Le nostre anime di notte

Le nostre anime di notte, Kent Haruf, NN Editore, è il libro giusto al momento giusto, quello che arriva e mi fa tornare la passione di leggere, che, dopo Le otto montagne e il mio lavoro con annessi e connessi, mi era parsa addirittura indebolita.

Invece arriva Le nostre anime di notte, una storia gentile e delicata, raccontata con una semplicità e una tenerezza che non avevo mai incontrato in un libro, una storia di speranza, di solitudini e vuoti da riempire, senza troppi aggettivi, così, essenziale, le parole precise che dicono esattamente quello che vogliono dire, le parole che accarezzano e sono una cura contro tutte le paure, la solitudine, appunto, la morte, la vecchiaia da guardare dritta in faccia.

E poi l’amore.

L’amore che non è mai troppo tardi, l’amore maturo che è un incontro di solitudini e poi diventa un sentiero da condividere su una strada poco battuta, l’amore che chisse ne frega quello che dice la gente, l’amore della lentezza e della quotidianità che non è mai banale, l’incontro di due anime di notte che superano così l’inesorabilità del tempo e che si innamorano.

La storia è bellissima e meraviglioso il modo in cui è stata raccontata, il che fa di Le nostre anime di notte uno dei libri più belli della mia vita.

Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare capiti a tanti, forse proprio a nessuno. È sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se, ripeto, questo non vale per noi due. Non in questo momento, non oggi.

 

Giuliana

Emma

Emma Woodhouse, bella, intelligente e ricca, con una casa confortevole e un buon carattere, sembrava riunire in sé alcune delle migliori benedizioni dell’esistenza, ed era al mondo da quasi ventun anni con pochissimo ad affliggerla o contrariarla.

Comincia così il romanzo Emma, di Jane Austen, pubblicato per la prima volta anonimo nel 1815 e, come ogni incipit ben fatto ci illumina sulle caratteristiche della protagonista, persino l’autrice disse: “Sto per descrivere un’eroina che non potrà piacere a nessuno, fuorché a me stessa”.

Emma è un personaggio che in linea di massima non piace, viziata, snob, piena di sé, pensa di aver facoltà di giocare con i sentimenti delle persone, ha deciso di non sposarsi mai, ma intende combinare i matrimoni che dice lei, tra chi dice lei.

Eppure alla fine del romanzo siamo disposti a perdonarla, un po’ perché quel che intende fare è solo a fin di bene e conseguenza delle sue inesauribili fantasticherie, un po’ perché diventa consapevole dei suoi limiti e cerca di rimediare, un po’ perché sappiamo che non è colpa sua, lei è sempre stata la prediletta di papà e non è stata mai messa in discussione, l’unico che l’ha sempre fatto sempre è colui che poi la salverà, colui che l’ha sempre amata, Mr Knightley, “spirito irremovibile, a cui non interessavano sorrisi e inchini“.

Non riesco a paragonare Emma a Orgoglio e Pregiudizio, ma Emma è comunque una bella storia d’amore che ci regala momenti e ambienti d’altri tempi, racconti che impreziosiscono la nostra vita.

Le trapassò la mente, con la rapidità di una freccia, l’idea che Mr. Knightley non poteva sposare altra donna che lei!

 

P.S. Come vi dicevo qui, sono andata in libreria, ma non ho trovato tutto quello che cercavo.
Ora sono divisa a metà tra le poesie (di Franco Arminio e di Chandra Livia Candiani) e le parole (Bradbury).
Ma sono sempre in cerca di un altro libro, che vi dirò.

Iscrivetevi alla newsletter se volete notizie di sempre nuovi consigli di libri-terapia, oppure seguite My Therapy sui social (sulla home in alto a destra trovate i pulsanti).

La resistenza del maschio

La-resistenza-del-maschio
Un secolo fa, durante il mio primo anno di università, c’era alla stazione Tiburtina di Roma una libreria grandiosa. Lì trovai un libro che mi aprì una nuova visione di me stessa, Io sono quello che scrivo. La scrittura come atto terapeutico (Calderini, 1998), di Elisabetta Bucciarelli.

Ho ritrovato poi l’autrice sui social e ho potuto ben apprezzare la semplicità e la profondità,  la sobrietà e la determinazione, perciò senza dubbi ho scelto di leggere La resistenza del maschio, NNEditore, 2015.

Ed eccolo, un altro libro che ti apre, delicatamente ma spietatamente, una nuova visione sulla quotidianità delle esperienze, sulle sfaccettature dell’amore, che non è mai facile incasellare nelle diverse categorie.

Amore puro, amore disinteressato, amore per se stessi, amore per l’altro, amore senza sesso, amore nonostante il sesso, amore egoistico, amore per il passato, amore per o senza futuro.

C’è un Uomo, brillante e di successo, che però resiste alle pressanti richieste della Moglie di avere un figlio. L’Uomo incarna lo stereotipo del Maschio che si rassicura dalle misure di qualsiasi cosa, l’Uomo vive intensamente i suoi appuntamenti, ma, dal punto di vista emotivo, molto superficialmente. Finché un’emozione forte gli si para davanti sotto forma di una donna piantata con la sua auto contro un albero. Le pagine raccontano tutte le resistenze del Maschio nell’arco di un po’ di tempo.

Nel frattempo, in un solo lungo pomeriggio, tre donne si trovano in sala d’attesa per una visita dal dottore. Scopriremo nel racconto le coincidenze e le vicissitudini travagliate di tre storie d’amore, di tre cuori palpitanti di un romanticismo quasi assente, ma intriso di realtà, di quotidianità.

E’ uno di quei libri che lo apri e non sai che aspettarti e fai bene, perché è sorprendente e ti lascia così, piena di pensieri nuovi, appena iniziati, destinati a essere completati con fatica, piena di interrogativi che chissà se avranno mai una risposta. E’ un libro che ti lascia un po’ come la vita, è un libro ricco di vita.

