dal web
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Vorrei dirvi esattamente quanti giorni fa, e un tempo l’avrei fatto anche con una precisione imbarazzante. Ora, ormai il tempo ha assunto una percezione impalpabile.
Nell’ulna dove posizioniamo i ricordi, dove li lasciamo sedimentare, è lì proprio che poggia ciò che siamo e lì che decolla ciò che saremo, in quest’ulna l’orologio interno prende la carica.
Ecco il motivo (mi dico io) per cui pescando i ricordi, alcuni sono nitidi, vividi, direi in 3D se fossi un ragazzo di oggi e ad analizzarli bene li scopri ormai decennali e, solo dopo un esame quasi geologico si risale all’era in cui si sono formati, altri invece puffh! Impolverati in pochi giorni.
Ma basta! Non è la relatività né la nostalgia il tema di oggi.
Oggi vorrei parlare d’amore, o forse solo Amore, quella cosa con la A grande che si regge su niente, cosi lo definivo un tempo, quando giovane e romantico mi credevo.
Dirò quindi semplicemente qualche giorno fa, un giorno di sera, una sera piuttosto comune e comunemente iniziata, tra un brindisi e l’altro, una zanzara e due risate, facile che la sera diventi notte e la festa finisca in pulizie veloci e saluti.
Sebbene la notte a venire la faccia facile, non sempre porta il sonno con sé, e se si sta bene allora la faccenda si complica, il cuore è forte, la voglia che non finisca vince sulla saggezza, la testa a terra e la croce ci guarda: il dado è tratto!
Si scende in cantina.
Qui il meno è fatto ora la scelta, la responsabilità, una bollicina defaticant o un dolce che ci accompagni? Se il caso ha fatto tanto, che faccia pure il resto, alla pesca si va, e se la dea bendata m’è sempre stata alla larga io ho pragmaticamente risolto bendando le bottiglie.
Tra quelle che ho incartato io e quelle portate e rimaste indietro in qualche serata dove evidentemente non era il loro momento, ne sfilo una e vado, la curiosità di un allodola e la sete di un maratoneta mi avrebbero dovuto mettere in guardia. La luce ormai è solo quella del vicino lampione e del tris tavolo-bottiglia-bicchiere si distinguono poco più che i contorni, ma ho pescato un rosso, speriamo bene…
Il primo calice, di certo l’ingordigia, la voglia il desiderio, tutto d’un fiato, alla goccia come si dice.
Buono.
Sembra mi sia andata bene, va giù che è un piacere.
Dopo inizia la sciarada, un giro e poi un altro ancora, più per abitudine che per carpire qualche segreto, la luce è quella che è, e va bene, a me cosi piace. Ancora non si esprime, tutto sulle sue come fosse timido, però ha già preso possesso della bocca, senza disturbare, come un amico che conosci da sempre, con lui non sai cosa sia l’imbarazzo.
Non era vecchio il mio amico, aveva ancora tutti i sintomi della gioventù, sebbene una gioventù intensamente vissuta. Quei profumi cosi netti, definiti, cannella, chiodi di garofano, sandalo, fava di cacao… eh si, l’amico ha fatto un viaggio per legni, s’è divertito.
Il livello nella bottiglia cala, aumenta invece la curiosità, questo vino mi sta prendendo sempre più per la confidenza e la piacevolezza che ora persino il profumo esprime, un mondo di frutta, tutta, immaginate un frutto di colore rosso, immaginatelo ben maturo, zuccherino, ecco quello lo trovate qui dentro. Però la mora, è la mora su tutte, facile da identificare dal fatto che d’un tratto non sono qui con le gambe distese sulla panca, ma teso sui rovi con le mani viola e la bocca piena, io non sono mai stato un tipo che assaggia appena.
Quante ne mangiavo, come riducevo le mani, alla fine diventava difficile distinguere il succo delle more da quello dei graffi, del sangue.
Sono già sotto la metà ed ancora non accenna a svilirsi, omologarsi anzi come un attore d’avanspettacolo si trasforma continuamente, sempre diverso, a volte irriconoscibile, il muschio, la terra umida, quella dello Scoglio Corvaro quando alle sei del mattino facevo le buche dove fissare alberi posticci per dare il benvenuto ai primi tordi di settembre. Associo subito il pensiero delle colazioni a base di pomodori e prosciutto, un dodicenne ero.
Ecco la fame che torna alla carica, sarà un riflesso condizionato o l’ora che si è fatta? Ormai nemmeno più definibile piccola!
Scuoto la bottiglia e ce n’è, ce n’è ancora un bel po’, ma bisogna prendere il via, è tempo ormai di sapere, sono ormai cotto, non so bene se la stanchezza o veramente mi ha conquistato, di certo un amore è nato, e ha fatto tutto da solo.
Me ne verso ancora un po’, un sorso poi afferro la bottiglia e, ancora una volta mi stupisce, ecco il suo segreto, ecco come mi ha fregato, il ferro, il sangue mi sta ancora parlando, mi racconta della sua terra ma io sono finito continuo a farlo girare in bocca, tutta la sua.
Più sorseggio più ne ho voglia, i sorsi quasi omeopatici, minimi e sempre più frequenti. È dipendenza ormai. Inizio a strappare il film d’allumino che riveste la bottiglia, bordolese la forma, semplice, liscia senza nessuna di quelle personalizzazioni a rilievo che (almeno a me) trasmettono più tracotanza che personalità.
Tre le ipotesi nella mia mente e nessuna probabilmente giunta, in fondo una piccola delusione me la dovrà pur dare questo vino.
Ma anche no.
Perché rovinare tutto?
La prossima volta, magari a breve, dopo un riassaggio. Preferisco restare innamorato dell’amore, piuttosto che deluso da un’amata. Prendo il bicchiere mi dirigo al vicino cassonetto, un ultimo sorso direttamente dalla bottiglia, poi via a letto.
Se è destino ci ritroveremo.

Primitivo

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