Le parole del vino

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Le parole del vino, Fabio Rizzari, Giunti, 2015

 

Amo le parole.

Amo Carver quando scrive:

Le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste.

Di recente, assai di recente, mi sono appassionata anche al mondo del vino, mio malgrado, malgrado il mio esser stata astemia per quasi tutta la vita.

Gran stupidi siamo stati ad esser rimasti astemi fino a adesso! scrisse Paolo Monelli in Il ghiottone errante, ve lo ricordate?.

Mi sono appassionata, mio malgrado, perché uno degli amici più cari che ho ha costruito, insieme a uno degli amici più cari che ha, un grandioso progetto, al quale ha aderito, tra gli altri anche l’uomo più prezioso che ho.

Insomma, per farla breve, io che di vino non ci ho mai capito niente, mi trovo a frequentare il terzo livello di un corso per diventare sommelier.

Il corso mi ha fatto cambiare idea su parecchie idee, luoghi comuni, pregiudizi.
Pensavo che i gesti dei degustatori fossero da snob.
Pensavo che fosse ridicolo quel cercare – e persino trovare – nei calici gli odori più disparati, più assurdi anche, dall’idrocarburo, al vento nelle passeggiate al porto, alla confettura di petali di rose armene, alla ferrite effusiva.

Finché, tra mille frustrazioni, un giorno dentro a un calice ci ho sentito anche io il vento del mare misto al sale dell’acqua e ai fumi delle barche del porto (per le rose armene, ci sto ancora lavorando ).

Nei miei assalti senza pudore alle librerie della mia città, ecco che trovo questo libro, Le parole del vino, che unisce nel titolo la mia passione per le parole e questa nascente amicizia col vino.

Inutile dire che non esito un momento e lo compro. Lo leggo, tra un Harry Potter e l’altro, divertendomi tantissimo per l’ironia dell’autore, Fabio Rizzari (anagramma del suo vero nome basco, Faro Izbaziri), giornalista, musicologo, scrittore.

  •  Un libro adatto a me, che sto studiando, che devo ripassare per l’esame, che cammino in punta di piedi in un mondo che non padroneggio del tutto (chissà se mai lo farò, se mai perderò questa ingenuità irrazionale e tutta emotiva con cui vivo, leggo, bevo!).
  • Un libro adatto anche a chi vuole saperne di più sul mondo del vino senza frequentare un impegnativo corso per sommelier, un libro che sfata luoghi comuni, che racconta storie e evoca immagini attraverso il racconto di certe particolari bevute, un libro che insegna a decantare, a abbinare, a conservare, a dare nomi.
  • Un libro adatto anche a chi ne sa parecchio più di me, perché suggerisce anche trucchi del mestiere senza la pomposità che a volte si associa al mestiere del sommelier.

Cosa c’è di terapeutico in “Le parole del vino” dunque?

C’è  l’invito importante di apprezzare i vini artigianali, di distinguerli da quelli costruiti solo ai fini di piacere subito, quelli che svampano in un lampo.
Ecco questi vini possono aumentare la qualità della vita (siamo qui a My Therapy per questo, no?).
Imparare a comprendere i vini legati al territorio, quelli che sono il risultato di certe uve e di certa interpretazione dell’uomo che le cura, vuol dire sapersi emozionare, saper gustare la vita attimo per attimo, sorso dopo sorso, non senza metterci un tot di razionalità e un po’ di strumenti di valutazione, quel tanto che basta per capire il vino.
Quel tanto che basta per capire la vita.

Ecco perché leggere “Le parole del vino” fa bene.
Perché, come scrive l’autore, sfidando la retorica,

Il vino è innanzitutto condivisione, allegria, spirito sollevato.

Perché, come disse Mario Soldati, citato dall’autore:

Un bicchiere d’acqua quando il corpo ha sete è come un bicchiere di vino quando ha sete l’anima. Un pasto senza vino mi fa pensare a un bambino incapace di ridere.

 

Giuliana 

 

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