E’ un racconto ricco di musica, che stimola emozioni, sensazioni, riflessioni, domande, io dove mi colloco in questo gruppo di persone? Chi dei personaggi sento più vicino? Chi invece mi risulta insopportabile? Perché?

Proprio la risposta a queste domande aiuta la comprensione di se stessi e, si sa, conoscere aiuta a guarire, a stare meglio.

Un romanzo terapeutico dunque, che si legge in un lampo, non si riesce a staccarsi dalle pagine fino all’ultima resistenza del Maschio, che, volenti o nolenti, non riuscirete a dimenticare.

Ricordatevi di partecipare al “gioco” di My Therapy per #FuturoInfinito: un like di consapevolezza e una mail e potreste addirittura vincere dei libri.

Giuliana

Harry Potter e il Principe Mezzosangue

harry-potter-e-il-principe-mezzosangue

Innamorarsi di Harry Potter a 42 anni, fatto.

La lettura di Harry Potter e il Principe Mezzosangue è, fino oltre la metà del libro, sommessa, delicata, lenta, dettagliata, quasi per soddisfare il mio desiderio di dilatare la lettura nel tempo, di ritardare l’incontro col malvagio.

Poi si scatena.

Tutti gli eventi, meravigliosi e terribili, si snodano uno dopo l’altro e si finisce di leggere completamente in apnea, con le lacrime agli occhi, con la mano tesa quasi a impugnare una bacchetta magica, pronti a difendersi dalle maledizioni.

Non vi racconto la storia, non vi aggiungo altro che non abbia già scritto in Harry Potter Terapia, vi dirò soltanto che poi, finita la lettura del libro, ho visto il film, vi dirò che è bello, ma anche che siamo lontani anni luce dall’intensità e dalle emozioni del libro, che è magico, pieno d’amore e di dolore, di speranza e di terrore, fino alla giornata di sole delle ultime pagine che, nonostante tutto, regala una incrollabile fiducia nel bene.

Manca nel film l’incontro tra i due ministri, quello della magia e il primo ministro babbano, si incontrano due mondi diversi, eppure coinvolti nelle medesime dinamiche (la diversità è del tutto relativa, ce lo insegna l’intera saga).

Un altro elemento che sfugge un po’ nella visione, ma che è intenso nella lettura, è l’importanza dei ricordi, la memoria storica che costruisce il presente e che fa in modo che si possa affrontare il futuro con gli adeguati mezzi. Silente lo insegna a Harry, sono momenti privati e insieme universali, racconti lenti e intrecciati come trame di tessuti.

I film sono belli, ma i libri sono meravigliosi.

La mia vita si è arricchita da quando le parole della Rowling sono entrate nel mio immaginario e, nonostante manchi solo un libro alla conclusione, sono certa che questo 2017 porterà i segni della magia di Harry Potter.

Infine, Harry Potter e i Doni della Morte.

Giuliana

Tu hai un poter che Voldemort non ha mai posseduto, tu sei capace di amare.

Silente a Harry

 

Come sempre, vi linko il luogo di Amazon dove poter acquistare Harry Potter e il Principe Mezzosangue: 

3 dicembre

Il libro di oggi 3 dicembre ce lo consiglia Francesca De Santis, una giovane e bella ragazza che faceva servizio civile presso la Cascata delle Marmore,  bella sopratutto dentro, piena di parole e poesie come si è rivelata.

francesca

Parole e poesie che ovviamente mi sono fatta regalare, per regalare a mia volta ai lettori di My Therapy e ai miei bambini.

 

Il libro che ci consiglia è:

UNA BAMBINA di TOREY L. HAYDEN

Torey Hayden ha cambiato la mia vita ma soprattutto quello di migliaia di bambini. I suoi lettori sono milioni ed io mi inserisco come un topino tra di loro, nei pochi angoli stretti rimasti. Sono nata quando la Hayden aveva già smesso di insegnare (ma non di lavorare coi bambini, cosa che fa tutt’ora a 65 anni), di cambiare le cose con la sua pazienza, i suoi metodi innovativi ed il coraggio di pochi. Torey, chiamata per nome familiarmente dai bambini, è stata un’insegnante nelle classi (a volte in delle cliniche) di bambini con disturbi speciali: autistici, ritardi, affetti da disturbi ossessivi-compulsivi, schizofrenici, sessualmente precoci e in special modo muti elettivi. Infatti Torey, a vent’anni, sotto un pianoforte, aveva convinto a parlare una bambina che non riusciva a farlo per ragioni non organiche (mutismo elettivo). Quell’esperienza aveva cambiato la sua vita, si era specializzata in psicologia e, con tre lauree, aveva preso sulle spalle per anni ed anni, i migliori della sua vita, le “classi pattumiera” dell’America feroce degli anni ’70 e ’80. Dopo un po’ di tempo da quegli eventi, con un quaderno tra le mani, ha ridato vita a ciò che nelle sue classi era successo, ha spiegato al mondo che i bambini di cui si era occupata erano meravigliosi e pieni d’amore, disperazione e paure come tutti gli altri. Che una bassa considerazione del prossimo, seppur bambino, non valeva l’abbandono. Ha aiutato a dare un futuro a migliaia di bambini cui il destino sembrava averlo negato, ad alcuni migliorando la loro condizione e ad altri riuscendo, con il potere della tenacia, a guarirli. Servono i suoi libri per capire alcune realtà, per sentire come l’amore abbia un potere magistrale sugli eventi, come la compassione fine a se stessa non significhi un valido aiuto. “Una bambina” è stato il suo esordio, il momento in cui il quaderno è divenuto, in otto giorni, un manoscritto. Dopo appena 40 giorni un libro. E da lì moltissimi altri. E’ un’ode ai sopravvissuti, a coloro che senza voce vincono le battaglie con l’aiuto di chi, davvero, riesce a fare miracoli. Quando finisce la storia il cuore gorgoglia e la quarta di copertina dà ragione all’anima che rimane affascinata, colta di sprovvista, sopraffatta. Illuminata. “La maestra dei miracoli” gli occhi leggono chiudendo il libro. E di miracoli, il mondo di oggi, ne ha bisogno. Anche se avvenuti molti anni fa, in piccole aule, tra piccoli banchi, sopra seggioline su cui sedevano grandi esseri umani.

