Le otto montagne

Va bene che d’estate lavoro, va bene che, oltre il poco tempo per scrivere e per leggere, ho avuto, forse ancora un po’ ce l’ho, una sorta di blocco del lettore, però non ho giustificazioni per aver abbandonato My Therapy così, senza ritegno, per tutto questo tempo.

Ho letto Le otto montagne, di Paolo Cognetti, premio Strega 2017 apprezzato da critiche e controcritiche e mi sono fermata. Dopo Le otto montagne non ho trovato un libro all’altezza, che mi rapisse, che mi coinvolgesse, che mi distraesse dal periodo impegnativo che attraversavo.

Non so più neanche quanti ne ho iniziati di libri dopo Le otto montagne, ne ho finiti pochi, in ogni caso, io, proprio io, che andavo avanti a un libro ogni due o tre giorni.

Io amo i libri di montagna.

Non amo la fatica, ma amo la montagna e amo la fatica in montagna, perché mi pulisce, mi fa sentire viva all’altezza di qualsiasi obiettivo.

Le otto montagne, ovviamente, è un libro di montagna. E poi di amicizia. E poi del rapporto tra padre e figlio. E poi delle parole. Nessun amore romantico, solo la storia di Pietro e i suoi genitori e di Pietro e Bruno, semplice, lineare, senza tanti fronzoli, senza colpi di scena, piena di parole non dette, piena di emozioni agite, e un finale che ti lascia così (e sono ancora lì) in lacrime, con mille emozioni in mano e un sacco di parole che hai voglia se servono, anche se qualche volta non bastano.

Sinceramente, non credo si possa vivere senza leggere questo libro.

Giuliana

(e ho ricominciato a scrivere, era ora)

Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.

Il GGG

il gggSofia è una piccola orfanella che soffre di insonnia, sa bene che si rischia a stare svegli nell’Ora delle Ombre, ma tant’è.

Si affaccia alla finestra e vede un Gigante che soffia qualcosa nelle case (scopriremo poi che soffia sogni belli nelle camere dei bambini, con la sua portentosa tromba). Il Gigante si accorge di Sofia e è costretto a portarla via con sé, al paese dei Giganti, dove non è il solo Gigante, ce ne sono altri nove, ma tutti cattivi, mangiano bambini, lui invece no, lui è il GGG, il Grande Gigante Gentile, mangia solo gli schifosi cetrionzoli e diventa un grande amico della “zolfanella” Sofia, quasi un padre, un padre premuroso e divertente, tenero e maldestro, con quel suo linguaggio bizzarro e unico, un padre anche sognatore, che asseconda i sogni della bambina, soprattutto quel sogno grande, che sembra impossibile, di riuscire a catturare i nove terribili Giganti per impedirgli di fare strage di bambini.

La giustizia, la determinazione nella strada verso i sogni, il coraggio, la delicatezza di un racconto divertente e commovente, la gentilezza di uomini e giganti che fa sempre la differenza nel mondo, sempre.

Il GGG è una bellissima storia di Roald Dahl,  scritta nel 1982, che concentra in poche stupende pagine tutti i temi importanti per i racconti ai bambini, le paure, i sogni da realizzare, i sogni di notte, buoni e cattivi, i pregiudizi sulla diversità, sempre sbagliati, le difficoltà di linguaggio che diventano in certi casi una sperimentazione di parole nuove, inventate, bellissime, alcune delle quali le abbiamo adottate anche noi, nella nostra quotidianità familiare (I Petocchi! Smaccheramelloso!).

Dopo aver letto Il GGG coi i miei bambini abbiamo visto il film, uscito da poco, diretto da Steven Spielberg. L’accoppiata libro-poi-film risulta sempre vincente, fatelo anche voi, ve lo consiglio di cuore, il libro è ovviamente più bello, ma il film ha costruito un GGG davvero emozionante.

Un grazie speciale a Manuel e Mattia che hanno regalato Il GGG a Lucia per il suo nono compleanno, è stato un regalo per tutta la famiglia!

Giuliana

 

 

La natura esposta

la-natura-esposta

Ho letto piano La natura esposta, di Erri De Luca, senza fretta, per gustarmelo, ho centellinato le parole, sorseggiato le frasi e le emozioni.

L’ho trovato un po’ più difficile degli altri, frasi un po’ meno balsamo e un po’ più intrico di pensieri e di sentimenti, che ho trovato meno immediati, più da sviscerare e da ragionare.

La storia è questa, bellissima e insolita: un uomo solitario e non più giovanissimo, vive tra le “montagne sapute a memoria” e aiuta i profughi spaesati a oltrepassare il confine, prende soldi, ma quando poi lascia le persone, li restituisce.
Gli capita di accompagnare uno scrittore che fa conoscere i suoi gesti di bontà al mondo intero, ma soprattutto alla sua vallata di montanari rudi.
È costretto a lasciare la montagna, sverna in una città di mare, Napoli, qui, data la sua malleabilità lavorativa, trova un impiego grazie a un parroco sudamericano, gli commissiona di riportare all’originale un Cristo crocifisso dei primi del ‘900, che era stato scolpito nudo, come davvero venivano svolte le crocifissioni, ma poi gli era stato applicato un drappo per coprire la nudità, la natura.
Lo scultore solitario ha il compito di esporre la natura.

