologo, scrittore.

  •  Un libro adatto a me, che sto studiando, che devo ripassare per l’esame, che cammino in punta di piedi in un mondo che non padroneggio del tutto (chissà se mai lo farò, se mai perderò questa ingenuità irrazionale e tutta emotiva con cui vivo, leggo, bevo!).
  • Un libro adatto anche a chi vuole saperne di più sul mondo del vino senza frequentare un impegnativo corso per sommelier, un libro che sfata luoghi comuni, che racconta storie e evoca immagini attraverso il racconto di certe particolari bevute, un libro che insegna a decantare, a abbinare, a conservare, a dare nomi.
  • Un libro adatto anche a chi ne sa parecchio più di me, perché suggerisce anche trucchi del mestiere senza la pomposità che a volte si associa al mestiere del sommelier.

Cosa c’è di terapeutico in “Le parole del vino” dunque?

C’è  l’invito importante di apprezzare i vini artigianali, di distinguerli da quelli costruiti solo ai fini di piacere subito, quelli che svampano in un lampo.
Ecco questi vini possono aumentare la qualità della vita (siamo qui a My Therapy per questo, no?).
Imparare a comprendere i vini legati al territorio, quelli che sono il risultato di certe uve e di certa interpretazione dell’uomo che le cura, vuol dire sapersi emozionare, saper gustare la vita attimo per attimo, sorso dopo sorso, non senza metterci un tot di razionalità e un po’ di strumenti di valutazione, quel tanto che basta per capire il vino.
Quel tanto che basta per capire la vita.

Ecco perché leggere “Le parole del vino” fa bene.
Perché, come scrive l’autore, sfidando la retorica,

Il vino è innanzitutto condivisione, allegria, spirito sollevato.

Perché, come disse Mario Soldati, citato dall’autore:

Un bicchiere d’acqua quando il corpo ha sete è come un bicchiere di vino quando ha sete l’anima. Un pasto senza vino mi fa pensare a un bambino incapace di ridere.

 

Giuliana 

 

La faccia delle nuvole

la faccia delle nuvole
Ogni volta che nasce un bambino tutti si mettono a cercare le somiglianze.

Anche la notte in cui ci fu un “travaglio di stelle” che “cadevano a coriandoli” tutti cercavano le somiglianze del figlio di Ioséf-Giuseppe e Miriam-Maria.

La rilettura della natività da parte di Erri De Luca descrive Ioséf come un giovane uomo innamorato della sua Miriam, talmente innamorato da difenderla dal mondo per la gravidanza di cui lui non era responsabile, talmente innamorato da non scagliare la pietra addosso alla donna che non è mai stata adultera, secondo il suo amore.

Ioséf non vuole sentir parlare di queste presunte somiglianze, anche perché la somiglianza non fa mica l’appartenenza, e dice: “Nostro figlio non ha la faccia delle nuvole che cambiano forma e profilo secondo il vento“.

Quel neonato, il più piccolo clandestino e rifugiato di sempre, da adulto si farà chiamare “figlio di Adam”, figlio di Dio, perché “si deve risalire a quella prima paternità per convincere alla fraternità”.
Il figlio di Adam non faceva miracoli per magia, “i miracoli avevano bisogno di essere innescati da una scintilla di fede“.
Non dipende dal cielo, ma dai sorrisi in terra“.

Non trovate che quest’ultima frase sia piena di speranza e aumenti la fiducia nel mondo e nell’umanità?

Comunque Ieshu, il figlio di Adam, continua ad essere uno con la faccia delle nuvole, viene scambiato per colui che fa i miracoli, un messia sapiente.

Invece lui voleva solo la fratellanza, lui credeva che “puro e impuro è solo quello che esce dalla bocca, le parole che usiamo, quelle fanno una persona pura e impura“.
Lui stava con gli abbattuti di vento, le sue parole, in piedi sull’altura, scaldano il cuore “senza armarlo di ira e rivolta“, lui era “una persona fuori tempo, come succede ai profeti, agli inventori, agli esploratori. Era un riassunto di quelli e di quanto di meglio produce la specie dell’Adam. Forzava la frontiera del possibile e del presente“.

La faccia delle nuvole è il nuovo miracolo di Erri, dove per miracolo si intende una lettura breve, intensa, commovente e poetica, capace di regalare benessere nell’anima.

