Scrivo per essere felice

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Scrivo perché non sono mai riuscito a essere felice,
scrivo per essere felice.
O. Pamuk

Che la scrittura autobiografica abbia un valore terapeutico non è scoperta dei nostri giorni. Infatti già Seneca e Marco Aurelio scrissero lettere e “ricordi” in funzione autoterapeutica.
Se si risale indietro nel tempo, filosofi e poeti, influenzati dall’epicureismo e dallo stoicismo, si resero conto del potere della scrittura delle proprie memorie, che dettavano ai loro scribi o ai liberti, ricavandone un senso di pace e di benessere.
Michel Foucault ricostruisce le “pratiche” della “cultura di sé” in Grecia e a Roma, e ricorda Seneca che fu tra i primi a parlare dei benefici derivati dallo scrivere lettere autobiografiche agli amici : “E’ proprio di una mente serena e tranquilla riandare ad ogni parte della propria vita…”.
Quella della scrittura autobiografica è un’arte che richiede tempo, ed è curativa se si rispettano alcune condizioni che ne favoriscano i “poteri analgesici” :

• provare piacere nel rivolgersi al proprio passato e ricordare
• comunicare ad altri i propri ricordi
• costruire trame che ricompongono fra loro i ricordi
• passare dalla rievocazione mnemonica alla scrittura
• prendere le distanze dall’io protagonista usando metodi e strumenti di ricerca.

Queste condizioni fanno sì che il ricordare acquisti un valore autoterapeutico.
Certamente questo non vale nei casi patologici, ma chi decida di dedicare tempo e ricerca al recupero delle proprie memorie scoprirà il senso di pienezza e di “autonutrimento” che deriva dal sentirsi artefice delle proprie storie.
E’ così che la memoria del passato, nel lasciarsi andare della narrazione, diventa sfogo interiore e liberazione.
Anna Giorgini

– Sull’onda di questo recupero di memorie continuiamo a giocare con la forza evocativa delle immagini, per scrivere i ricordi che riemergono, con le loro sensazioni e le loro emozioni.

Ricordi fissati attraverso la scrittura

dal web

dal web

E’ una curiosa creatura il passato…
Emily Dickinson

Avviarsi per un percorso autobiografico significa confrontarsi con le dimensioni del tempo e della memoria.
Il tempo è quello della successione, dove i fatti della nostra esperienza sono i marcatori di un “prima” e di un “dopo” che riescono a riaffiorare solo quando li raccontiamo, a noi stessi o ad altri.
I nostri dialoghi, interiori o rivolti a disponibili ascoltatori, fanno sì che quegli eventi, quegli episodi significativi della nostra vita, diventino storie e come tali si fissino in modo indelebile nella nostra memoria.
“Si conserva solo ciò che è stato drammatizzato dal linguaggio”
Il ricordo del tempo passato suscita uno stato d’animo unico nella sua specificità: sentimenti di malinconia, nostalgia, rimpianto riaccendono passioni apparentemente sopite.
C’è nel ricordare il tempo passato un’emozione che è, allo stesso tempo, fatica della memoria e soddisfazione nel rimettere ordine nei giorni perduti.
L’emozione del ricordo suscita desideri.
Il desiderio di rivisitare luoghi, incontrare persone, risperimentare sensazioni ed emozioni già vissute. Ma per questo ci vuole coraggio, il coraggio di sfidare le quasi sempre, inevitabili delusioni.
“…gli eventi non restano; a differenza dei concetti, che si ripetono, gli eventi non si ripresentano, e sarà per questo che essi costituiscono la radice della nostra sofferenza…”
Per assaporare il buono dei ricordi è bene che essi restino tali e che l’avventura autobiografica sappia accogliere con rassegnazione l’inevitabilità del trascorrere del tempo.
Il desiderio di ritornare sui passi perduti lascia, così, spazio alla consapevolezza che i ricordi sono la sola parte della nostra vita che non può mutare e che nessuno ci può sottrarre, essi ci appartengono in modo perenne.
Attraverso un progetto autobiografico essi, i ricordi, fissati attraverso la scrittura, proiettano nel nostro presente la risonanza del passato.
Anna Giorgini

Quando si comincia

dal web

dal web

 

Mi studio di ripercorrere la mia esistenza
per ravvisarvi un piano,
per individuare una vena di piombo o d’oro,
il fluire di un corso d’acqua sotterraneo…
M. Yourcenar, Memorie di Adriano

