Il giorno prima della felicità

il giorno prima della felicità
Ci si arrampica ovunque per attirare l’attenzione della bambina del terzo piano.
Si vanno a recuperare ovunque palloni della partita di calcio per far parte del gruppo dei più grandi.
Senza paura, perché la paura è timida, esce fuori quando si è soli.
A forza di recuperare palloni si scoprono nascondigli che sono stati la salvezza degli ebrei ai tempi tristi della seconda guerra mondiale.
Nel nascondiglio si scoprono i libri.
Fu così che il ragazzino senza famiglia prese “il  vizio di leggere”.
Il libro “Il giorno prima della felicità” di Erri De Luca è appena cominciato e già ne sono innamorata.
Non devo raccontarvi la storia, trovate il riassunto ovunque.
Devo convincervi che è pieno di poesia e che le parole giuste nelle frasi pettinate vi faranno stare bene.

Il cielo strafottente del settembre del ’43: una tovaglia ricamata ai bordi, fresca e pulita senza una briciola di polvere, una macchia. Turchino fisso: scendi un poco qua in terra cielo cie’, facciamo a cambio, portati là sopra la fetenzia e stendi a terra ‘sta tovaglia tua.”

Finché arriva quella domenica di settembre del ’43 dell’insurrezione di Napoli, quando il vento “non veniva dal mare ma da dentro la città: mò basta, mò basta”, e le persone sono capaci di unirsi e farsi popolo e di cacciare le forze armate tedesche, e liberarsi.

Don Gaetano, il portiere che si prende cura di questo ragazzino senza genitori, gli racconta le storie della guerra, così se diventerà presidente e starà per mettere la firma per fare la guerra, si ricorderà di queste storie narrate e dirà: non firmo.

Presidente io? Non so dire due parole in fila”.
Tu? Perché no? Tu stai a sentire. Questa è la prima qualità di chi deve parlare”.

La seconda qualità potrei dire che è la capacità di non abituarsi alle stelle, come fanno loro malgrado i pescatori che a forza di uscire in mare di notte, nemmeno si accorgono più del cielo.

Davvero poteva un uomo abituarsi a quello? Stare in mezzo alle stelle e neanche scrollarsele di dosso?. Grazie, grazie, grazie dicevano gli occhi per essere li”.

Raccontare è terapeutico, quei racconti di Don Gaetano diventavano ricordi del ragazzo.

Riconoscevo da dove venivo, non ero figlio di un palazzo, ma di una città. Non ero orfano di genitori, ma la persona di un popolo”.

Leggere “Il giorno prima della felicità” è terapeutico, ci scappano anche delle risate: quando la Capa parla delle “cacatombe” che ha visto a Roma, quando la Signora Sanfelice non trova il suo canestro.

Leggetelo e dite se davvero fa effetto!

Giuliana

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