Resto qui

Resto qui, Marco Balzano, Einaudi, 2018

E’ un libro pieno di dolore, la guerra, tutti quelli che, in nome di un ideale, hanno rinunciato al cuore, ogni tipo di separazione immaginabile, l’identità perduta di un popolo, un paese sommerso da un lago artificiale, un campanile che emerge e che fa da testimonianza a un turismo affatto consapevole, del tutto superficiale.
Una storia che è anche intima e personale, senza lieto fine, un dolore che resta tra le parole, che a volte non servono, non bastano, non cambiano.

L’inizio ..

“In quelle valli di confine, la vita era scandita dai ritmi delle stagioni. Sembrava che quassù la storia non arrivasse. Era un’eco che si perdeva. La lingua era il tedesco, la religione quella cristiana, il lavoro quello nei campi e nelle stalle”.

E la fine ..

“La vicenda della distruzione del paese è riassunta sotto una pensilina di legno, nel parcheggio degli autobus delle agenzie di viaggio. Ci sono le fotografie della vecchia Curon, dei masi, dei contadini con le bestie, di padre Alfred che guida l’ultima processione… C’è anche un piccolo museo che apre di tanto in tanto per i pochi turisti curiosi. Di quello che eravamo non rimane altro”.

E in mezzo la voce triste di una donna coraggiosa, che ha perduto tutto fuorché se stessa.

Sono stata anche io a Resia, anche io ho le foto del campanile che spunta dal lago, anche io mi sono stupita di fronte a quel panorama inusuale, io, che pure faccio attenzione alle cose, alle parole, alle emozioni, come tutti ho fatto solo una foto, non mi sono fatta domande e ho lasciato tutto sommerso, cose, persone, emozioni.

Questo libro fa si che tutto emerga, neanche troppo lentamente, è una storia che arriva in faccia, come uno schiaffo.

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