 

Quando si comincia ad inseguire un pensiero autobiografico ci si scopre a guardare alla propria esistenza come spettatori.
Nel ripensare a ciò che abbiamo vissuto è come se ricreassimo un altro da noi che vediamo agire: nelle gioie e nel dolore, nei successi e nelle sconfitte, mentre assistiamo allo spettacolo della nostra vita.
Si inizia quasi per caso a ripensare al proprio passato e poi non si finisce più di cercare, di scoprire, di desiderare di andare a fondo e comprendere.
Come pazienti artigiani si va alla ricerca di tracce e indizi per rimettere insieme quei tasselli d’esistenza, spesso rimossi per l’urgenza di dimenticare o perché non si è avuto il tempo di osservarsi vivere.
Il pensiero autobiografico può trasformarsi allora in un progetto narrativo.
Storia di vita, che avrebbe potuto seguire altri percorsi, che avrebbe potuto conoscere esiti diversi, ma che al momento è la nostra particolare storia individuale. La nostra storia, l’unica che abbiamo.
Ed è così che dal pensiero autobiografico, passiamo al lavoro autobiografico.
Un lavoro che non è più solo mentale ma che cerca la sua concretezza nella parola scritta.
Quella scrittura cui ci siamo rivolti nei diari della giovinezza, nelle emozioni delle segrete poesie, o nelle fantasticherie intorno a scenari di mondi possibili, quando ancora la vita era tutta da inventare.
Ora che i giochi sono stati giocati, la scrittura si alimenta di un materiale variegato che alla giovinezza era ancora negato, depositato nella memoria.
Ed è grazie al voler ricordare, che la scrittura autobiografica diventa prendersi cura di sé.
Di quel sé quasi sconosciuto che la memoria rimanda e che accettiamo di prendere in carico.

Anna Giorgini

Desiderare di raccontarsi

foto A. Giorgini

foto A. Giorgini

 

Se ricordo chi fui, diverso mi vedo,
e il passato è il presente della memoria
F. Pessoa

 

Desiderare di raccontarsi con la scrittura autobiografica segna una fase nel proprio percorso verso la maturità. Non importa l’età in cui questo desiderio si manifesta (può accadere a trent’anni o a settanta), quello che conta è cominciare a pensare che è giunto il momento di percepirsi con modalità nuove.
Nella scrittura autobiografica il narrante è, al tempo stesso, il protagonista del proprio racconto, entrare in questa forma di pensiero (il pensiero autobiografico) vuol dire gettare uno sguardo nuovo su quegli aspetti di sé e del proprio passato che, apparentemente, fissi e cristallizzati possono tornare a rivestirsi di ulteriori significati di senso.
E’ così che il pensiero autobiografico s’insinua come un’urgenza nelle pieghe della quotidianità, non come semplice desiderio intimistico ma come un esercizio introspettivo.
Il momento è quando chiedersi “chi sono?”, “chi sono stato?” vuol dire riportare a galla un insieme di ricordi, e porsi domande che non chiedono solo risposte della mente, ma la disponibilità a rimettere in gioco sensazioni, emozioni, sentimenti ritenuti, a volte, sopiti nell’oblio della memoria.

Anna Giorgini

Autobiografia, cos’è

foto A. Giorgini

 

“Tutto quello che vivi, lo vivi perché pensi possa un giorno arrivare il tempo per raccontarlo”
Roberto Saviano

 

 

 

E arriva un tempo nel corso della vita in cui si comincia a sentire il desiderio di
raccontarsi.
Avviene questo, quando di vita se n’è fatta già una certa scorta o quando fatti ed
eventi s’affastellano e diventano esorbitanti.
Il desiderio di raccontarsi non sempre coincide con la disponibilità di qualcuno
all’ascolto ed è così che la scrittura diventa lo strumento attraverso cui dare parole e
voce a quella parte di sé desiderosa di uscire fuori.
Da tempi remoti la scrittura ci consente di narrare di noi ciò che abbiamo vissuto in
prima persona.
Testimonianze di vita vissuta arrivano a noi dai graffiti incisi sulle pareti delle caverne
e trasformandosi, nel corso dei secoli, nelle più simboliche forme alfabetiche ci
narrano storie di vita quotidiana e comune.
Raccontare di sé e della propria vita attraverso la scrittura è fare autobiografia.

Anna Giorgini