 

La manomissione delle parole

La manomissione delle parole

La manomissione delle parole è un’operazione di rottura e ricostruzione: manomissione è alterazione, violazione, danneggiamento, ma è anche una parola che deriva dall’antico diritto romano e che si riferisce alla cerimonia con cui uno schiavo veniva liberato, quindi è sinonimo di liberazione, riscatto, emancipazione.
Dunque La manomissione delle parole è un’esigenza che l’autore, Gianrico Carofiglio, ha avuto e ha poi concettualizzato nello scrivere questo libro edito da Rizzoli, ed è una “esigenza di trovare dei modi per dare senso alle parole, per cercare di dare senso alle cose“, anche perché, come dice Zagrebelsky, “Il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza delle possibilità“.
Dunque la povertà nella comunicazione si riflette drammaticamente nella povertà dell’intelligenza, persino quella emotiva, ignorare alcune sfumature di parole è anche ignorare le sfumature emotive, ciò comporta un “doloroso soffocamento delle emozioni“.
Il numero delle parole conosciute non è tutto, conta ovviamente la qualità delle parole, di quelle che scegliamo di pronunciare, di quelle che ascoltiamo, di cui ci cibiamo, con cui nutriamo le giovani generazioni.
La parola d’altronde da forma all’esperienza, può “definire il mondo in termini nuovi e pertanto generare il progresso“. Va combattuto “l’impoverimento della lingua, la sciatteria dell’omologazione, la scomparsa delle parole“.
L’autore si diverte a giocare con alcune basilari parole, a ricostruirne il senso.
Bellezza, scelta, vergogna, giustizia (“curiosamente chi è incapace di provare vergogna non frequenta volentieri neppure la giustizia“), che non può fare a meno della parola ribellione.
Sulla ribellione si apre un capitolo bellissimo, che mi ricorda La parola contraria di Erri De Luca, ma anche un po’ Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pintola Estés.
Si parte dall’articolo 2 della Costituzione italiana che afferma “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli“.
Ripudiare, come scrisse Don Milani, “è un verbo che abbraccia presente e futuro. E’ un invito a buttare tutto all’aria, all’aria buona“.
I giovani non devono solo obbedire, ma sentirsi responsabili, sentirsi in grado di scrivere il proprio destino, liberi dalle schiavitù mentali, i giovani devono approcciarsi al mondo con la capacità di dire di no, “No alla brutalità della politica, no alla follia delle ingiustizie economiche, no all’invasione della burocrazia, no all’idea che si possano accettare come normali le guerre, la fame la schiavitù infantile. Il no può avere valore propositivo, costruttivo, creativo“.
I giovani soprattutto, ma gli uomini in generale, devono saper non essere indifferenti, Antonio Gramsci, nel suo Odio gli indifferenti,  insegna.
Bisogna saper scegliere, anche le parole.
Scegliere la ribellione non violenta, la ricerca della giustizia, la pratica etica della bellezza e dell’eleganza, la salvezza dalla vergogna, la capacità di disobbedire agli ordini ingiusti, l’anticonformismo, il non dare nulla per scontato, avere dei dubbi, sfuggire alle verità convenzionali.

Scegliere è un atto di coraggio e di allegria, è una modalità intelligente di “reinvenzione del mondo”, è un atto che comincia proprio con la scelta delle parole. Un esempio di bellezza e di scelta delle parole, che poi è scelta di vita, ce lo fornisce il poeta William Ernest Henley, con la sua poesia Invictus.

 

Certo non è facile recensire un “saggio”, ma questo, così pieno di belle parole, mi conquista, legittima la mia cura quotidiana di parole come semi, come terapia in grado di aumentare il benessere del singolo e dell’umanità.

Giuliana

Parole

parole

PAROLE

Sapete, la parola “Terapia” non ha soltanto un senso di cura dalla malattia. Essa può indicare persino “piacevolezza” nei trattamenti ausiliari di cura nei riguardi delle persone. Essa ha un senso di aiuto emotivo, stimolo passionale, spinta all’eliminazione dei disagi, strada verso il miglioramento personale.
Come è scritto anche qui, Ippocrate citava come strumenti terapeutici del medico il tocco, il rimedio e la parola.
Gli psicoterapeuti usano, tra tanti modelli, proprio questa tecnica, l’uso delle parole per ricostruire ansie, emozioni, situazioni in vista di un percorso che è indispensabile per cambiare gli atteggiamenti da negativi a utili e positivi.
Per esprimere un pezzetto di sé vanno cercate le parole giuste, quelle che si adattano bene a uno stato d’animo. Una volta trovate, ci si sente meglio perché aumenta la consapevolezza di sé, del qui ed ora. Cercare le nostre parole scrivendo può facilitare questa ricerca perché nell’atto di scrivere ci isoliamo dal mondo, subiamo meno distrazioni, siamo più in contatto con l’essenza.
My therapy è anche questo, dunque, inviti alla lettura e alla scrittura alla ricerca di parole per stare meglio.