Inizia il corpo a corpo dello scultore con il Cristo morente, la sua mano, prima dello scalpello, a toccare le costole, le ferite, il dolore di un corpo che muore e che ha fisiologiche ma inaspettate reazioni, “Qui c’è un’opera che si rivela solo alla carezza“.
Nel mezzo della storia, una donna senza nome, che non lascia traccia se non il ricordo di una donna passata.

È una storia che non lascia indifferenti, non leggera e non di quelle storie che servono a dimenticare.
Intensa, dolorosa come un Cristo che muore, terrena come un corpo contratto, solitaria come le montagne, fatta di gente che ti resta appiccicata, come la gente di Napoli.

È una storia utile alla solitudine, al silenzio, all’empatia e persino all’amicizia (il libraio Raimondo lo conoscono bene i fan di Erri) e al naturale, indispensabile, amore per i libri.

Ho detto “grazie Erri”?
Si, un milione di volte.
Lo ridico, Grazie Erri <3

Giuliana

“...esistono libri che fanno provare un amore più intenso di quello conosciuto, un coraggio più scatenato di quello sperimentato. Deve essere l’effetto che fa l’arte: supera l’esperienza personale, fa raggiungere al corpo, ai nervi, al sangue, traguardi sconosciuti. Davanti a questo moribondo nudo si sono commosse le mie viscere. Mi sento un vuoto in petto, una confusione di tenerezza, uno spasmo di compassione. Ho messo la mano sui suoi piedi, per riscaldarli.

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L’amica geniale

amica_geniale

Mi sono fidata delle recensioni lette in giro e ho fatto bene, la storia de “L’amica geniale” è un avvincente racconto che non tralascia le sfumature emotive, anzi, le rende importanti quanto la storia stessa.
Li per lì pensavo fosse Lila l’amica geniale.
Lila, bambina intelligentissima e poi ragazza sfolgorante, una che racconta i fatti con parole tali da riempirli di energia, una perfezionista, determinata, cocciuta, il cui divertimento, almeno fino ad un certo punto della storia, è tutto nell’imparare, solo nell’imparare. Curiosa e intuitiva, letteralmente fuori dal coro.
Poi scopro che Lila si rivolge a Lenù, colei che racconta la storia, chiamandola l’amica geniale.
Resto col dubbio.
Lenuccia, Lenù, la nostra narratrice è una molto brava, una che ottiene risultati brillanti sempre, anche se sembra essa stessa riconoscere di stare all’ombra di Lila, la segue come fosse un faro, la insegue affascinata, stimolata, anche imbambolata.
Forse sono l’amica geniale l’una per l’altra.
Forse le differenze davvero in questo caso compensano, l’una si sente completata dall’altra.
Il contesto in cui si trovano a vivere le due ragazze aiuta solo Elenuccia, perché di carattere più mite, meno sfrontata, più quieta e equilibrata.
Lila si ferma e resta indietro e, pur se fuori dal coro, si mette a cantare la stessa canzone del coro.
Invece Elena ci insegna che sono i libri, lo studio, l’impegno anche sopra le proprie forze a portarci via dalla mediocrità, a farci volare.
I libri ci salvano.
Leggendo “Storia del nuovo cognome” ne saremo sempre più convinti.

Giuliana

Una foto

foto mytherapy

foto mytherapy

Ho trovato questa foto, usurata e sbiadita.
Sullo sfondo si legge “Biglietti”.
Della lotteria.
Era la festa dell’unità del 2003.
Dieci anni fa.
DIECI.
Io era scheletrica, si vedevano solo gli occhi infossati e il sorriso.
Ero seduta, come sempre, accanto al mio mentore, mio amico, mio mahatma di allora.
Oggi è Senatore.
Più in là il ragazzo di quel solito sorriso sincero, identico a quello che ho visto in Campidoglio, il giorno del suo matrimonio. Dieci anni dopo, lo stesso sorriso, un dono non da poco.
In basso, quello sempre abbronzato, sempre un sorriso appena accennato, di chi la sa lunga, ma non la dice a tutti.
Subito dietro il chirurgo che ha operato più volte mia madre, che mia madre venera, a cui ho chiesto come fosse andata l’operazione dandogli del Lei (non avevo questa foto a portata di mano).
Dietro, sorrisi di persone che incontro che nemmeno mi riconoscono, nonostante questa foto condivisa, e molto altro, condiviso.
Accanto a me, persone che non vedo più, forse, da allora, persone che incontro, persone che mi sono rimaste nel cuore, persone che stanno lottando contro le malattie, persone cui ho voluto un bene sincero, perché ho condiviso questa foto, appunto, con loro, e riunioni fino a tardi, e feste dell’unità, e risate e arrabbiature e amarezze, e tempo, un tempo molto prezioso del mio passato.
Non è facile per me recuperare i ricordi di un tempo e di uno spazio in cui avevo investito molto, ricavandone molte delusioni.
Resta solo questa foto.
E NO!
I sorrisi di alcuni di loro, per me.
La dolcezza e la delicatezza della madrina di mio figlio, per me.
La sincerità, la sobrietà e l’emozione malcelata del marito, per me.
Di politica non ce n’è più.
Di riunioni, nemmeno.
Di incontri qualcuno, nelle loro segrete stanze, lontane anni luce dai momenti autentici seduti al ristorante della festa.
Tutto finisce, prima o poi.
E NO!
Tutto no.
Un foto è una foto.
Conserva emozioni.