La manomissione delle parole

La manomissione delle parole

La manomissione delle parole è un’operazione di rottura e ricostruzione: manomissione è alterazione, violazione, danneggiamento, ma è anche una parola che deriva dall’antico diritto romano e che si riferisce alla cerimonia con cui uno schiavo veniva liberato, quindi è sinonimo di liberazione, riscatto, emancipazione.
Dunque La manomissione delle parole è un’esigenza che l’autore, Gianrico Carofiglio, ha avuto e ha poi concettualizzato nello scrivere questo libro edito da Rizzoli, ed è una “esigenza di trovare dei modi per dare senso alle parole, per cercare di dare senso alle cose“, anche perché, come dice Zagrebelsky, “Il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza delle possibilità“.
Dunque la povertà nella comunicazione si riflette drammaticamente nella povertà dell’intelligenza, persino quella emotiva, ignorare alcune sfumature di parole è anche ignorare le sfumature emotive, ciò comporta un “doloroso soffocamento delle emozioni“.
Il numero delle parole conosciute non è tutto, conta ovviamente la qualità delle parole, di quelle che scegliamo di pronunciare, di quelle che ascoltiamo, di cui ci cibiamo, con cui nutriamo le giovani generazioni.
La parola d’altronde da forma all’esperienza, può “definire il mondo in termini nuovi e pertanto generare il progresso“. Va combattuto “l’impoverimento della lingua, la sciatteria dell’omologazione, la scomparsa delle parole“.
L’autore si diverte a giocare con alcune basilari parole, a ricostruirne il senso.
Bellezza, scelta, vergogna, giustizia (“curiosamente chi è incapace di provare vergogna non frequenta volentieri neppure la giustizia“), che non può fare a meno della parola ribellione.
Sulla ribellione si apre un capitolo bellissimo, che mi ricorda La parola contraria di Erri De Luca, ma anche un po’ Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pintola Estés.
Si parte dall’articolo 2 della Costituzione italiana che afferma “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli“.
Ripudiare, come scrisse Don Milani, “è un verbo che abbraccia presente e futuro. E’ un invito a buttare tutto all’aria, all’aria buona“.
I giovani non devono solo obbedire, ma sentirsi responsabili, sentirsi in grado di scrivere il proprio destino, liberi dalle schiavitù mentali, i giovani devono approcciarsi al mondo con la capacità di dire di no, “No alla brutalità della politica, no alla follia delle ingiustizie economiche, no all’invasione della burocrazia, no all’idea che si possano accettare come normali le guerre, la fame la schiavitù infantile. Il no può avere valore propositivo, costruttivo, creativo“.
I giovani soprattutto, ma gli uomini in generale, devono saper non essere indifferenti, Antonio Gramsci, nel suo Odio gli indifferenti,  insegna.
Bisogna saper scegliere, anche le parole.
Scegliere la ribellione non violenta, la ricerca della giustizia, la pratica etica della bellezza e dell’eleganza, la salvezza dalla vergogna, la capacità di disobbedire agli ordini ingiusti, l’anticonformismo, il non dare nulla per scontato, avere dei dubbi, sfuggire alle verità convenzionali.

Scegliere è un atto di coraggio e di allegria, è una modalità intelligente di “reinvenzione del mondo”, è un atto che comincia proprio con la scelta delle parole. Un esempio di bellezza e di scelta delle parole, che poi è scelta di vita, ce lo fornisce il poeta William Ernest Henley, con la sua poesia Invictus.

 

Certo non è facile recensire un “saggio”, ma questo, così pieno di belle parole, mi conquista, legittima la mia cura quotidiana di parole come semi, come terapia in grado di aumentare il benessere del singolo e dell’umanità.

Giuliana

Un pensiero su “La manomissione delle parole

  1. Manomissione e uso delle parole per guarire, far nascere qualcosa di nuovo, lenire, addolcire, riappacificare e amare. Sì, ne sono convinta anch’io, profondamente.
    E’ buono iniziare ad usare parole che ci facciano fiorire l’animo, piuttosto che schiacciare in un angolo, come sembra che si faccia da troppo, troppo tempo.

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