Le belle parole

Le Belle Parole atto II

dal web

dal web


Sono partita da questo post Le Belle Parole.
Ci è voluto impegno e concentrazione per la mia ricerca di belle parole.
Sono circondata da suoni belli ma sottovalutati, da immagini evocate perfette ma date per scontate.
Il mio mondo è migliore perché, dopo un mese di ricerca, aiutata da puntuali collaboratori, ho acquisito consapevolezza di alcuni suoni belli intorno a me.
Il bello va fatto risuonare! I suoni riempiono le nostre anime come una terapia, così come l’immaginazione riempie le nostre menti e, insieme, servono a costruire il futuro.
Il cielo può essere anche solo pieno dei colori dell’arcobaleno e di un sole che fa ombra dietro a altissime conifere, ricordando sempre che dove c’è ombra c’è per forza sole, basta volgere lo sguardo!
Poi, se c’è pioggia, abbiamo questo dono reale della fantasia, efficace strumento per anticipare un futuro sereno, alla ricerca della luce e delle menti illuminate (quelle si che possono cambiare il mondo).
Ma cos’è che cerchiamo nel nostro mondo perché possiamo definirlo migliore?
Tranquillità, dolcezza, armonia, calma, tenerezza, serenità, amore, pace!
Poi ognuno come può persegue i propri obiettivi, con la preghiera e il digiuno, con il legame alle proprie radici, con la lentezza, con il silenzio, con la fede nell’immenso, con il camminare lungo mare, scivolando lentamente sulla battigia, ricercando la propria luminescenza, valorizzando le proprie attitudini, con la speranza mai perduta per il domani, se non altro per questa incredibile trasformazione della propria esistenza che ci ha fatto diventare mamma, genitori.
E allora il dovere di coltivare un ideale e trasmetterlo, farlo amare, insegnare a guardare e sognare, a sentirsi sempre a casa, ad avere coraggio anche di un abbraccio, a trasformare qualsiasi evento in un inizio, indipendentemente da cosa la massa intenda per normalità.
Ognuno persegue i propri obiettivi come può, con appetito verso le novità, aspettando la primavera o il Natale, con fanciulleschi suoni tipo sgrunt, plaf, sob, snif, slurp oppure pezzi di poesia pura, “isciacquio, calpestio, dolci romori…”, “l’essenziale è invisibile agli occhi”. “Chiccolino dove sei? Sotto terra, non lo sai? …
In fondo, non siamo mai soli in questa meravigliosa terra, c’è sempre qualcuno che ci fa sentire presenti a noi stessi, un’amica, vicina o lontana, perché la vicinanza non è solo fisica ma è anche di cuore, è anche telematica, ed io mi diverto un mondo a giocare con le vostre parole, a trovare le rime tra generoso e pescoso, a cercare verbi che suonano bene anche se l’azione non fa un bel rumore, scricchiolare, prurire, ad annotare parole dall’evocazione un po’ infelice ma dal sacrosanto significato, concordia, cassazione, lavoro.
Ad appuntare parole che potrebbero sembrare inutili ma che richiamano i mutamenti dell’anima, cangiante, evanescente, sfavillante.
A cercare parole che, con un piccolo segno d’interpunzione cambiano di significato ma restano di fondamentale importanza, leggero, leggerò.
A cercare parole che evocano bellezza, sanclem, istruzione, viaggio, mare blu, acqua.
Tutto come in una lucida fotografia, che resta bene impressa nell’opaca realtà.
Chissà se è possibile lucidare il mondo con le belle parole …

Le Belle Parole

dal web

dal web

My Therapy è stata ospitata con il post “Le Belle Parole” nel blog “Il piacere di scrivere” di Annarita Faggioni, la quale oltre che scrittrice e appassionata esperta di web, è blogger gentile e disponibile con le mie indecisioni di scrittura e dubbi della rete.
Fate un salto a leggere il post (e il resto: non vi deluderà) e poi tornate qui a giocare con me.

Il Piacere di Scrivere

Fatto?
Letto?
Bene.

Un mese di tempo.
Ogni giorno di questo mese una bella parola.
La sfida è che alla fine del mese tutte le belle parole abbiano influito positivamente negli eventi della mia vita.
Giocate?

Qui, in questo post, nei commenti sotto.

Belle Parole

Mi piace scrivere (s’era capito?).
Mi piace ospitare in My Therapy coloro ai quali piace scrivere.
Persino mi piace essere ospitata e, sebbene mi capiti di trascurare il mio povero, piccolo, fragile sito, scrivo anche sui siti altrui.
Ecco un esempio.

http://ilpiacerediscrivere.it/belle-parole-guest-giuliana-pitti/

Una bella palestra.
Una difficile esercitazione che mi lascia parzialmente soddisfatta, mi fa sentire sempre un po’ provinciale, com’è nel mio dna.
Ma, ragazzi miei, di idee quante ne volete e da questo post scritto nel blog di Annarita Faggioni ne sono sorte un centinaio circa.
Tenetevi pronti!