Montedidio

montedidio

 

Un ragazzo scrive le vicende della sua vita su un rotolo di carta regalatogli da un tipografo, un rotolo che “gira e già vedo scritte le cose passate, che subito si arrotolano”.

Piccoli paragrafi diventano poi la storia del suo divenire adulto, senza nemmeno passare per l‘adolescenza, perché ad alcuni questo capita, purtroppo, e questo è un insegnamento: l’adolescenza è un periodo della vita duro, difficile, ma va goduto appieno, quando se ne ha la possibilità.

Siamo a Napoli, quartiere Montedidio, un’epoca di ristrettezze che impedisce di guardare oltre, in alto.

Eppure qualcuno ci riesce, lo scarparo Rafaniello che fa le scarpe ai “puverielli” e che nasconde nella sua gobba un gran bel paio d’ali, che presto lo porteranno a casa, uno che “canta in una lingua straniera, quando spazzo il suo angolo mi fa un sorriso e si muovono le rughe e le lentiggini, pare il mare quando ci piove sopra”, lui si, sa guardare in alto.

E anche la sua amica Maria guarda oltre, riesce a scovare l’amore vero, quello che salva due ragazzi dalla desolazione e dalla solitudine, e ci riesce anche se già ha provato sulla sua pelle uno schifo spacciato per amore ma a cui lei sa ribellarsi, coraggiosa com’è.

L’amore che tra l’altro il nostro scrittore conosce già dalle parole di suo padre riferendosi alla moglie: “se lei se ne va io resto una maniglia senza porta”.

Noi leggiamo le parole che piano piano si arrotolano e ci pare di stare con lui, con questo piccolo uomo cresciuto troppo in fretta, mentre scrive alla luce del lampione di strada e ci pare di sentire anche a noi “il rumore della matita sopra la carta che fa il riassunto del chiasso del giorno”.

Sentiamo palpitare il “bumeran” sotto la sua giacca, sentiamo il legno caldo, lo sentiamo fremere, sentiamo i muscoli che diventano forti a forza di provare a lanciarlo e poi finalmente lo sentiamo libero, nel cielo, lanciato, sentiamo il suo volo e quello di Rafaniello che finalmente ha due ali nuove e si lancia verso casa e sentiamo il tonfo del padrone di casa che vola a terra con le sue bassezze, noi siamo in alto, noi stiamo volando, siamo adulti se non ci lasciamo irretire, se non rinunciamo a volare, se ci facciamo compagnia, se cantiamo perché come dice Rafaniello “i pensieri devono sfogare, devono trovare un buco per uscire” o se invece di cantare scriviamo per trovare il nostro buco.

Poche pagine ricche di una storia drammatica, intensa, come tutti i passaggi all’età adulta, ma raccontata con così tanta delicatezza che ci commuoviamo come Rafaniello che “teneva le lacrime dentro gli occhi tondi, ma non uscivano, si affacciavano e tornavano indietro”.

Una storia, Montedidio, così dolce che riesce a farci cambiare idea persino sul concetto di mancanza e assenza.

“Quando ti viene una nostalgia, non è mancanza, è presenza, è una visita, arrivano persone, paesi, da lontano e ti tengono un poco di compagnia”
“Allora don Rafaniè, le volte che mi viene il pensiero di una mancanza la devo chiamare presenza?”
“Giusto, così a ogni mancanza dai il benvenuto, le fai un’accoglienza”.
“Così quando sarete volato io non devo sentire la mancanza vostra?”
“No, quando ti viene da pensare a me io sono presente”.

Giuliana

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