Da pagina 28 a 50 fino alla frase
“…chissà come l’avrebbe sorpresa e tradita la realtà, come sempre”.

L’anziana è una suora impaurita che aspettava una persona per pranzo (c’è la tavola apparecchiata).
Restiamo incuriositi da questo pericolo che si respira nell’aria ma non conosciamo, stiamo ad aspettare impazienti che Assaf racconti alla suora, che fa a lui un vero e proprio interrogatorio, l’evento che l’ha fatto incontrare con la cagna e ci chiediamo anche noi se davvero il ragazzo, corpulento e infantile, sia una specie di Re Salomone, non quello citato nella Bibbia, ma il personaggio inventato da Konrad Lorenz, che possedeva un anello magico che lo rendeva capace di capire il linguaggio degli animali. Lorenz aveva trovato nella realtà degli strumenti per comunicare con gli animali, forse anche Assaf, inconsapevolmente, con la cagna di Tamar.

La piccola suora si rivolge a Assaf usando più volte l’espressione “Panagia mu” di cui non ho trovato il significato, sembra quasi un nomignolo affettuoso; quando poi finalmente lei sa il suo nome, nomina un certo “canto di Assaf”, riferito probabilmente ad alcuni salmi biblici, salmi di “Asaf” (da 53 a 83), considerati canti contro i nemici di Israele.
E a proposito di nomignoli, la suora ne tira fuori alcuni riferendosi a Dinka, la cagna, che la guarda con amore ad ogni nomignolo che dice.
Assaf prova un certo formicolio al pensiero di Dinka e Tamar.

Nel frattempo Tamar si rade a zero, dopo aver dato un bacio di addio ai suoi capelli, al “loro morbido calore, (del) loro peso quando li portava raccolti, della sensazione che la facessero apparire più grande, che accrescessero il suo essere, la sua presenza nel mondo”.
Mi viene in mente la canzone di Niccolò Fabi, la ricordate? E’ il canto di un amore profondo per i propri capelli, per una parte di sé, per se stessi.
Se la volete sentire … Capelli, Niccolò Fabi
Adesso che Tamar non ha più capelli “L’aria le volteggiava intorno in una strana danza, come se le si avvicinasse per controllare chi fosse per poi ritrarsi, riaccostandosi di nuovo nel tentativo di toccarla.”

Nel frattempo?
Le storie di Assaf e Tamar hanno tempi diversi che non coincidono: l’avventura della ragazza dura un mese, quella di Assaf un giorno soltanto.
Scopriamo che Tamar è un “animale da palcoscenico” e, tornando insieme a Assaf e alla suora che nel frattempo mangiano la pizza, che è minuta e chiacchierona mentre il ragazzo è un silenzioso “Og re di Basan”, uno dei giganti della Bibbia che aveva un letto di quattro metri per due.
Veniamo a conoscenza della strana storia di Teodora, unica superstite dell’isola greca di Liksos, in attesa dei pellegrini dal suo paese, chiusa nel suo convento insieme a letti e stoviglie e libri anch’essi in attesa, puntualmente spolverati da Tamar, quando c’era, che una volta a settimana “si da d’intorno” (un’espressione che non conoscevo, che sta per “darsi da fare, faticare”).
Mangiano la pizza.
Com’è possibile mangiare senza conversare? Ruminare come due mucche senza parlare di ciò che si ha in cuore? Che gusto ha la tua pizza, signor mio, senza conversazione?”, dice la suora a Assaf, ricordando come, con Tamar, parlavano di Dio, amore, filosofia, del bene, del male e del libero arbitrio, del cantante Yehuda Polliker.
Chi è costui?
Nato in Israele nel 1950, è il figlio di un sopravvissuto a Auschwitz. La sua musica è un insieme di rock e altri stili mediterranei.
Cliccate qui e sentite che bella questa canzone dal titolo impronunciabile e inscrivibile:
דברים שרציתי לומר – יהודה פוליקר בקיסריה.
Se è vero che “la musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia”, come diceva Beethoven, Tamar deve essere una ragazza sensibile e profonda.
Assaf, dal canto suo, non è un gran conversatore, ormai l’abbiamo capito, impacciato come dovesse “manovrare un carro armato in una stanza” (e io lo capisco nel profondo).

Precisamente 28 giorni prima di questo incontro, che sembra fuori dal tempo e dallo spazio, Tamar scendeva in strada, si chiudeva in un bagno della stazione, riponeva in uno zaino tutti gli oggetti e i ricordi che ci dicono chiaramente che fino a pochissimo tempo prima era una ragazza moderna e normale, CON LA SFRONTATEZZA DEI TIMIDI, poi arrivò “quel periodo” e dai suoi diari che rilegge “il piano, la grotta, la lista delle provviste, i rischi calcolati e gli imprevisti”.
E riflette: “Come avrebbe capito se stessa senza scrivere?”.
Che bella domanda per me attualissima!
Poi va all’ultimo pranzo con Leah.
Senza diario e senza Dinka si sentì abbattuta.
Non abbiamo capito molto, solo che nei suoi ultimi giorni a casa Tamar litigava spesso coi genitori, c’era stata una tragedia di fronte alla quale essi soccombevano e in seguito alla quale invece Tamar lotta e si getta nell’impresa.

Qualcuno con cui correre TRE

One Comment

  1. “Panagia” è un appellativo della Madonna, significa “tutta santa”. “Mu” viol dire “di me” in greco: quindi, “Madonna mia”.

    Maria Cristina Marani

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