Il conte di Montecristo

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Chiudo l’anno con uno dei libri più belli che ho letto in tutta la mia vita, Il conte di Montecristo, di Alexandre Dumas (completato nel 1844 e pubblicato nei due anni successivi come una serie in 18 parti).

Sono una lettrice strana, legata al fantasy di Harry Potter che però si lascia ammaliare da un classico dell’Ottocento di oltre milletrecento pagine.

L’una e l’altra scelta, pur nelle loro differenze macroscopiche, sono inevitabili, non che io li voglia paragonare, ci mancherebbe altro, ma per motivi diversi vanno letti, vanno assolutamente letti.

Il Conte di Montecristo è una voluminosa opera con una trama intricata, colpi di scena, batticuore di ogni tipo che accompagnano le mille avventure del giovane Edmondo Dantès, con il quale facciamo un viaggio indietro nel tempo, nella Francia della Restaurazione della monarchia di Luigi Filippo, nelle campagne romane, a Marsiglia, nell’isola di Montecristo, negli anni tra il 1815 e il 1838.

Più che un libro è un universo; i personaggi hanno una psicologia così ampiamente e profondamente trattata da renderli reali, vicini a noi, pur così distanti nel tempo; le descrizioni sono piene di meraviglia e non sono mai noiose; l’ironia, neanche troppo velata, fa scorrere piacevolmente la lettura, durante la quale siamo sempre in bilico tra senso di giustizia e voglia di rivincita, o peggio, tra voglia di vendetta e bisogno di perdono.

Non riusciamo mai a capire se il conte sia un angelo inviato da Dio a fare giustizia o abbia stretto un patto col diavolo e abbia in sé il potere occulto di vita e di morte.

Lo scopriamo solo alla fine, quando si rivela ai nostri occhi l’anima di quel giovane gentile marinaio sfortunato, che ha conservato una straordinaria eleganza interiore e che impara dagli errori che pure ha commesso e si avvia verso una meritata felicità.

Il conte di Montecristo va letto, perché è un capolavoro, perché rende la nostra vita migliore, perché la riempie di bellezza, perché ci fa scoprire un nuovo universo di storie, di persone, di passioni, di sentimenti violenti e delicati.

Vi lascio con la domanda di Corot: «Cosa è l’arte se non dà gioia?» e con l’augurio dal cuore di un anno pieno di bellezza, di storie, di arte, di gioia. E di libri!

Giuliana

“In quanto a voi, ecco tutto il segreto della condotta che ho tenuto verso voi: non vi è né felicità né infelicità in questo mondo, è soltanto il paragone di uno stato ad un altro, ecco tutto. Quegli solo che ha provato l’estremo dolore è atto a gustare la suprema felicità. Bisognava aver bramato la morte, per sapere quale bene è vivere. Vivete dunque e siate felici, figli prediletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Iddio si degnerà di svelare all’uomo l’avvenire, tutta l’umana saggezza sarà riposta in queste due parole: Aspettare e sperare.”

 

 

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