Francesca

Oltre ai cioccolatini, oggi i bimbi hanno trovato la parola

Secondo.

 

 

Infine, curiosando nelle capienti caselle del Calendario dell’Avvento, hanno trovato non una storia ma una poesia, scritta proprio da Francesca De Santis.

Leggere d’amore e di guerra di prima mattina ai miei figli è stata un’esperienza particolare, piena di sentimento, loro due son stati li a sentire, immobili, con lo sguardo intento, mi hanno premiato per aver osato leggere loro una poesia non facile, bellissima e intensa.

La magia delle parole.

NELL’ABBRACCIO DEL DOMANI

Le senti queste bombe?
Ma Dio ci vede?
Ti stringo silenzioso
mentre cerco di amarti
in mezzo al sangue.
Troppe stelle per questo cielo,
una per ogni morto della terra
che vola lassù.
Il dolore esplode
e tu rimani qui.
E ti ascolto.
E cerco i tuoi occhi anche nel buio.
Sono tutto ciò che ho, mi dici.
Lascia che io ti chiami,
lasciami il potere di salvarti.
Lo so, qui, insieme,
senza più forza per alzarci.
Le senti queste bombe?
Fidati, amore mio, fidati.
Domani saremo ancora qui.
Uniti e al sole.
Io in te per regalarti la felicità,
un sogno che valga
la nuvola dell’esplosione.
Oh, l’amore!
Senti come penetra le pareti del suono…
E stringimi ti prego, qui trema ogni cosa!
Dimmi che questa guerra
Fa di me ancora un uomo.
Mentre combatto per essere forte, per liberare da quest’inferno almeno te.
Baciami, toccami, lasciami credere.
Dobbiamo sperare.
Per chi? Per lei.
Perché? Mi chiedi.
Perché avrà i tuoi capelli nostra figlia.
E sorriderà per tutte le volte che il mondo ha impedito noi di farlo.
E le racconteremo di fuochi ed aeroplani.
Di divise logore e strade spente.
Di come noi, nell’eterna pioggia del cielo,
l’abbiamo voluta amandoci con coraggio.

di Francesca De Santis

A domani con il consiglio terapeutico di Elisabetta Bucciarelli!

Giuliana

L’ospite incallito

lospite-incallito

Leggere Erri De Luca mi fa sentire a casa.

Quindi ogni tanto mi dedico alle sue parole, dedico a me stessa le sue parole che mi fanno sempre bene, mi fanno sentire a casa.

Con la silloge L’ospite incallito Erri mi porta proprio a casa, parla delle gole del Nera, del suo infarto mentre arrampicava, della ripartenza del suo cuore al sesto piano dell’ospedale di Terni, la mia città, casa mia.
Dedica una poesia a Stefano Zavka, il giovane ternano alpinista, morto sul K2 dopo averne conquistato la vetta e gli dedica parole commoventi, la solitudine, il gelo, la mancanza di ali, che servirebbero “lì dove finiscono i passi“.
Dedica più di una poesia all’amore, scrive d’amore senza nominarlo, perché la grazia sta nel mancare il bersaglio, dedica più di una poesia alle parole, alla proposta di modificare il verbo “innamorare” con “innaturare“.

Poi Chisciotte, l’Internazionale, il Che che sapeva “fare un fuoco senza spargere fumo“, le montagne, il bosco, i genitori, l’amicizia.

Tutto e di più con la solita delicatezza a toccare l’anima, con la solita precisione di parole sacre che sezionano i sentimenti, con la solita umiltà tipica dei giganti, che ti porta in alto, che fa sentire un po’ grande anche te che leggi, che ti fa provare davvero, nel cuore e nella testa, quell’attrazione celeste di cui scrive.

Da un verso di Marina Z
Esiste in natura un’attrazione opposta alla terrestre,
Marina l’ha scoperta e l’ha detta celeste.
Per la leggenda Newton si accorse della gravità
colto di precisione da una mela
e non gli venne in capo la forza di bellezza
che aveva spinto il frutto sopra l’albero,
scatti di linfa, clorofilla, luce.
Ci voleva Marina a nominarla.
L’attrazione celeste sbalza le catene montuose, suscita le maree,
spinge l’albero in su, il fuoco a sollevarsi,
una corrente d’aria a risalire una parete al sole.
Sta nell’alpinista e nei disegni di Leonardo,
nelle preghiere, nelle serenate, nell’astronomo,
nel moribondo, nel lievito, nel mosto,
nella gola del lupo, nelle ossa del piede,
nell’eruzione, nel gas dei palloncini,
in un grido di pena, nel lancio di un cappello.
L’attrazione celeste è il colpo fuorilegge
che manda in su il vestito di Marilyn
e fa ridere lei e scorrere saliva
in bocca all’uomo che la sta guardando.

Grazie Erri, con tutto il mio cuore 

Giuliana

Jane Eyre

janeeyre
Jane Eyre è un romanzo scritto da Charlotte Brontë in forma autobiografica e uscito nel 1847.

E’ la storia di un’orfana dalla vita difficile, affatto benvoluta dalla zia che le fa da tutore, finita in un collegio per orfane povere, sola al mondo, ma dall’animo indipendente e dal cuore puro e onesto.
Un grande personaggio, insomma, che quanto a bellezza è forse da meno della cara Elizabeth di Orgoglio e Pregiudizio, ma non quanto a intelligenza e forza d’animo.

Jane Eyre è una grande storia d’amore, con colpi di scena e spaventi da sembrare a tratti un thriller, lunghe e dettagliate descrizioni che fanno letteralmente piombare il lettore nell’Inghilterra di metà Ottocento, grazie a un linguaggio delicato e antico che descrive modi e gesti d’altri tempi.
E’ un romanzo-capolavoro per chi ha bisogno d’amore e di evasione, rapisce letteralmente e regala un’emozione forte nel finale, perché ciò che conta per la libroterapia è regalare un pizzico di fiaba e di sogno da trasferire dal libro alla quotidianità.
Alti sono i costi e le fatiche per il raggiungimento del lieto fine, il quale è intenso e è segno comunque che vale la pena arrancare in questa vita in cerca di amore e indipendenza, guidati da onestà e purezza.

