Le chiavi

chiavi
Arrivo da un epoca in cui le chiavi erano poco più di una maniglia surrogata, attaccate alla porta notte e giorno, anche l’estate quando la porta stava più aperta che chiusa. Ero bambino quando sono stato trapiantato in città, in un condominio al quarto piano con i vicini che parlavano un’altra lingua e in una casa che casa più non era, odorava di nuovo, non era affatto familiare. Strade e campi dove ero abituato e abitualmente trovavo compagnia, erano ora popolate di macchine, non più da persone compagni, amici. In questo mondo nuovo la prima cosa scomparsa era la chiave dalla porta. Ci proteggeva e ci ingabbiava. Senza chiave era tutto diverso la mia autonomia, la mia libertà, i vezzi miei finiti.

Deve essere qui che ho iniziato a dare valore alla protezione e significato alle chiavi.

Ricordo benissimo quando, con una cerimonia degna di corti Asburgiche mio padre (dopo non poche battaglie) ci consegnò il “mazzo di chiavi” assemblato con ogni terza chiave di tutte le serrature, ovvio che le tenevo io,  fratello maggiore e prepotente. Erano pesanti, luccicavano, sempre con me, come una legacciola attaccate al passante dei pantaloni, con un moschettone azzurro e bianco di plastica dura. Per incapacità più che pigrizia non racconto quello che sentivo, come mi sentivo quando i primi giorni le guardavo, le scambiavo reciprocamente di posizione togliendole e reinserendole dall’anello dove erano confinate a loro volta. Una su tutte spiccava: era a “spillo”, la chiave della serratura di sicurezza, quella supplementare che si chiudeva di notte o quando si usciva per ultimi dall’appartamento, oggi probabilmente estinta ma allora di gran moda, con questa chiave a forma di chiodo lunga più delle altre e dalla sezione a forma di croce, così affascinante, tentati prima di bucarci una gomma che di aprirci la porta.

La tragedia.

Un pomeriggio, torno a casa e non c’erano più, attaccato ai pantaloni restava solo mezzo moschettone, rotto! Dietro front. Per un tempo indefinito fuori dal tempo stesso ho perlustrato chilometri quadrati di ogni dove, siepi, parcheggi, campetto, ogni posto dove ero stato e dove non ero stato ma abitualmente andavo, non solo cercavo le chiavi, la libertà e cazzate simili, ma dovevo salvare le chiappe da sculacciate certe. Fallita la ricerca suonai il citofono e rientrai per cena, non dovetti nemmeno introdurre l’argomento, il citofono era stato eloquente spione. Sebbene imprecazioni irripetibili qui seguirono e presero il posto delle botte, il peggio doveva arrivare. In tre  giorni papà sostitui la serratura di sicurezza e qualche nottolino, restai senza chiavi a lungo, imparai che non avere le chiavi era poca cosa rispetto ad averle avute e non averle più. Che lezione da scolpire nella pietra, spesso ci si accorge del valore di quello che abbiamo quando lo si perde, figurarsi io che lo conscevo già! In un solo colpo avevo perso la mia libertà, la stima dei miei e quella di me stesso, fu dura elaborare il tutto.

Quello invece che ho presente molto bene,  è  il “mazzo di chiavi nuovo”  arrivato in seguito e che ancora oggi non esce mai dalle mie tasche, vive sempre con me, lo maneggio con familiarità, basta che lo scambio di tasca, per  rendermi  conto subito quante volte automaticamente, senza accorgermi, tasto la tasca per sincerarmi della loro preziosa presenza. Questo mazzo ormai veleggia verso i trenta anni d’età, capita che guardando la serratura di sicurezza mi scappi un sorriso riflettendo sulla fragilità del resto della porta e del suo telaio dal quale si intravedono spifferi di luce, vedo  le chiavi appese li che oscillano qualche secondo per poi quietarsi. Le guardo oggi e penso a com’erano luccicanti e a come il tempo le abbia cambiate, a quando le ho prestate e come l’usura le abbia cambiate, ma non ha loro tolto la cromatura, ha fatto affiorare la loro essenza, la lega viva, l’oro sotto l’argento.

Per paura e per difesa ho costruito un forte intorno a me, mura spesse di pietra dura, bene accorto a non lasciare ingressi né uscite, sono dovuto crescere e faticare molto prima di aprire una breccia, metterci una porta blindata nei cardini e nella serratura, a difendere non so cosa né da chi. La libertà forse, la cosa che più amo era quella che volevo difendere, e con quella stavo pagando il mio castello.
Oggi finalmente vivo in un prato, dormo nel bosco e del castello rimangono pochi sassi intorno ai cardini di quella porta, sopra ad uno di essi c’è il mazzo di chiavi, la libertà mia finalmente.  In un posto dove a tutti è possibile entrare e nessuno può portar via niente, tutti invitati al mio banchetto, nessuna parola d’ordine a sbarrare la porta.

Non occorre portare il vino, c’è già tutto, basta avere la voglia di sedersi e cercare la chiave giusta con la consapevolezza che tratterrò qualcosa per me.
Grazie a tutti quanti siano passati di qua.

Primitivo

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