Il viaggio è terapia

foto My Therapy

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La diversità arricchisce.
Viaggiare è il mezzo privilegiato per avere contatti con la diversità.
Quindi viaggiare arricchisce l’anima e la mente (e impoverisce le tasche, ma questo lo vedremo in un altro post, adesso sogniamo un po’).
Viaggiare ci aiuta a definire i limiti del nostro incommensurabile Ego, che non è affatto infinito, ma percorrendo distanze e spazi, attraverso culture e tradizioni, lo aiutiamo a definirsi piccolo piccolo, ma unico.
La prima volta che mi sono sentita un niente è stato da adolescente a Parigi, era tutto così grande in confronto al mio piccolo paese e alla mia piccola città dalle quali non mi ero mai allontanata! Una lezione di umiltà. Eppure ho gettato le basi per la costruzione della mia personalità di adulta. Guardare, conoscere, scoprire, riflettere, definirsi per differenza.
Viaggiare aiuta a conoscersi, quindi.
Ed è terapeutico.
Lo sa bene Federica Brunini, che ha scritto “Travel Therapy. Come scegliere il viaggio giusto al momento giusto” (Morellini Editore). È pronto da leggere sul tablet di mio marito, vi saprò dire.
È terapeutico, però ci si deve “aprire” al nuovo, è importante che ci si arrischi su strade nuove slegando i legacci delle proprie abitudini, sperimentando il nuovo e cominciando dal cibo (ricordo quasi con orrore le Chicken Swings svedesi, ma è un ricordo integrante di quel viaggio a Stoccolma, il cibo non buono e un tramonto mozzafiato).
Il viaggio è un cambiamento non solo di geografia, ma proprio di prospettiva, del modo di guardare il mondo e se stessi.
Il viaggio è mettere in pausa i problemi di tutti i giorni, per chi può permetterselo, è un interrompere certi ritmi un po’ viziosi, è come una seduta di psicoterapia, in cui si parte dal presente invischiato, si pensa, e magari si annota, cosa portare con sé, si preparano le valigie, si attraversano dei sentieri difficili, dolorosi, pieni di incroci e di paure e di pensieri che uno vorrebbe eliminare ma che ritornano, e poi, magari, si raggiunge la meta, la consapevolezza di sé, l’accettazione di cosa si è, l’amore per se stessi.
Mi torna anche in mente come mi sento dopo la meditazione alla fine della seduta di yoga: tutto il resto è il mondo, io sono questa qui.
Devo accontentarmi dello yoga, dal momento che non posso viaggiare come vorrei.
Di accontentarmi di sentire storie di chi ha viaggiato?
Di viaggiare con la mente?
Di leggere libri di viaggio?
Potrei forse così trovare non tanto nuove terre, ma nuovi occhi, come raccomandava Proust?
Forse.
Potrei iniziare un metaforico viaggio alla ricerca delle risposte a queste domande.
In partenza.
Buon viaggio a me e a chi vorrà farmi compagnia.

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