Giuliana

Del resto, cos’è un palmo? Il destino non è scritto lì. E’ in faccia: sulla fronte, intorno agli occhi, negli occhi stessi, nelle pieghe della bocca“.

Emozionatevi un po’ guardando la dichiarazione di Rochester a Jane!
Jane Eyre, la dichiarazione

 

 

Niente è come te

niente è come te

A volte faccio incursioni in un mercatino dell’usato della mia città e sto un po’ a guardare ciò che mi propone il reparto libreria.

Niente è come te, Sara Rattaro, Garzanti, 2014. Ecco cosa mi propone.

Non ho letto nulla di questa autrice né conosco il libro in questione, ma mi lascio vincere e tentare e compro.

Niente è come te, comprato e letto tutto in una notte.

Con gli occhi incollati alle pagine, il cuore pieno del dolore di una adolescente che perde madre e terra dopo che suo malgrado aveva perso il padre.

Con gli occhi assonnati e non raramente lucidi di fronte a questo uomo, il padre, che suo malgrado ha perso la figlia e al culmine del dolore la ritrova e la deve riconquistare, deve imparare a fare il padre di una figlia mai dimenticata, di una figlia ritornata.

Con gli occhi commossi, così come il cuore.

In Niente è come te viene trattato un tema difficile, quello delle sottrazioni internazionali dei minori, raccontato con uno stile limpido e elegante, che incolla alla storia, fa dimenticare il mondo di fuori, la notte, il giorno, poi ci restituisce alla quotidianità più ricchi, più felici, con la voglia di impegnarsi contro le ingiustizie, di ribellarsi ai luoghi comuni, di proteggere “il diritto inalienabile di essere figlio“.

E’ una storia d’amore.

Amore negato, amore ritrovato, l’amore immutato di un padre per sua figlia, l’amore doloroso e interrotto, l’amore di una donna per il suo uomo, l’amore reciproco, l’amore coraggioso, l’amore per la musica, l’amore da scoprire, l’amore che è dolore e qualche volta lieto fine.

L’amore che guida, anche se Nessuno fa solo cose giuste o sbagliate. Siamo luce e ombra insieme.

Bellissimo, insomma.
Leggetelo, commuovetevi, miglioratevi.

Giuliana

La vita che si ama. Storie di felicità

La vita che si ama. Storie di felicità

La vita che si ama. Storie di felicità è l’ultimo libro di Roberto Vecchioni (ricordate Il Libraio di Selinunte?), in cui il professore, cantante, scrittore si racconta in una autobiografia che ha più filosofia che storia, tesa com’è alla difficile descrizione della felicità.

Mentiva Epicuro. Non si è felici nell’imperturbabilità, ma nell’attraversamento di vento e tempesta” è il punto di vista di Roberto Vecchioni, che scrive questo libro così intimo, un inno alla felicità raccontato con una tenerezza disarmante, con una semplicità autentica, con grande passione e emozioni, elementi che hanno accompagnato l’intera vita del professore, cantante, scrittore.

Il consiglio più prezioso di questa lettura è il considerare il tempo non come qualcosa che fugge orizzontalmente accanto allo scorrere degli anni, ma come un tempo verticale, concentrato, tutto in un istante, nella bellezza di ogni singolo istante.

E poi il destino che non va considerato come duro, invincibile sprezzante, ma anzi come qualcosa che con coraggio si può vincere, cambiare, decidere, sempre in vista di quegli attimi di bellezza e di felicità.

La felicità è li, a portata di mano”.

Questo libro ci da la giusta spinta a cercarla dentro noi stessi, nel nostro modo di guardare alla vita, nel nostro approccio all’idea di tempo e destino.

“Il boato, il picco d’intensità, non è che uno sgraffio, e pare che bruci di sole, ma la felicità non è lì, sta nel silenzio che segue, nella lingua nota di quiete dove danzano punti di luce da afferrare e mettere insieme, a farne figure. E allora non basta che accada, dobbiamo anche farla accadere e saperla cogliere dove s’acquatta, nella tristezza come presagio di un altro orizzonte, e soprattutto nella gioia che non si appunta all’anima, ma scivola e scivola: e allora tirarla, fletterla come un elastico perché si allarghi, quella gioia, si estenda di qua e di là, perché non diventi, appena passata, solo un ricordo”.

Giuliana

La vita di San Francesco di Assisi

la vita di san francesco

La vita di San Francesco di Assisi, L. Orsini, Giunti, 1967

Io che leggo la vita di San Francesco pare cosa incredibile, eppure un senso c’è.

Ho scovato questo libro nella libreria della taverna di casa, appartiene ai miei genitori, niente affatto accaniti lettori, ma dei libri non hanno mai privato la casa.
Sarà per questo che dove c’è un libro mi sento a casa, io.

Comunque, grazie alla passione per la storia della mia terra, che condivido con altri tre giovani e illuminati coraggiosi, sto scrivendo la storia per burattini dell’incontro di Francesco con un uomo della mia terra, illuminato pure lui, forse più di tutti, tanto da essere persino oscurato.

Prima di essere il Santo famoso, Francesco era un giovane che sapeva guardare il mondo e le sue terre, “i toni verdargentei dei vigneti e degli olivi, e se ne commoveva nell’intimo“.

Aveva 25 anni quando celebrò le sue nozze con Madonna Povertà e il colloquio che ne riporta l’autore è un grande dono di poesia.

