Mi alzo dal letto auspicando vanamente la leggerezza e la relatività dei punti di vista. Mi reco al lavoro canticchiando il matto coerentemente con l’auspicio dell’alba.
Io lavoro coi matti ma matte sono minimo le mie domande ricorrenti.
Sono normale io che mi occupo dei corpi di donne e uomini senza nemmeno chiederne il nome?
Sono io sano di mente che vesto e forzo arti nei vestiti senza nemmeno ascoltarne le voci? O cercare di capirne i pensieri?
Sono giusto io che giudico l’assenza di una capacità di intendere e volere e somministro pastiglie e menzogne e ricatti?

Arrivo di mattino presto nelle loro celle vissute da case, leggo scritte grandi sui loro muri, la depressione e la rabbia, dubito che le scritte siano reali mentre con certezza conosco il dolore che è scritto nelle menti confuse.
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Vedo ombre e sento le voci dei fantasmi, sfuggo spiragli di sole e rifuggo la luce negli specchi.
Il mio lavoro è lavare quest’uomo senza capirlo.
Senza capire le sue paure e il mio lavoro.

Sogno un limpido silenzio per queste voci senza realtà, sogno una terra promessa per questi vagabondi del mondo, corpi senza Paese, sogno una sola verità per queste menti trafitte dalla fantasia.

 

 

 

 

Spingo sedie su ruote ormai rimaste vuote, slaccio cinture e libero da contenzioni uomini e donne che, abituati ai legacci, capiscono ancor meno, e io ancor meno di loro.
Oltrepasso cumuli di macerie, porte divelte e vetri in frantumi e infine mi siedo, costernato, sull’ombra di una sedia vecchia e veglio un’anima perduta finché di quest’anima e di questo letto sfatto non resterà che una rete di ferro arrugginito, macchie sui muri, mattoni per terra, termosifoni rubati, ragnatele, luce sulle mattonelle lucide, soffitto scrostato e i pezzi delle mie domande quotidiane.
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Io sono quello normale? O questi fantasmi che mi camminano accanto?
Sono normale io a preoccuparmi di anime vuote, o vuota è l’anima mia e l’unica realtà è la loro e non la mia?

 

 

 

Esco dunque dal luogo inquieto del mio lavoro e corro via, con la sensazione di un mostro grande che mi assale alle spalle e ombre di nuvole macabre sul cuore.

 

 

 

 

Io non so dire quello che sento, solo ho paura dell’ombra delle nuvole, solo mi appare mostruoso il muoversi irregolare delle foglie, solo mi risuona orribile il rumore del vento e lo scricchiolio dei passi giornalieri eppure sempre sconosciuti.
Non cercare di capire me, che sono matto da tanti anni, da tutta la vita, da quando, da bambino volli scoprire dentro quel corpo che c’era, se conteneva la stessa travagliata anima mia, se c’era quello stesso buco che sentivo io e che nessuno ha più, mai più, riempito.
Queste sbarre mi proteggono e mi limitano. Ne ho timore e le amo, danno un confine al mio esser matto da legare.
Scappo via lungo il corridoio inseguendo un sogno, una farfalla, l’ape su un fiore, una goccia nell’arcobaleno, l’amore.
Poi mi rinchiudono e mi legano contro un muro a riflettere su scritte grandi di cose umane, ma il mio dolore e la mia confusione e l’incapacità di dirli non sono di questo mondo.
L’anima mia è piena ma non so leggerla, la mia realtà è vera e tu non sai capirla, questo mostro che ho dentro è autentico ma non so parlartene.
La mia vita è questa e non conosco la morte per desiderarla.
Resterò qui, anche senza il mio corpo, perché altra casa non ho.

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