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Omero, Iliade

Omero, Iliade.

Alessandro Baricco ha riscritto l’Iliade con la finalità di una rilettura pubblica, con un linguaggio comprensibile, diretto, sono i personaggi che parlano, ci si immedesima facilmente e leggere l’Iliade non è più quell’esercizio di traduzione fine a se stesso come ci sembrava alla scuola media, ma è una commovente avventura senza tempo, una storia di guerra e d’amore come non ce ne saranno più.

Ho letto poi il commento di Baricco singhiozzando.

Baricco dice che l’Iliade è un monumento alla guerra, in cui viene raccontata la bellezza della guerra, ciò che la rende purtroppo sempre attuale.
La guerra è bella perché da un senso alla vita apatica e piatta degli uomini,

“la guerra è per gli uomini la circostanza in cui l’intensità e la bellezza della vita si sprigionano in tutta la sua potenza e verità”.

Quindi il modo per eliminare la guerra è coltivare un’altra bellezza, cercare il senso in altre cose, come fanno gli artigiani nella quotidianità e – qui la commozione sale –

“incontrare se stessi nell’intensità dei luoghi”,

e io piango ma non è una novità, questo mi trafigge, fa centro, mi colpisce in pieno, perché so, sento, con certezza che la bellezza e la sacralità di certi luoghi  salvano sempre.

Dunque ho la necessità di tornare nel mio posto preferito e per fortuna ho un po’ di tempo e possibilità di andarci.
Dalla guerra di Troia al primo salto della Cascata, è un attimo.

Tra le tante cose belle di questo libro è l’avermi fatto scoprire che so ancora commuovermi per questioni più grandi che non siano le misere banalità del mondo del lavoro, insomma sono viva.

Resto con l’immagine struggente del cuore spezzato dal dolore dei cavalli di Achille, che hanno portato Patroclo in battaglia ma non lo riporteranno indietro. Cavalcando a fianco dell’uomo ne hanno imparato il dolore.
Resto con questo inconsolabile dolore.

Mi alzo e cammino per il mondo, più forte.
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