“Soli finalmente! – dice lo sposo – e sia lodato il Signore”.
“Soli – ripete la sposa – e sempre lodato Egli sia”.
“Il tuo sguardo è intriso di cielo”.
“La tua voce è un tintinno di squille”.
“Liete saranno le nostre giornate”.
“E laute saranno le nostre mense”.
“Morbidi nostri giacigli sulla nuda terra materna”.
“E azzurre le nostre coltri ricamate di luna”.
“Saremo i più ricchi del mondo perché saremo i più poveri”.
“Saremo i più allegri del mondo perché saremo i più liberi”.
“Piane saranno le vie perché i nostri piedi sanguineranno”.
“Dai ciottoli scabri i germogli”.
“Dagli spini le rose”.
“Dal fango le stelle”.
“Dalla terra il cielo”.
“Dalla morte la vita”.
“Lungo le vie del dolore”.
“Lungo le vie dell’amore”.

Ha tentato, Francesco, con tutto se stesso, di promuovere una rivoluzione pacifica “Per riformare la società intera”. Ha gettato semi, qualcuno è fiorito, qualcun altro no.

Anche questo libro sembra gettare un seme di pace e di amore, forse questo miracolo è insito nel concetto di libro, chissà.

Giuliana

Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto

sulla-sponda-del-fiume-Piedra-mi-sono-seduta-e-ho-pianto
Dopo Nocciolo d’oliva che parla di scritture sacre, incappo in Monte Cinque, di Paulo Coelho, che parla della storia del profeta Elia, quindi ancora Dio, parola di Dio, scritture sacre.
Non ce la posso fare continuare su questo filone per così dire religioso, così ho messo via Monte Cinque, forse momentaneamente.
Ho preso Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto, sempre Coelho, libro scovato insieme a Monte Cinque in un mercatino dell’usato.

Il libro comincia con un versetto dal Vangelo di Luca.
Eddai.
C’è ancora Dio in queste nuove pagine, Dio o comunque si voglia chiamarlo, Dio che ha anche un volto di donna che conosce l’amore.

La storia parla di Pilar, giovane donna alle prese con libri e esami di una vita che sembra già “apparecchiata”, come direbbe Erri De Luca, un lavoro dietro una scrivania, un uomo da cercare e poi sposare, dei figli.

Solo che a sparecchiare la tavola arriva dal passato il primo amore di Pilar, un Lui che non ha nome, che fa i miracoli, che è innamorato di Dio ma anche di Pilar, che si trova dunque a dover scegliere tra Dio e Pilar, anche se poi sappiamo che l’amore non esclude l’uno o l’altra, l’amore è insieme, è universale.

La storia è bella e si legge d’un fiato, solo che io mi trovo a disagio coi miti e i riti delle religioni.
E’ pur vero che nei libri di Coelho si trova una grande spiritualità in senso ampio, forte e senza i legacci di una religione.

Prestiamo dunque attenzione a ciò che ci dice il bambino che serbiamo nel cuore. Non vergogniamocene. Non lasciamo che abbia paura, perché quel bimbo è solo e non viene ascoltato quasi mai.
Consentiamogli di prendere le redini della nostra esistenza.
Se non perderemo il contatto con questo bimbo, non smarriremo il rapporto con la vita“.

E’ dunque importante svegliare la nostra anima dal torpore e cercare le cose per cui vale la pena di lottare, ricordando che “l’universo cospira sempre a favore dei sognatori“, come ci ha insegnato anche Manuale del guerriero della luce.

L’amore è la risposta a tutto, non solo l’amore tra uomo e donna, l’amore come espressione della vita per la vita, l’amore che salva e restituisce ai sogni, restituisce i sogni.

C’è sparso in tutto il libro, inoltre, il senso della potenza delle parole, soprattutto quelle scritte.
Il chiarimento di Pilar con se stessa, il tentativo di lasciar andare il suo dolore avviene grazie alla scrittura:

Scriva tutto ciò che sente. Lo tiri fuori dall’anima, lo metta sulla carta e poi lo butti via. Dice la leggenda che il fiume PIedra è talmente freddo che tutto ciò che vi cade si trasforma in pietra. Chissà che non sarebbe buttare nelle sue acque anche la sofferenza!“.

Il chiarimento tra Pilar e il suo amato avviene proprio al passaggio dei fogli scritti da Pilar, dalle sue mani alle mani di lui, anziché alle acque gelide del fiume.
Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto: le lacrime sono andate via col fiume, i sogni no.

Va a prendere le tue cose. I sogni richiedono fatica“.

Giuliana

L’amore ai tempi del colera

lamore-ai-tempi-del-colera-copertina
Gabriel Garcia Marquez è il mio scrittore preferito, di lui ho letto quasi tutto, una vita fa, ma non ho scritto mai niente qui a My Therapy, quasi con timore reverenziale.
Oggi mi cimento nella breve recensione di L’amore ai tempi del colera, uscito nel 1985, ma so che non potrei trovare parole adatte a esaltare la bellezza di questa storia d’amore.
C’è da dire che Gabriel Garcia Marquez è un autore che o si ama o si odia, io lo amo, senza esitazioni.

Questa è la storia di un amore incrollabile, paziente, un’attesa lunga 53 anni.
Florentino Ariza ha 22 anni quando si innamora di Fermina Daza, la più bella ragazza del caribe, bambina a dirla tutta, che però lo respinge e sposa il dottor Juvenal Urbino, solo per interesse.
Florentino non dimentica, ma si concede il lusso di diventare, per essere degno di lei, un imprenditore di successo, egli quasi scompare dietro la sua stessa ombra, dietro ad alcune sue manie, come quella di scrivere poesie d’amore e lunghe lettere, di appuntare su un taccuino tutte le donne che possiede (arriva a contarne 622).

