Il vecchio che leggeva romanzi d’amore

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Negli ultimi tempi tra le mie mani capitano solo libri BELLISSIMI.
“Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” di Luis Sepùlveda (1989) ne è un altro esempio.
Breve, crudo, con quel dentista delle prime pagine che strappa, da svegli, denti malati ai margini della foresta Amazzonica, e lui, Antonio José Bolívar Proaño, il vecchio che prima non diventa genitore, poi resta vedovo, quindi decide di rimanere con gli Shuar, gli indios dell’Amazzonia, resta con loro ma non è uno di loro, infine scopre di saper leggere e di amare i romanzi d’amore, in una terra dove l’amore sembra essere sepolto nel fitto della foresta, dove i gringos arrivano, deturpano, uccidono i cuccioli di un tigrillo e se ne vanno, lasciando una madre impazzita e pericolosa, in una foresta che non fa sconti, se non la si conosce profondamente.
E per conoscerla non basta un giro turistico, serve viverla, come Antonio.

Leggetelo, giusto per riscoprire la vera essenza dell’uomo, fatta di contatto con la natura, di rispetto per le specie viventi, di amore per i libri.
Tutto ciò che ci gira intorno è falso, questo correre, questo cercare non si sa cosa, questa insoddisfazione amara che non ci lascia mai.
Di vero c’è solo la foresta, l’uomo nella natura, l’amore e la disperazione di una madre tigrillos per i suoi figli e per il suo maschio, e un libro d’amore.

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