Il cibo come terapia

A volte mi capita anche solo di mangiare perché ho fame e non perché ho voglia di gustare qualcosa, di assaporare, o peggio, a volte mi capita semplicemente di riempire il mio stomaco vuoto come se dovessi riempire certi altri tipi di vuoti. È un peccato perché poi a stomaco pieno senza aver “gustato” scateno tutto il complesso di sensi di colpa e difficoltà digestive del caso e non mi ricordo manco più quel che ho ingurgitato.
Faccio un esperimento, dunque, con questa sezione del sito, vediamo se si può trasformare il cibo in terapia psicologica.
Mi viene in mente, per dire, la pubblicità di una mozzarella di qualche tempo fa, il protagonista che se la pappava a morsi a rallentatore mentre quella, la mozzarella, scolava succo a tutto più. “La vita va assaporata”.
Mi domando, ma se io invece di strapazzarmi in un sol boccone due consistenti fette di pane e miele, proprio mentre mi dedico a scrivere di eat & drink therapy, le avessi “assaporate”, avrei ben fatto attenzione al pane fresco fatto in casa da mio padre e alla liquidità e dolcezza del miele d’acacia, mi domando, ora sentirei questo fastidio allo stomaco?
Perché ho ingurgitato il tutto in due secondi e tre quarti, invece?
Avevo la scusa buona di fare un pre-pranzo energizzante perché poi vado a fare corsetta e allora giù banco.
Mi fermo a pensare, mentre cerco di digerire.
Penso alla corrispondenza tra personalità e modo di mangiare, anzitutto.
Poi penso a una sorta di terapia della lentezza.
Poi anche al gusto e all’olfatto, penso, e a come questi sensi possano influire sulla psiche.
E a un sacco di altre cose.

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