Un giorno il dottore, per rincorrere il suo pappagallo fuggito, si arrampica su una scala, scivola e muore.
Florentino si ripresenta a Fermina, che “continuava a essere tanto selvatica come quando era giovane ma che aveva imparato a esserlo con dolcezza” e cominciano a frequentarsi di nuovo, finché le propone un viaggio in barca sul fiume.
Fuori, il mondo è vittima del colera.
Dentro, sulla barca, c’è l’amore, ai tempi del colera.
Il fiume ci appare con tutta la sua simbologia di acqua, di vita, di passaggio, di nascita, rinascita e infine morte.
Il finale struggente non può prescindere dalla scrittura poetica e affascinante, pare di vedere e sentire i colori e i profumi, il sole del caribe; la crudezza di certi passaggi ci ricorda che la vita non è una favola, ma che a volte finisce come una favola, premiando l’amore paziente, ardente e coraggioso, che resta intatto attraverso mezzo secolo (“53 anni, 9 mesi e 11 giorni notti comprese”), un amore che gli stessi sintomi del colera e che sconvolge le esistenze, per sempre.

“… mai avrebbe ammesso la realtà che Florentino Ariza, nel bene o nel male, era l’unica cosa che le fosse accaduta nella vita”.

“… lo spaventò il sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti”.

Leggetelo se volete sapere cos’è la pazienza e l’amore.

Giuliana

Il turno di notte lo fanno le stelle

il turno di notte lo fanno le stelle
Un uomo e una donna si incontrano nel reparto di terapia intensiva, lui deve subire un trapianto di cuore, lei deve sostituire la valvola mitralica. Si promettono che, se andrà tutto bene, si ritroveranno sulle Dolomiti per fare una scalata insieme, per consacrare sulla montagna i loro cuori nuovi.
Il turno di notte lo fanno le stelle è una sceneggiatura di un cortometraggio, che è allegato al libro, scritta dal mio amato Erri De Luca.
Il titolo evoca un verso di un poeta di Sarajevo, conosciuto da Erri durante l’assedio del ’99, Izet Sarajlic:
Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti.
Dice Erri: Lontano da li’, dall’ urgenza di fraternita’ nell’oppressione, il turno di notte torna a essere di competenza delle stelle.
Tornando alla trama, i due dai cuori rinnovati si incontrano sei mesi dopo usciti dall’ospedale, lei incerta e con l’anima convalescente, che vede cicatrici e bisturi ovunque, lui con un sorriso radioso, che si rivolge di continuo al cuore di una ragazza morta per incidente d’auto che ora batte nel suo petto.
Scalano, provano i cuori sulla parete verticale, in un panorama mozzafiato, chiudono un cerchio, girano pagina, ricominciano, aspettano le stelle, grazie a un dono.
L’amore è questo: donare.
Più doni, più ti tornerà indietro, moltiplicato per mille, tutto l’amore che doni.

Buon San Valentino.

Giuliana

Acquistate il libro su Amazon:

Favola d’amore

favolad'amore

Pictor è alla ricerca della felicità e, cominciando la sua “Favola d’amore“, arriva in paradiso.
Incontra un albero che è insieme uomo e donna, ma Pictor si lascia distrarre da altro.
Le meraviglie che scorgono i suoi occhi sono infinite, tutto è colorato, pieno di vita e in trasformazione.
Farfalle, uccelli, alberi, fiori.
Una pietra rossa che ha il potere di trasformare Pictor in qualunque cosa egli voglia.
Sceglie di essere un albero, pieno di pace, di forza e di dignità.
Passa il tempo e l’albero Pictor invecchia e scopre di essere solo e di non potersi trasformare più.
Ecco qual è la magia! Ecco dov’è la felicità!
La trasformazione!
L’adattarsi a nuovi desideri, a nuove richieste dell’universo, cambiare, modificarsi.
Una nuova consapevolezza scuote l’albero Pictor quando sotto alla sua chioma passa una fanciulla smarrita, in cerca di felicità anche lei.
La pietra rossa la farà trasformare.
Ma la trasformazione adesso è completa, l’albero della vita adesso è davvero rinchiuso tra i rami di Pictor e Pictoria.
Da una metà era diventato un tutto, da quell’istante poté continuare a trasformarsi, tanto quanto voleva“.

La terapia di questa “Favola d’amore” di Hermann Hesse, è nella brevità, poche intensissime pagine, commoventi e bene augurali.
Possiamo essere felici, in questa vita, se riusciamo ad essere il tutto che cerchiamo di essere e se ci concediamo i cambiamenti che meritiamo.

Giuliana

 

 

Storia della bambina perduta

storia della bambina perdutaDunque la storia di Elena Ferrante finisce con “Storia della bambina perduta” (tra l’altro, finalista al Premio Strega 2015).
Una storia appassionante, quattro libri per complessive milleseicentotrenta (!) pagine che personalmente non mi hanno dato scampo, mi hanno inchiodata ad esse finché non sono terminate.
La storia è travolgente e i personaggi sembrano vivere: credevo davvero che una volta tirati su gli occhi dalle pagine avrei trovato nella mia realtà Lila, Nino, le bambine di Elena, il rione di Napoli da cui volevo scappare anche io che leggevo.
Immedesimarmi in Elena è stato piuttosto semplice, lei mi somiglia, così bisognosa di certezze e conferme, e così identificata com’ero è stato fastidioso leggere della scelta di lasciare le bambine, l’ostinata permanenza a Napoli, la dipendenza insopportabile da Nino e da Lila.

Da leggere, comunque.
Soprattutto chi vuol fare i conti con le età della vita, chi vuol lasciare la propria terra ma ci è legato da morire e non sa come fare, chi si vuol liberare da legami non sani e vuole un esempio concreto di quel che ci si può aspettare se non lo fa.
Infine, per quella parte di noi che sogna le rivoluzioni, c’è un messaggio neanche troppo nascosto: più delle rivoluzioni, l’amore riordinerà il mondo.

Giuliana

L’amica geniale
Storia del nuovo cognome
Storia di chi fugge e di chi resta

Valentino. Il segreto del Santo innamorato

Mi sono cimentata in una lettura insolita per me, che miro sempre alla crescita personale, alle letture terapeutiche, alle storie magiche e terapeutiche.
Ho tra le mani un romanzo storico, “Valentino il segreto del Santo innamorato”, di Arnaldo Casali, edizioni Dalia.
A guidarmi in questa scelta due motivi principali:
il primo, é quasi il giorno di San Valentino e io ho bisogno di una lettura che mi parli d’amore senza dover passare per le banalità.
Il secondo, è che qui si sta parlando di “casa” mia, la mia città, di queste mie radici così profondamente innamorate di questa terra.
La storia comincia con un istinto improvviso, quello che prova il narratore nel prendere un libro preciso tra tanti, un istinto che conosco bene e mi ha salvato un sacco di volte e assecondo sempre.
La lettura è avvincente e questo continuo cambio di prospettiva temporale mi fa un po’ girare la testa, ma mi lega al romanzo e non posso fare a meno di andare avanti saltando in ordine sparso dall’anno 198, al 1590, al 1884, poi indietro al 201 poi al 1606, fino al 2011, e ritorno.
Poi c’è il fatto che certi autori mi fanno affezionare ai personaggi e questo Valentino, che per me finora è stato solo lo sconosciuto Patrono della mia città e degli innamorati, questo Vescovo martire morto decapitato, ora mi appare un uomo, uno che ha fatto una scelta di vita e per la sua missione ha sacrificato la vita stessa, Valentino era un bambino e fa niente se la papera Oranga in realtà non sia stata davvero sua amica, ma rifletto sul fatto che Valentino sia stato un bambino e un uomo innamorato (di una donna, dell’amore, di un ideale, non cambia).
Quanto di vero e quanta immaginazione c’è in questa narrazione ricca di storia?
In realtà non mi importa saperlo. D’altra parte, sapere quanta verità c’è, ad esempio, in “Una piccola libreria a Parigi”, non cambia il mio parere sul libro.
Come può essere un romanzo storico terapeutico?
Ecco questa è già una domanda più stimolante.
Conoscere la categoria a cui appartiene una storia che leggo è un’altra questione che non mi importa.
E’ una storia che parla d’amore, di un sacco di tipi d’amore.
L’amore che emerge dalle parole dell’autore per la sua (e mia!) terra, che emerge anche dalla lotta impari che un giovane decide di intraprendere contro Thyrus, per la salvezza della sua città.
L’amore di un uomo per una donna, di una donna per un uomo.
L’amore di un uomo per un ideale, un sogno, una verità, una rivelazione, qualunque essa sia, anche quella del giovane William, che ci insegna che le occasioni non tardano ad arrivare per un uomo che sa esattamente cosa vuole.
Ve lo devo dire, però, a tratti non è una lettura facile, occorre un po’ di impegno, occorre un po’ di cuore e di cognizione, come per tutte le cose profonde di questo mondo.
Ma a tratti c’è una poesia che mi lascia incantata: “Li osservava commosso, ma non per la tragica sorte che aveva reciso quei fiori così giovani e belli. Piangeva per quell’amore, quell’amore così fragile eppure così forte, così eterno. Capace di sfidare la terra e il cielo”, o quando d’un tratto mi trovo lì con loro, Valentino, Lorenzo e Cecilia a guardare le stelle: “Capelli tra l’erba. Pelle a pelle con il mondo. Libero di perdersi nel cielo”, o quando a Valentino chiedono di ripudiare la sua sposa perché pagana e lui risponde “no, mai, io l’amo” (in fondo l’amore non ha tempo né religione), o quando all’improvviso appare lo scintillio della Cascata, il suono di rami spezzati, Byron che canta, strapiombi, il bosco e poi il lago, alla ricerca di Eco.

Dappertutto, in “Valentino. Il segreto del Santo innamorato”, c’è questo amore generalizzato e mai scontato, perciò, se non l’aveste capito, ve lo consiglio!

Giuliana

Siddharta

{B53AA714-B921-429C-B8E9-1AC67CA04D93}Img400
Siddharta è il figlio del brahmino, bello, dal passo garbato e snello, studioso, stimato, amato da tutti, fortunato.
Eppure inquieto, con lo spirito assetato, scontento, non gli bastano i bramini, non bastano i samara, perfino Buddha non basta.
Siddharta vuole scendere dentro se stesso, non vuole dottrine, vuole trovare la verità solo attraverso se stesso.
Soffre e sperimenta, guarda il mondo con diffidenza, si trova da solo, cerca la sua patria in questo mondo, attraverso il suo corpo.
Fa esperienza anche dell’amore corporeo, del commercio, degli affari.
D’un tratto la rivelazione dell’Om gli fa capire la pochezza delle cose di mondo, quanto effimero sia il piacere dei sensi, gli agi della vita, la ricchezza dovuta al commercio, i cibi che gli fanno ingrassare il ventre.
Capisce qual è stata finora la sua malattia: il “non saper amare nulla e nessuno”.
Poi quando incontra l’amico di una vita gli rivela che “l’amore, o Govinda, mi sembra di tutte la cosa principale”.
Siddharta ci insegna a riappropriarci di noi stessi, a vedere il mondo attraverso i nostri occhi, a viverlo attraverso il nostro corpo, tutto come una unica entità, come un respiro solo, al suono dell’Om, della perfezione.
Ci insegna il valore dell’ascolto profondo, della meditazione, dell’attenzione al presente, per il raggiungimento della felicità e della pace interiore.
Nelle sue pagine tutto ci parla, perfino il fiume.
Un fiume che fa da spartiacque tra due vite di una stessa persona, un fiume che ride, che deride, che ascolta, parla e insegna.

Siddharta, 1922, è un romanzo di Hermann Hesse enormemente famoso, ma non è un libro facile.
Parla di noi stessi e della nostra natura profonda e divina e non lo capiamo se non siamo pronti a capirlo, a capire noi stessi.
Io non so se l’ho capito, a dirla tutta.
So che la prima volta che lo lessi, al liceo, una vita in trasformazione fa, non mi piacque nemmeno un po’.
Oggi, in questa nuova trasformazione di me stessa, lo trovo uno dei libri migliori che io abbia avuto tra le mani, uno di quei gioielli che faccio fatica a lasciare perché non ho trovato ancora un posto abbastanza speciale.
Siddharta è mio fratello, mio amico, mio compagno di irrequietezze e di ricerche.
Qualcosa ho trovato, viva il cielo: un altro spirito assetato.

Giuliana

Storia di un amore triste

delfini
Di solito preferisco le notizie positive, che illuminano, che incoraggiano.
Questa però merita di essere raccontata perché trasmette un grande amore: è una storia d’amore di delfini, la Storia di un amore triste.
Era il 2 settembre 2012.
Sulla riva di Avalon Beach, Sud della Florida, si spiaggiano un branco di 22 delfini.
I soccorsi sono immediati, ma riescono a salvarsi solo cinque esemplari.
Cos’è successo?
Gli studi dell’Istituto Oceanografico Italiano hanno spiegato questo fenomeno con l’intenzione da parte del branco di non abbandonare un loro compagno malato, prossimo alla morte.
E questo è amore.

Storie di corsa: correre è solo correre

foto Gio

foto Gio

VALTER E GIOVANNA: CORRERE E’ SOLO CORRERE (E UN CUCCIOLO D’UOMO)

LUI:
Una decina d’anni correndo, dopo nuoto, spinning, fitboxe, step.
Nessun motivo in particolare “Muovermi mi faceva sentire bene”.
Poi, per caso, una leggera corsetta ad alternare una fisioterapia.
Fino al momento in montagna, la corsa in solitaria, la natura, i posti legati all’infanzia, “Tutto il resto fuori”.
“Solo io contro me stesso, allenamenti e gare in solitaria, in perfetto equilibrio anima e corpo, leggero come una piuma, veloce come un razzo… I miei amici mi chiamano beep beep, il mio trainer mi fa notare che se poco poco avessi iniziato a correre da adolescente magari adesso sarei qualcuno! Il prossimo obiettivo 10K in 34 minuti, avere un obiettivo dà una ragione di correre e d’essere, avere qualcuno che ti incita all’obiettivo è il succo fresco del frutto della vita.
E un altro succo ho sperimentato, correndo.
Questo cucciolo d’uomo che stringo tra le braccia è il frutto di un amore grande sbocciato correndo.
Alla corsa, quindi, devo molto, alla fine quasi tutto!
La corsa è fine a se stessa.
O meglio, ti aiuta a stare bene ma si vive anche senza.
O meglio, quando fa parte del tuo equilibrio allora fa parte anche della tua vita.
O meglio, se della tua vita diventa il tuo primo pensiero allora la corsa ti ha portato fuori strada.
Ma si può stare in equilibrio anche senza la corsa.
In fondo correre è solo correre, quando corro mi sento in pace, il mio corpo è leggero, la mia mente è in relax, e quando non corre pensa in continuazione, si lambicca dietro a sentieri impervi, stressanti, anche inutili”.

LEI:
“Corro da quasi dieci anni e adesso prendo io in braccio questo cucciolo d’uomo.
Ho sempre fatto tanto sport, poi per caso, ho scelto una palestra, la stessa di lui, in cui ho conosciuto gente che mi ha avvicinato alla corsa in modo tecnico.
Prima correvo solo col corpo, poi ho cominciato con consapevolezza, con la mia mente.
Correre mi ha dato appartenenza alla nuova città, l’ennesima in cui andavo a vivere per lavoro.
Correre, per la me stessa di adesso, è solo correre…nel senso che è un modo per tenersi in allenamento, fare sport, dedicarsi a se stessi, scaricare un po’ di tensione e riflettere.
Diventa stile di vita se è la corsa a comandare, lei ti porta dipendenza e non puoi più fare senza.
La mia mente mentre corro si libera dalla routine, se non corre non stacca mai la spina.
Si, è la mente che corre, è la mente che vuole il piacere di una bella corsa, senza arrivare all’allenamento duro e lungo della maratona. Mezze maratone quante ne vuoi, il mio piacere arriva fin li.
La corsa è un piacere, dunque, e amore, come questo cucciolo d’uomo che tengo stretto a me.

Se lo ami lascialo libero

foto Edy Mostarda

foto Edy Mostarda

Se ami qualcuno lascialo libero. Se torna da te, sarà per sempre tuo, altrimenti non lo è mai stato” (Richard Bach)

C’è solo un problema.
Mio figlio non è mio.
Le sue maestre, ascoltando a volte la sorella, mi hanno fatto notare che sono solita dire “quello là” o “quella là” riferendomi ai “miei” figli.
All’inizio ho pensato, che modo brutto che ho di parlare di loro.
È un tentativo di distaccarmi da loro perché non ne voglio sapere niente? Perché me ne voglio lavare le mani e non mi ritengo responsabile di quello che dicono e fanno?
O semplicemente è il mio modo per convincermi, e non è facile, che loro sono due persone diverse da me, che io non sono la loro proprietaria, come non lo ero della mia compagna cane, loro non mi appartengono, il fatto che mi siano cresciuti nella pancia non fa si che debbano continuare a crescere nella mia vita, hanno le loro vite, hanno i loro sogni, desideri, caratteri, hanno il loro modo di camminare, di mangiare, di dormire.
Io devo accettare in toto “quello là” con le sue impunità, mica solo coi suoi sorrisi, con il suo modo di dormire a strattoni, mica solo col suo modo rilassante a vedere di mangiare.
Devo accettare “quella là” con le sue preferenze di giochi maschili, mica solo con la sua intelligenza logica e essenziale, devo amarla e aiutarla a essere sicura di sé, anche se è timida e più impacciata.
Insomma il compito di me, madre, è accompagnarli nella crescita circondandoli di amore senza riserve, accompagnarli nelle loro esperienze di vita non con un piglio da maestrina né con la libertà di esser loro amica, ma con complicità e riservatezza, certezza di una base solida a cui tornare quando loro vogliono.
Questo devo costruire per “quelli là”: una base solida, fatta di una casa accogliente, sincerità tra me e il loro padre, che non è solo padre ma mio marito, mio compagno di vita, mio amico, mio consigliere tecnologico.
Una base solida.
E ti pare facile.